«Gelindo», un ritorno di «identità» sulla scena del Natale biellese

Venerdì 17 dicembre, ore 21, basilica s. Sebastiano – teatro sacro del Natale “Il ritorno del Gelindo, Oggi come Ieri” – fogli di sala con copione, testi e traduzioni – canti sardi, canto piemontese finale con partitura – replica a Graglia, domenica 19 dicembre, ore 16, chiesa della Confraternita – ingresso libero

Presepe sardo

Presepio sardo ad Oropa, Natività, opera di Paolo Monni, Collezione Alvigini, permanentemente esposto nella Basilica superiore del Santuario Mariano Eusebiano Alpino.

Un “Gelindo” nel 2010!? Che senso può avere una simile proposta culturale oggi, avente quali protagonisti della scena soggetti “esterni” e proveniente, per lo più, da una Comunità di origine non propriamente “indigena” come quella Sarda? In risposta a questa domanda è possibile fare cenno ad alcune riflessioni che sono alla base del relativo allestimento, meditazioni articolate e non del tutto scontate in un tempo nel quale la “memoria” e la consapevolezza del «sé», individuale e collettivo, vengono esposte come oggetto di pubblica retorica piuttosto che intento nella prassi.
La ragione di fondo appare legata alla «riscoperta dell’identità», nel senso rammentato, di recente, dal noto antropologo d’Oltralpe René Girard, il quale ha affermato come al giorno d’oggi sia «terribilmente importante che esista qualcosa come il Natale, capace di rammentarci i cicli delle stagioni e il senso della vita che si rinnova. Natale è un richiamo. È la prosecuzione della nostra storia, della nostra civiltà»1. Da qui derivano tutta una serie di corollari cui fare brevemente cenno.
Un primo profilo risulta strettamente legato al territorio di messa in scena dell’iniziativa e di elezione dei proponenti, il Biellese e, più in generale, il Piemonte e le zone limitrofe: il teatro sacro popolare, infatti, è una peculiare riscoperta nella quotidianità contemporanea ai piedi delle Alpi. Nella regione subalpina, in particolare, risalente e diffusa risulta quella tradizione simbolica legata ai riti ed al ricordo della Natività di Gesù, espressi, per lo più, attraverso quelle forme particolari dell’arte religiosa costituite dai presepi2, “viventi” e non, dalle cappelle dei Sacri Monti3 e dalle sacre rappresentazioni natalizie paraliturgiche di ambiente agro-pastorale4, delle quali il “Gelindo” costituisce proprio l’esempio più noto. Esso, delineandosi quale vera e propria costante “esistenziale” del calendario locale, consiste nella realizzazione recitata dei racconti leggendari dell’omonimo personaggio, spesso raffigurato come pastore-contadino5. I relativi modelli teatrali, rintracciabili, soprattutto, nella zona del Canavese e del Monferrato, sono stati, sin dall’Ottocento, oggetto di attenzione da parte di numerosi studi ed elaborazioni6. Spettacoli che sono stati accolti e fatti propri dal popolo da secoli, in quanto rispondenti ai «bisogni dello spirito devoto» e, al contempo, capaci in modo immediato di accostare «col mezzo dei pastori il gran fatto antico della nascita del Redentore ai costumi ed alle abitudini della gente moderna7». Una contestualizzazione socio-ambientale da realizzarsi e concretizzatasi di volta in volta, quindi, nel tempo degli attori e del pubblico attraverso la messa in scena delle caratteristiche proprie del luogo di rappresentazione, nel caso di specie il Piemonte, con la laboriosità, i costumi e le usanze delle sue genti autoctone8. Uno schema che, d’altronde, non fa altro che riconfermare proprio le scelte-guida poste a fondamento dell’introduzione del presepe da parte di Francesco d’Assisi, il quale, nella notte di Natale del 1223, nel centro di Greccio, a breve distanza da Rieti, ispirò una novellata9 sacra rappresentazione vissuta «nel quadro del più assoluto anacronismo e della più assoluta ucronìa (o fantastoria)10», ove il pubblico, accorso ad assistervi, assunse anche il ruolo di vero e proprio attore in una dimensione di comunione ed evangelizzazione ecumenica, senza bisogno di un viaggio materiale in Terrasanta11.
In relazione a tali considerazioni emerge anche l’aspetto più strettamente culturale-linguistico. Il Gelindo, infatti, consiste in una narrazione recitata sulla base di un copione il cui libretto, secondo le fonti, risulterebbe aver avuto una prima stesura scritta edita a far data dal periodo a cavallo tra il XVIII ed il XX Secolo, mentre la riproduzione scenica risulterebbe attestata sin dal Seicento in parte in lingua italiana ed in parte in idioma locale12; proprio come, poi, risulterebbe essere accaduto nel corso della sacra rappresentazione di Greccio, nel 1223, ove i protagonisti della “messa in scena”, descritta nel primo racconto biografico del santo di Assisi da parte di Tommaso da Celano, avrebbero allora cantato nel vernacolo locale13. Una circostanza che, in occasione del Gelindo 2010, giustifica l’uso della Lingua Sarda da parte dei promotori, ossia la Comunità dei Sardi di Biella, fatto che consente un’opportunità di far ancora una volta “scuola” di Limba in ambiente paraliturgico, in un territorio come il Piemonte, ove anche la normativa regionale, dal 2009, tutela e promuove le minoranze linguistiche storiche non autoctone, in stretto legame con i principi cardine ed unitari della Costituzione Italiana e della normativa nazionale, nonché con gli intenti del progetto “Mannigos de Memoria” della FASI, la Federazione delle Associazioni e delle Comunità dei Sardi fuori dall’Isola.
La relativa trama-base del Gelindo, poi, offre ulteriori spunti. Essa si articola, principalmente, intorno all’incontro casuale, sulla strada verso il luogo di censimento, tra la coppia evangelica e Gelindo, in viaggio malvolentieri e col pensiero rivolto costantemente alla propria famiglia ed ai beni personali; dopo aver aiutato Maria e Giuseppe, a lui sconosciuti, nella ricerca di un riparo per la notte, il pastore viene a conoscenza della nascita del Redentore al rientro a casa, decidendo, così, di ripartire per Betlemme nella consapevolezza di aver compreso, finalmente, chi avesse soccorso nel momento del bisogno. Una narrazione che diviene strumento per porre l’attenzione sulla società che ci circonda e nella quale sempre più sembra configurarsi una “necessità di comunità14. Ed a riguardo vengono alla mente anche le parole di solidarietà ed unità espresse lo scorso anno dal presidente della Provincia Autonoma di Trento, Lorenzo Dellai, in occasione del Natale ed in riferimento alla città di L’Aquila, il capoluogo abruzzese funestato dal tremendo sisma del 6 Aprile 2009: «Per ogni comunità sentirsi parte di un disegno più grande è fondamentale da ogni punto di vista e, in situazioni di grande difficoltà, la solidarietà non è sostegno solo per chi riceve ma diventa stimolo e fonte di nuova speranza e fiducia anche per chi dona tempo, competenze e risorse15». Aspetti che sono ulteriori risvolti di riflessione connessi agli archetipi rintracciabili nel racconto evangelico recepito nel Gelindo, al cui interno sono insiti i simboli che riportano alla partecipazione all’esistenza individuale e collettiva16.
In primis l’attesa di un arrivo di un “qualche cosa”, almeno in parte sconosciuto, ossia l’imprevedibilità della vita, una circostanza capace di porre in rilievo il tema del rapporto con l’Altro17, con una sospensione temporale, una pausa nel corso delle esistenze personali che «costringe a fare i conti con la violenza delle nostre civiltà18». Da qui l’attenzione verso il forte valore paradigmatico della figura dei pastori, soggetti che, secondo il costume ebraico di duemila anni fa, non potevano accedere al tempio a causa della loro convivenza con gli animali, ed in quanto erano considerati ladri per via della loro mancanza di rispetto delle proprietà terriere. In tali risvolti si riflette un tema fortemente evidente nella prossima rappresentazione biellese del Gelindo, ossia che intorno al tema della «nascita di Cristo si radunano gli esclusi (…) gli emarginati, gli impuri19», o meglio, quelli che vengono reputati tali. Lo sfondo storico della nascita di Gesù, in particolare, segnala il fenomeno, al tempo, delle carovane di migranti, carattere assunto anche dalla stessa famiglia di Nazareth, diventata, poi, profuga a seguito della persecuzione di Erode: un esempio tipo di emigranti, come sono stati nel passato e sono tutt’oggi molti Italiani, compresi i figli di Sardegna, in fuga in cerca di un futuro migliore verso un’altra “Terra Promessa“, costituita, duemila anni or sono, dall’Egitto, meta e rifugio di emarginati e perseguitati politici20. Soggetti reietti come anche tutti coloro che sono nella malattia, nell’indigenza o che cercano lavoro oggi, italiani o stranieri che siano, “nudi” come quel bambino (per i credenti uomo-immagine di Dio21 e, al contempo, Dio incarnato egli stesso22) posto su una mangiatoia, nella più completa privazione dell’auto-sussistenza, dell’autonomia, senza giustizia e, talora, senza speranza di un futuro positivo per sé e per i propri congiunti23.
Il Gelindo biellese del 2010, diviene, così, proprio come segnalato da uno degli interpreti, Mirko Cherchi, e dalla sua autrice, Ludovica Pepe Diaz, un’auto-rappresentazione ed un messaggio complesso24, secondo le seguenti costanti segnalate qualche tempo fa da Mons. Gianfranco Ravasi: «L’anima più profonda del presepe ci mette di fronte a temi attualissimi: le nuove povertà, l’accoglienza agli stranieri, la violenza del potere. E la dimensione ecologica: nell’ambiente poverissimo in cui avviene la nascita di Cristo gli animali fanno parte della vita quotidiana. Altro che simbolo retorico o enfatico: il presepe incarna una lezione di umanità e di moralità che va al di là del suo significato cristiano, e della cui forza e preveggenza bisognerebbe tenere conto anche laicamente25». Un’opportunità per tutti, quindi, in occasione di una ricorrenza dell’Occidente cristiano ma capace di abbracciare, oltre le origini e le fedi personali, tutti gli individui, compresi i laici, gli atei e gli agnostici26.

Gianni Cilloco

  1. Così in R.Girard, La tradizione fra crisi e fede, in La Repubblica, 23 Dicembre 2008, p. 41. []
  2. Dal latino «praesepepraesepium», ossia recinto chiuso, greppia, in G.Filoramo, Presepe. Alle origini della nostra storia, in La Repubblica, 21 Dicembre 2004, p. 45. []
  3. Cfr. C.Benedetto (a cura di), Natività nei Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia, Atlas – Centro di Documentazione dei Sacri Monti, Calvari e Complessi devozionali europei, Ponzano Monferrato (AL) 2007; M.Dolz, La Betlemme di Varallo, in Avvenire, 22 Ottobre 2010, p. 27; G.Filoramo, cit., p. 45. []
  4. Per tutti: A.Borra, Il teatro popolare della Natività: dall’adorazione dei pastori alla rappresentazione del Gelindo, in P.Grimaldi e L.Nattino (a cura di), Il teatro della vita, Omega, Torino 2009, pp. 157-165; G.Moro, Presepe piemontese, Priuli&Verlucca, Ivrea (TO) 2010, pp. 9-13. []
  5. Cfr. G.Moro, cit., pp. 38-39. []
  6. Cfr. A.Borra, cit., pp. 157-158; G.Moro, cit., pp. 9-13. []
  7. Così Rodolfo Renier, citato in A.Borra, cit., p. 157. []
  8. Cfr. U.Bernardi, Betlemme italiane: c’è vita nel presepe, in Luoghi dell’Infinito, n. 135, Dicembre 2009, pp. 22-31; G.Moro, cit., pp. 14-17. []
  9. In precedenza pare esistessero degli offici drammatici relativi ai racconti del Natale: cfr. G.Filoramo, cit., p. 45; P.Toschi, Le origini del teatro italiano, Bollati Boringhieri, Torino 1976, pp. 664-665. []
  10. Cfr. U.Bernardi, cit., p. 24; F.Cardini, Notte Santa: tradizione e tradimenti, in Luoghi dell’Infinito, n. 135, Dicembre 2009, p. 20. []
  11. Cfr. C.Frugoni, Vita di un uomo: Francesco d’Assisi, Einaudi, Torino 2001, pp. 112-117. E pure: T.Conte, Un’esperienza teatrale con gli attori e le comparse, in La Repubblica, 21 Dicembre 2004, pp. 46-47. []
  12. Cfr. A.Borra, cit., pp. 158-159; G.Moro, cit., pp. 10-12 e pp. 17-18. []
  13. Cfr. C.Frugoni, cit., p. 113. []
  14. Si veda da ultimo E.Bianchi, Insieme, Einaudi, Torino 2010. []
  15. Cfr. F.Slanzi, Tesero: i maestri della Sacra Famiglia, in Luoghi dell’Infinito, n. 135, Dicembre 2009, p. 37. []
  16. Cfr. U.Galimberti, Il buio della grotta e la luce della nascita, in La Repubblica, 19 Dicembre 2006, p. 55. []
  17. Cfr. J.Navarro Valls, Il nostro stupore di fronte al Natale, in La Repubblica, 19 Dicembre 2006, p. 54. []
  18. Così l’antropologo R.Girard intervistato da R.Festa, Dono e violenza. Ecco come siamo, in La Repubblica, 23 Dicembre 2005, p. 51. []
  19. Così Mons. G.Ravasi in L.Bentivoglio, Ma oggi il presepe parla dei nuovi poveri, in La Repubblica, 21 Dicembre 2004, p. 46. []
  20. Ancora G.Ravasi in L.Bentivoglio, cit., p. 46. E pure: E.Bianchi, Natale. La Festa che ha cambiato il mondo, in La Repubblica, 21 Dicembre 2007, p. 37. []
  21. Cfr. Genesi I, 27. []
  22. Cfr. Vangelo di Giovanni I, 14: «Il Verbo si fece carne». []
  23. Cfr. G.Matino, San Martino e il presepio dei senza lavoro, in Avvenire, 28 Novembre 2010, p. 15. []
  24. Si vedano i relativi interventi apparsi nei giorni scorsi su questo sito. []
  25. Così in L.Bentivoglio, cit., p. 46. []
  26. Cfr. E.Bianchi, cit., 2007, p. 37. []

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