Ragazzi delle scuole biellesi raccontano il Museo delle Migrazioni

allievi e insegnante della scuola Big Picture Learning al Museo delle Migrazioni di Pettinengo

Nei giorni precedenti Natale, col mio compagno di classe Leonardo siamo andati, insieme all’insegnante di sociologia Isabella Borrione, a visitare il Museo delle migrazioni di Pettinengo. Abbiamo deciso di accostare questa visita all’argomento sul multiculturalismo.
Arrivati a Pettinengo, subito abbiamo visitato la mostra fotografica di Andrea Ciprelli dedicata alle migrazioni del popolo Romanì. L’esposizione è un omaggio a Gustavo Buratti Zanchi, difensore delle minoranze linguistiche e culturali. Ho trovato quest’esposizione molto interessante perché mostra attimi di vita quotidiana di una comunità chiusa, molto riservata che Ciprelli è riuscito a cogliere: infatti è riuscito a immortalare attimi di vita di un popolo da molti ritenuto “sporco e fatto di ladri”, ma che invece svela essere ricco di cultura che con felicità e fierezza custodisce le sue tradizioni, alcune delle quali affondano le radici nel nostro patrimonio comune giudaico cristiano.
In seguito, ci siamo spostati nel cuore degli allestimenti curati dalla comunità sarda biellese, dove sono esposti molti reperti riguardanti la migrazione femminile dalla Sardegna e dal Veneto verso il Nord Ovest d’Italia, con destinazione il Biellese. Tale migrazione si svolse negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento. Il motivo principale per il quale giovani donne hanno deciso di lasciare la famiglia e partire è principalmente lavorativo, infatti, in quei anni il Biellese si trovava in un periodo florido grazie all’industrializzazione, in particolare nel campo tessile, ma anche in quello infermieristico. Un dettaglio che mi ha colpito molto è la storia delle donne sarde, venete e piemontesi e del loro coraggio nel rifarsi una vita partendo da zero.
Proseguendo la visita, abbiamo visto la famosa statua “Madre dell’ucciso” di Francesco Ciusa. Ho apprezzato molto questa opera perché attraverso i dettagli del vestito, del viso e dello sguardo ci si rende conto di quanto l’artista abbia cercato di rendere il più verosimile possibile questa donna insieme al dolore e alla sofferenza che sta provando per la morte del figlio.
Nella sala successiva è presente un’esposizione di uccelli impagliati. Ho trovato molto interessante l’accostamento della migrazione umana con lo spostamento di alcune specie di uccelli migratori.
In seguito abbiamo visto una collezione di minerali donata dalla famiglia Beducci-Bertolone; grazie a questi, è stato possibile delineare uno spaccato della storia mineraria dell’Isola con “pietre che migrano” attraversando secoli e millenni.
Nella stessa sala è stato possibile ammirare la copia del “Calice della Sardegna”, caratterizzato da un cromatismo dato dall’oro e dalle pietre incastonate nella filigrana d’argento.
La visita è terminata con un rinfresco mentre scorreva la proiezione di un video della miniera di Pestarena, alle pendici del Monte Rosa, sull’estrazione dell’oro.
Personalmente ho apprezzato molto il fatto che il museo tratti di un argomento attuale ancora ai giorni nostri.

Elisabetta Paolini

Nell’immagine: allievi e insegnante della scuola “Big Picture Learning” al Museo delle Migrazioni di Pettinengo

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