Aggregatore di feed
L’Olandese volante, preziosa rarità di Richard Wagner, inaugura la Stagione lirica e di balletto 2010 del Teatro Lirico di Cagliari
Seguendo una consolidata tradizione, ormai più che decennale, anche quest’anno il Teatro Lirico di Cagliari inaugura la Stagione lirica e di balletto con un’opera di raro ascolto e di straordinario interesse musicologico: L’Olandese volante di Richard Wagner.
Il percorso ha preso avvio nel 1998 con l’opera Le fate di Richard Wagner (una proposta musicale che fece ottenere al cd, registrato dal vivo, il premio della critica quale miglior disco dell’anno), ed è proseguito nel 1999 con Dalibor di Bedřich Smetana, nel 2000 con Gli stivaletti di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nel 2001 con Elena egizia di Richard Strauss, nel 2002 con Euryanthe di Carl Maria von Weber, nel 2003 con Opričnik di Pëtr Il’ič Čajkovskij, nel 2004 con Alfonso und Estrella di Franz Schubert, nel 2005 con Oedipe di George Enescu, nel 2006 con Chérubin di Jules Massenet, nel 2007 con Gli uccelli di Walter Braunfels, nel 2008 con La leggenda della città invisibile di Kitež e della fanciulla Fevronija di Nikolaj Rimskij Korsakov e, nel 2009 con Semën Kotko di Sergej Prokof’ev tutte opere incise in collaborazione con Dynamic.
L’Olandese volante viene rappresentata, per la prima volta, al Königlich Sächsisches Hoftheater di Dresda il 2 gennaio 1843, ed è considerata l’origine dell’estetica teatrale e musicale e la prima opera della piena maturità di Richard Wagner (Lipsia, 1813 - Venezia, 1883), nonostante sia la quarta, dopo Le fate, Il divieto d’amare e Rienzi, composta dal geniale musicista tedesco. Il tema della leggenda e del mito, ma soprattutto quello altamente poetico della redenzione, rappresentano le novità di base di un’opera sulla quale l’autore è ritornato più volte, negli anni successivi, per cercare di snellire soprattutto l’orchestrazione da lui ritenuta troppo pesante. La versione del 1860, l’ultima, è quella che comunemente viene rappresentata.
A Cagliari viene realizzata, in quest’ultima versione, dal 16 al 26 aprile, in un allestimento del Teatro Lirico di Cagliari che si avvale, per la regia, dell’esperienza di Francesca Zambello, americana di nascita ma italiana d’origine, allieva del celebre Jean-Pierre Ponnelle, dal quale ha assimilato i dettami della grande tradizione registica europea. Le scene e i costumi portano la firma di Alison Chitty, mentre la direzione musicale è affidata a Marko Letonja che il pubblico cagliaritano ha già apprezzato, lo scorso anno, in Cavalleria rusticana e Pagliacci. La compagnia di canto è composta da artisti specialisti nel repertorio tedesco.
Il secondo appuntamento con l’opera, in scena dal 31 maggio al 9 giugno, è l’atteso ritorno del capolavoro assoluto del belcanto musicale: I Puritani di Vincenzo Bellini (Catania, 1801 - Puteaux, Parigi, 1835), assente dalle scene cagliaritane da ben 128 anni.
Stella indiscussa di questo nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, realizzato in coproduzione con il Massimo di Palermo ed il Comunale di Bologna, è Mariella Devia, regina del repertorio belcantistico ottocentesco che ritorna a Cagliari dopo le sue indimenticabili interpretazioni di Lucia di Lammermoor del 2000 e del 2004. John Osborn, giovane ed emergente tenore americano, interpreta l’impervio ruolo di Arturo, mentre Luca Salsi è Sir Riccardo, Riccardo Zanellato Sir Giorgio e Mattia Denti Lord Gualtiero. L’allestimento è interamente curato da Pier’Alli, visionario artista fiorentino ed ideatore di spettacoli indimenticabili, che si presenta per la prima volta a Cagliari.
Dirige l’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico Ramon Tebar, giovanissimo direttore spagnolo che vanta già un vasto repertorio e numerose collaborazioni con le migliori istituzioni musicali.
Un gradito ritorno per il pubblico cagliaritano, a distanza di nove anni dall’ultima rappresentazione, è Tosca, celeberrimo ed amatissimo melodramma di Giacomo Puccini (Lucca, 1858 - Bruxelles, 1924) che viene rappresentato dal 2 al 12 luglio. Si tratta di una produzione del Maggio Musicale Fiorentino, risalente all’ottobre 2008, che si avvale della regia di Mario Pontiggia, noto ed apprezzato regista e direttore artistico del Teatro dell’Opera di Las Palmas de Gran Canaria. Le scene e i costumi, improntati ad un’elegante e raffinata tradizione, sono di Francesco Zito.
L’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico sono diretti da Alexander Vedernikov, direttore musicale del Teatro Bolshoi di Mosca e che ha già inaugurato le due scorse stagioni liriche cagliaritane, oltre ad aver diretto numerosi concerti sinfonici. Il cast d’interpreti, di straordinario spessore, è composto da Martina Serafin nel ruolo della passionale e sfortunata protagonista, Roberto Aronica in quelli del rivoluzionario pittore Mario Cavaradossi e da Giorgio Surian nella parte del voluttuoso barone Scarpia.
Dopo la pausa estiva, la Stagione lirica e di balletto riprende, dall’8 al 17 ottobre, con La Cenerentola di Gioachino Rossini (Pesaro, 1792 - Passy de Paris, 1868), la cui ultima rappresentazione cagliaritana risale al 1977. Il dramma giocoso in due atti, su libretto di Jacopo Ferretti che trae origine dalla famosissima fiaba di Charles Perrault, viene proposto in un nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, realizzato in coproduzione con i teatri di Bari, Reggio Emilia e Nizza.
Daniele Abbado, con Gianni Carluccio per le scene e Giada Palloni per i costumi, firma un’affascinante messinscena, moderna, sobria e nel totale rispetto del dettato rossiniano. La direzione d’orchestra è affidata all’olandese Hubert Soudant. La compagnia di canto vede spiccare, nel ruolo della protagonista, il giovane mezzosoprano siciliano Josè Maria Lo Monaco, affiancata da nomi di prestigio quali Edgardo Rocha (Don Ramiro), Simone Alberghini (Dandini), Paolo Bordogna (Don Magnifico) e Nicola Ulivieri (Alidoro).
Dal 30 novembre al 7 dicembre, per sette rappresentazioni, ritorna la grande danza classica con Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij (Kamsko-Votkinsk, governatorato di Vjatka, 1840 - San Pietroburgo, 1893), uno dei capolavori più amati dal pubblico, nella versione portata in scena dal Balletto dell’Opera di Riga.
Questo prestigioso corpo di ballo, massimo esempio della tradizione coreografica romantica, ritorna al Teatro Lirico di Cagliari dopo il successo ottenuto, lo scorso anno, con Le Corsaire di Adam. La favola natalizia che continua ad ammaliare magicamente adulti e bambini, mancava dal palcoscenico cagliaritano dal febbraio 2004. L’Orchestra del Teatro Lirico è diretta da Farhads Stade.
La Stagione lirica e di balletto 2010 del Teatro Lirico di Cagliari si arricchisce, per la prima volta, di un’interessante novità: viene proposta l’esecuzione di due opere liriche in forma di concerto. L’occasione, unica nel suo genere, consente soprattutto una maggior concentrazione sull’ascolto musicale, non essendo previsto l’ausilio della parte visiva (regia, scene, costumi e luci). Dopo il gradimento del pubblico delle passate Stagioni concertistiche per La dama di picche di Čaikovskij (2008), Il castello del principe Barbablù di Bartók (2008), Porgy and Bess di Gershwin (2009), Orfeo ed Euridice di Gluck (2010) e I Shardana di Ennio Porrino (2010), il 18 e il 20 novembre viene eseguito Fidelio di Ludwig van Beethoven (Bonn, 1770 - Vienna, 1827) ed il 16 e il 18 dicembre Don Pasquale di Gaetano Donizetti (Bergamo, 1797 - 1848).
Il capolavoro musicale, universale inno alla libertà, ed unica opera lirica del grande compositore tedesco, viene diretta da Anthony Bramall, abituale presenza del podio cagliaritano, ed ha in Caroline Whisnant, nel ruolo di Leonore, l’affascinante protagonista. Anche in Don Pasquale è da evidenziare la presenza di un cast giovane, ma già affermato nei principali teatri mondiali, guidato da Andriy Yurkevich, giovanissimo direttore ucraino.
Tutte le opere vengono eseguite dall’Orchestra e dal Coro, diretto da Fulvio Fogliazza, del Teatro Lirico di Cagliari.
Le conferenze di presentazione affidate alla grande critica musicale
Autorevoli critici e musicologi, con l’ausilio del pianoforte, ascolti registrati, proiezioni video e letture dal vivo, presentano le opere liriche e il balletto in cartellone ed anche due libri di recente pubblicazione in nove conferenze, ad ingresso libero, che si svolgono, come consuetudine, nel foyer di platea del Teatro Lirico di Cagliari.
Le esposizioni d’arte nel foyer di platea
Con la mostra La macchina delle meraviglie: il congegno di scena negli allestimenti del Teatro Lirico di Cagliari, il pubblico può ritrovare, dall’8 aprile al 12 maggio, tutte le atmosfere e le emozioni che hanno segnato le diverse messinscene liriche di questi ultimi anni, attraverso le realizzazioni dei Laboratori tecnici del Teatro Lirico di Cagliari. Subito dopo, dal 21 maggio al 12 luglio, il foyer di platea ospita, per il quinto appuntamento con il progetto visivo MAT – musica arte teatro, la mostra Artisti latino americani contemporanei. Un’articolata ed organica carrellata nell’America centro-meridionale dei nostri giorni, stimolante e ricca fucina per artisti, creativi e designer di diverse estrazioni, provenienze e matrici culturali.
La Biglietteria del Teatro Lirico di Cagliari
Anche per questa stagione i posti in teatro sono identificati per ordine (platea, prima e seconda loggia) e per settore (giallo, rosso e blu). Ad ogni settore corrisponde un prezzo, secondo il diverso valore dei posti.
La Stagione lirica e di balletto 2010 prevede sette turni di abbonamento, per cinque titoli ciascuno (i quattro allestimenti lirici più il balletto). Gli abbonati possono anche esercitare il diritto di prelazione sui due nuovi turni di abbonamento (carnet), dedicati ai due titoli lirici eseguiti in forma di concerto (Fidelio, Don Pasquale).
Stagione lirica e di balletto 2010
venerdì 16 aprile 2010, ore 20.30 – turno A
domenica 18 aprile 2010, ore 17 – turno D
martedì 20 aprile 2010, ore 20.30 – turno B
mercoledì 21 aprile 2010, ore 20.30 – turno F
giovedì 22 aprile 2010, ore 20.30 – turno C
sabato 24 aprile 2010, ore 19 – turno E
lunedì 26 aprile 2010, ore 20.30 – turno G
X Festival di Sant’Efisio
L’Olandese volante (Der fliegende Holländer)
opera romantica in tre atti
libretto Richard Wagner, dal romanzo Aus den Memoiren des Herren von Schnabelewopski di Heinrich Heine
musica Richard Wagner
in lingua originale con sopratitoli in italiano
personaggi e interpreti
Daland Gudjun Oskarsson/Frank van Hove (21, 24, 26)
Senta Caroline Whisnant/Marion Ammann (21, 24, 26)
L’Olandese Giorgio Surian/Jürgen Linn (21, 24, 26)
Erik Albert Bonnema/Thomas Piffka (21, 24, 26)
Mary Jeniece Golbourne
Il timoniere Gianluca Floris
maestro concertatore e direttore Marko Letonja
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
regia Francesca Zambello
scene e costumi Alison Chitty
luci Rick Fisher
allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, da una produzione originale dell’Opéra National de Bordeaux
lunedì 31 maggio 2010, ore 20.30 – turno A
martedì 1 giugno 2010, ore 20.30 – turno F
giovedì 3 giugno 2010, ore 20.30 – turno C
venerdì 4 giugno 2010, ore 20.30 – turno G
domenica 6 giugno 2010, ore 17 – turno D
martedì 8 giugno 2010, ore 20.30 – turno E
mercoledì 9 giugno 2010, ore 20.30 – turno B
X Festival di Sant’Efisio
I Puritani
melodramma serio in tre parti
libretto Carlo Pepoli, dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers di Jacques-Arsène-François-Polycarpe d’Ancelot e Boniface-Xavier Saintine
musica Vincenzo Bellini
personaggi e interpreti
Lord Gualtiero Valton Mattia Denti
Sir Giorgio Riccardo Zanellato/Burak Bilgili (1, 4)
Lord Arturo Talbo John Osborn/Mario Zeffiri (1, 4, 8)
Sir Riccardo Forth Luca Salsi/Vitaliy Bilyy (1, 4)
Sir Bruno Robertson Gianluca Floris
Enrichetta di Francia Rossana Rinaldi
Elvira Mariella Devia/Eglise Gutierrez (1, 4, 8)
maestro concertatore e direttore Ramon Tebar
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
regia, scene, costumi e luci Pier’Alli
nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, realizzato in coproduzione con il Teatro Massimo di Palermo ed il Teatro Comunale di Bologna
venerdì 2 luglio 2010, ore 21 – turno A
domenica 4 luglio 2010, ore 21 – turno D
lunedì 5 luglio 2010, ore 21 – turno F
giovedì 8 luglio 2010, ore 21 – turno C
venerdì 9 luglio 2010, ore 21 – turno G
sabato 10 luglio 2010, ore 21 – turno E
lunedì 12 luglio 2010, ore 21 – turno B
Tosca
melodramma in tre atti
libretto Luigi Illica e Giuseppe Giacosa, dal dramma La Tosca di Victorien Sardou
musica Giacomo Puccini
personaggi e interpreti
Floria Tosca Martina Serafin/Maria Billeri (5, 9)
Mario Cavaradossi Roberto Aronica/Rudy Park (5, 9)
Il barone Scarpia Giorgio Surian/Angelo Veccia (5, 9, 10)
Cesare Angelotti Alessandro Guerzoni
Il sagrestano Marco Camastra
Spoletta Carlo Bosi
Sciarrone Francesco Musinu
maestro concertatore e direttore Alexander Vedernikov
Orchestra, Coro e Coro di voci bianche del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
maestro del coro di voci bianche Enrico Di Maira
regia Mario Pontiggia
scene e costumi Francesco Zito
allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
venerdì 8 ottobre 2010, ore 20.30 – turno A
domenica 10 ottobre 2010, ore 17 – turno D
martedì 12 ottobre 2010, ore 20.30 – turno B
mercoledì 13 ottobre 2010, ore 20.30 – turno F
giovedì 14 ottobre 2010, ore 20.30 – turno C
venerdì 15 ottobre 2010, ore 20.30 – turno G
domenica 17 ottobre 2010, ore 17 – turno E
La Cenerentola
dramma giocoso in due atti
libretto Jacopo Ferretti, dalla fiaba Cenerentola di Charles Perrault
musica Gioachino Rossini
personaggi e interpreti
Don Ramiro Edgardo Rocha/Alexei Kudrya
Dandini Simone Alberghini/Vittorio Prato (13, 15)
Don Magnifico Paolo Bordogna
Clorinda Carla Di Censo
Tisbe Francesca Volpe
Alidoro Nicola Ulivieri
Angelina, detta Cenerentola Josè Maria Lo Monaco/Daniela Pini (13, 15)
maestro concertatore e direttore Hubert Soudant
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
regia Daniele Abbado
scene Gianni Carluccio
costumi Giada Palloni
nuovo allestimento del Teatro Lirico di Cagliari, realizzato in coproduzione con la Fondazione Lirico Sinfonica Petruzzelli e Teatri di Bari, I Teatri di Reggio Emilia e l’Opéra de Nice
giovedì 18 novembre 2010, ore 20.30 – turno Alfa
sabato 20 novembre 2010, ore 19 – turno Beta
Fidelio
singspiel in due atti
libretto Joseph Sonnleithner e Georg Friedrich Treitschke, dalla commedia Léonore di Jean-Nicolas Bouilly
musica Ludwig van Beethoven
in lingua originale con sopratitoli in italiano
esecuzione in forma di concerto
personaggi e interpreti
Don Fernando Giovanni Guagliardo
Don Pizarro Stefan Stoll
Florestan Lance Ryan
Leonore Caroline Whisnant
Rocco Giorgio Surian
Marzelline Andrea Bogner
Jaquino Matthias Wohlbrecht
maestro concertatore e direttore Anthony Bramall
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
martedì 30 novembre 2010, ore 20.30 – turno A
mercoledì 1 dicembre 2010, ore 20.30 – turno B
giovedì 2 dicembre 2010, ore 20.30 – turno F
venerdì 3 dicembre 2010, ore 20.30 – turno C
sabato 4 dicembre 2010, ore 19 – turno D
lunedì 6 dicembre 2010, ore 20.30 – turno E
martedì 7 dicembre 2010, ore 20.30 – turno G
Lo schiaccianoci
balletto fantastico in due atti e tre quadri
libretto Pär Isberg e Eric Näslund, dal racconto Lo schiaccianoci e del Re dei Topi di Ernst Theodor Amadeus Hoffmann
musica Pëtr Il’ič Čajkovskij
coreografia e regia Aivars Leimanis
scene e costumi Alexander Vasilyev
Balletto dell’Opera di Riga
solisti Jūlija Gurviča, Baiba Kokina, Sabīne Guravska, Aleksei Avechkin, Sergei Neikshin, Zigmārs Kirilko, Aleksandrs Latišonoks, Viktors Seiko
Orchestra del Teatro Lirico
direttore Farhads Stade
giovedì 16 dicembre 2010, ore 20.30 – turno Alfa
sabato 18 dicembre 2010, ore 19 – turno Beta
Don Pasquale
dramma buffo in tre atti
libretto Giovanni Ruffini, dal dramma giocoso Ser Marcantonio di Angelo Anelli
musica Gaetano Donizetti
esecuzione in forma di concerto
personaggi e interpreti
Norina Laura Giordano
Don Pasquale Nicola Alaimo
Ernesto Juan Francisco Gatell
Il dottor Malatesta Mario Cassi
Un notaro Luca Dall’Amico
maestro concertatore e direttore Andriy Yurkevich
Orchestra e Coro del Teatro Lirico
maestro del coro Fulvio Fogliazza
Conferenze di presentazione
foyer di platea
venerdì 9 aprile 2010, ore 19
X Festival di Sant’Efisio
Maurizio Giani presenta L’Olandese volante di Richard Wagner
martedì 4 maggio 2010, ore 19
X Festival di Sant’Efisio
Enzo Restagno presenta il suo libro Ravel e l’anima delle cose, edizioni “il Saggiatore”
giovedì 6 maggio 2010, ore 19
X Festival di Sant’Efisio
Angelo Foletto presenta il libro di Myriam Quaquero, Ennio Porrino, Delfino Edizioni
in collaborazione con il Conservatorio Statale di Musica “Giovanni Pierluigi da Palestrina” di Cagliari
lunedì 24 maggio 2010, ore 19
X Festival di Sant’Efisio
Piero Mioli presenta I Puritani di Vincenzo Bellini
lunedì 28 giugno 2010, ore 19
Jacopo Pellegrini presenta Tosca di Giacomo Puccini
lunedì 4 ottobre 2010, ore 17
Danilo Prefumo presenta La Cenerentola di Gioachino Rossini
martedì 16 novembre 2010, ore 17
Quirino Principe presenta Fidelio di Ludwig van Beethoven
venerdì 26 novembre 2010, ore 17
Silvia Poletti presenta Lo schiaccianoci di Pëtr Il’ič Čajkovskij
martedì 14 dicembre 2010, ore 17
Angelo Foletto presenta Don Pasquale di Gaetano Donizetti
ingresso libero
Esposizioni d’arte
foyer di platea
giovedì 8 aprile 2010 – mercoledì 12 maggio 2010
X Festival di Sant’Efisio
la macchina delle meraviglie
il congegno di scena negli allestimenti del Teatro Lirico di Cagliari
venerdì 21 maggio 2010 – lunedì 12 luglio 2010
X Festival di Sant’Efisio
MAT – musica arte teatro
artisti latino americani contemporanei
ingresso libero
dal martedì al sabato, dalle 10 alle 14 e dalle 18 alle 20
La mia Terra è nella mia mente, nel cuore, nel sangue
Sabato 13 marzo, alle ore 21, nelle sale di via Galiliei, 11, a Biella, nuovo appuntamento con Su Nuraghe Film, per la proiezione di “Efis, Martiri Gloriosu”, regia di Gianfranco Cabiddu. Si tratta di un cortometraggio prodotto dall’ISRE, l’Istituto Superiore Regionale Etnografico della Sardegna (1999), durata: 93 minuti.
Come di consueto, anche questa pellicola verrà presenta da Sardi di seconda e terza generazione per “conoscere la Sardegna attraverso il film d’autore”.
Salirà in cattedra Marinella Solinas nata a Biella “per caso”, nel 1956, da Angelo e da Grazia Cuccuru, entrambi di Pozzomaggiore (Sassari).
Sant’Efisio a Cagliari, tra le maggiori feste tradizionali sarde, è forse la più radicata ed imponente processione europea. Basti pensare che per l’infiorata finale, davanti al Municipio di Cagliari, vengono impiegati quintali di petali di rose. Altro dato, la presenza di migliaia di Sardi in abiti tradizionali che sfilano per ore, alcuni per giorni, a piedi, per onorare e ringraziare il santo, liberatore dalla peste, protettore dell’Isola.
Da 343 anni ininterrottamente si rinnova il patto, con lo sciogliersi del voto solenne, tra il Santo e la sua città che a lui si appellò e gli fece voto, durante la pestilenza del 1656.
Cagliari e tutta la Sardegna si identificano con il loro Santo. Attesa per tutto l'anno, la festa di Sant’Efisio coniuga elementi essenziali della cultura sarda con aspetti e forme di religiosità e tradizione popolare, paralleli a quelli canonici, che veicolano ancora oggi contenuti tradizionali e motivi sempre nuovi, che la rendono uguale e diversa, anno dopo anno.
Quattro parole con Marinella Solinas …
Come mai affermi di essere nata a Biella “per caso”?
“È davvero un caso poiché mamma e papà, fin da piccoli erano vicini di casa in Pozzomaggiore, la guerra li ha divisi e ha cambiato gli eventi. Mamma è venuta in Piemonte da giovane ragazzina. Papà, non appena è finita la guerra, è tornato e si è sposato con mamma il 25 aprile 1953, giorno della Festa della Libertà, a Comignago, un paesino sul Lago Maggiore”.
Trasferiti a Biella per stare vicino ad una sorella che già viveva a Vagliumina, frazione di Graglia, Marinella nasce in casa, a Cossila San Grato.
Ha una grande passione, il canto che condivide con la sorella Angela, di quattro anni più giovane e la mamma Grazia. Figlie di un cantautore, Anghelu, su cantadore, conosciuto come ‘voce di usignolo’, “cosa potevamo fare - afferma - se non cantare tutti e quattro … sempre?”
Più di trent’anni fa, durante i primi anni di vita del Circolo dei Sardi appena costituito a Biella, era Angelo ad allietare le serate cantado i versi che lui stesso componeva. Grazia, ancora oggi, ama cantare in “Limba”, lo ha fatto durante la Serata dedicata a “Gavinu de Luna”, portando un apprezzato e gradito contributo.
Una microstoria, certamente più lunga di queste poche righe “ma posso dire - afferma Marinella - che sono orgogliosa di essere Sarda e posso anche dire che la mia terra è nella mia mente, nel mio cuore oltre che nel mio sangue … sempre.”
Battista Saiu
Immagine: locandina del film e ritratto di Marinella Solinas
Circolo culturale sardo Su Nuraghe ~ Biella
web: www.sunuraghe.it
fb: www.facebook.com/sunuraghebiella
Associazione Sarda "CUNCORDU" di Gattinara | Assemblea annuale ed elezioni del consiglio direttivo
Comunicato Stampa
Assemblea annuale ed elezioni del consiglio direttivo.
Il 2010 dell’associazione sarda Cuncordu di Gattinara sarà segnato dall’appoggio della Regione Autonoma della Sardegna, che poche settimane fa ha concluso l’iter burocratico di riconoscimento dell’associazione. E’ stata questa la novità più importante, insieme alle elezioni per il rinnovo del consiglio direttivo, dell’assemblea dei soci che si è svolta nella mattinata di domenica 28 febbraio nella sede di corso Vercelli 260.
L’affiliazione dell’associazione alla Regione, oltre a un attestato che ufficializza l’apprezzamento per le attività svolte nei primi dieci anni di vita del circolo, permetterà anche di godere di contributi con cui gestire la struttura e organizzare manifestazioni culturali.
Durante la mattinata si sono svolte pure le elezioni per il rinnovo del consiglio direttivo. Le principali cariche sociali restano invariate. Il presidente è Maurizio Sechi, il vice presidente Piero Crasta, il segretario Giuseppe Orrù, il tesoriere Giuseppe Serra. I consiglieri sono: Paolo Pasella, Efisio Camedda, Nicola Deliperi, Gavino Baduena, Graziano Tarozzo e Paolo Tomaselli. Il collegio dei revisori dei conti è composto da Daniela Scolari (presidente), Antonietta Maio e Barbara Falchi. I supplenti sono Alfredo Guglielmino ed Egidio Crasta.
Nel programma delle attività del 2010 ci saranno molte riconferme e alcune novità. Con l’arrivo della bella stagione, a maggio, sarà nuovamente organizzata la Festa dello sport, una rassegna che racchiude un torneo di tennis, una corsa podistica lungo il Sesia e in collina, e una corsa cicloturistica di 95 chilometri, organizzata in collaborazione con l’Uc Pratese. Ci sarà ancora la rassegna cinematografica “Sardegna d’autore”, con la proiezione di quattro film dedicati alla Sardegna o di autori sardi; poi gli appuntamenti con la letteratura, con gli incontri con l’autore e la presentazione di libri.
Tra le novità, invece, ci sarà spazio per un ciclo di quattro serate in cui saranno presentati altrettanti territori delle Sardegna. Sarà un modo per conoscere itinerari, consigli di viaggio direttamente da chi in quei posti ha vissuto oppure è già stato tanto da conoscerli molto bene. Per ogni serata verrà proiettato un filmato, introdotto da una presentazione del relatore, che poi offrirà alcuni spunti e consigli per organizzare un eventuale viaggio. Tra le novità anche un evento dedicato alla promozione del carciofo e della bottarga, realizzato in collaborazione con la Regione Sardegna e l’istituto alberghiero.
Immagine: l'assemblea
Ricordi di un emigrato dei nostri tempi
I brevi racconti che formano questo libro sono una sorta di pretesto di un emigrato italiano in Sud America, l’occasione per pensarsi o, per meglio dire, scriversi, in vecchiaia.
L’autore forse per molti è uno sconosciuto che vive, ignorato dai suoi connazionali, nel cuore della pampa argentina. In realtà si tratta di un Nome della Storia dell’Agricoltura: è stato lui, infatti, che ha portato alla rottura con le pratiche agricole del XX secolo, introducendo in Argentina in metodo della “semina diretta”, cosa che ha portato ad una rivoluzione nel mondo dell’agricoltura.
Di fronte alla difficoltà che solitamente hanno molti emigrati di parlare del proprio passato per il dolore che questo causa loro, il dott. Marcello Fagioli ha il coraggio di mostrare forme di avvicinamento alla sua stessa vita, riflettendo - nel contempo - attorno a se stesso, vale a dire attorno a noi stessi che condividiamo con lui la sua umanità e il fatto che, in qualche modo, siamo tutti migranti.
Cosa pensa un uomo di scienza della sua vita, vissuta per la maggior parte degli anni lontano dalla sua terra natale? Ricorre ai principi e alle leggi della fisica e della chimica per esprimersi? Che accade quando desidera spiegare ciò che era, ciò che è e ciò che sarà? Nella catena della sua memoria, come si allacciano gli eventi significativi della sua vita e come sono questi vincolati con tutto il processo migratorio che lo ha portato ad allontanarsi dalla sua terra?
Questo lavoro non è, e non vuole essere, una ricerca scientifica; si tratta piuttosto di un esercizio etico ed estetico: partendo da ciò che è, l’autore lascia volare i suoi ricordi, intenerendosi di fronte al ciò che le sue stesse parole fanno nascere in lui. Vi invito quindi a condividere la bellezza e la tragedia di questi ritagli di vita, attraverso i quali una persona decide di svelare se stesso di fronte all’altro.
Fagioli è riuscito a vincere la resistenza a raccontarsi che caratterizza molti migranti e, attraverso i suoi racconti, ci rivela la sua anima, le sue allegrie, le sue sofferenze, le sue paure, le sue speranze. Questo lavoro recupera una pratica che il mondo di oggi ha perduto, quella del narratore che decide di abbandonare il silenzio per condividere e farci vibrare.
L’autore ha sentito nel suo mondo interiore esplodere la necessità di farsi ascoltare, in questo esercizio retrospettivo fa sì che ai suoi ricordi si mescolino elementi cotruiti nello spazio simbolico e sociale della sua patria. È per questo motivo che ha scelto la sua terra e le Marche per pubblicare il suo libro in cui sono presenti fenomeni sociali che hanno segnato la vita italiana.
La realtà sudamericana è stata uno spazio di differenza e di esclusione per quest’uomoche, in silenzio, si è dedicato al lavoro; ora, terminato il suo duro compito di ricercatore, torna con lo sguardo al passato e scrive racconti delicati, profondi, sinceri e a volte sorprendenti, come del resto lui stesso è sorprendente.
Quale discendente di marchigiani mi sento in debito verso questo emigrato marchigiano e mi meraviglio nel profondo ascoltando, questo Altro, sempre diverso e straniero nel mio paese, che ha pronunciato il suo discorso così lontano dalla sua patria. Tutto questo richiede il nostro silenzio, non solo esteriore, ma soprattutto interiore ove nasce il sentimento di accoglienza, rispetto e reciprocità, per ascoltarlo attentamente in tutta la sua singolare dignità.
Qualcuno, non so chi né quando, ha detto: “Ogni essere umano è una lezione per un altro, Un testo aperto alla possibilità di inventare nuove realtà” Così è Marcello Fagioli, mio suocero, il ricercatore scientifico che, vivendo lontano dal suo paese, ha dato un enorme contributo all’umanità e che ora ha deciso di regalarci l’occasione di ascoltarlo e, contemporaneamente, di ascolre noi stessi e gli altri. L’impronta di questo scrittore resta nei suoi racconti, come quella del ceramista resta nei suoi vasi di terracotta.
Tuttavia, contemporaneamente, gli offre la possibilità di “cominciare di nuovo” da questo posto, così lontano dal suo paese d’origine. Attraverso l’azione del raccontare ha infatti la possibilità, da un lato, di tornare ad essere e, dall’altro, di essere domani. Questa capacità attiva, questo impulso originale in un anziano, gli permette diguardare indietro e contemporaneamente si ripromette di ri-iniziare.
Tuttoquesto merita tutta la mia riconoscenza e la mia ammirazione. Per finire, voglio citare Eduardo Galeano che, come sempre, esprime il mio stesso sentire quando scrive: “Non conosco piacere maggiore dell’allegria di riconoscermi negli altri. Forse questa è, per me, l’unica immortalità degna di rispetto. Riconoscermi nella mia patria e nel mio tempo, e anche riconoscermi nelle donne e negli uomini, nati in altre terre, e che sono miei contemporanei nati in altri tempi. Le mappe dell’anima non hanno frontiere”
Dott. ssa. Maria Cristina Ruffini in Lasagna
Consigliere dell’Emigrazione della Regione Marche Portavoce del Forum delle Donne Marchigiane in Argentina
EMIGRANTI
Mi imbarcai a Genova, nel 1963. Destinazione Argentina. Mi aspettava un lungo viaggio in mare. Solo. I miei erano partiti prima. Un transatlantico è una metropoli. Tante persone e tanto diverse. C’era un cameriere italiano che si mostrava sempre gentile. Più del dovuto. Era evidente che voleva essere considerato alla pari. Ma io, poco più di un ragazzo, con una laurea e tante speranze, non ero molto disponibile. Poi c’era un giovane, evidentemente di una classe sociale alta, che portava consé un paio di sci. - Sci d’estate! Per sciare dove? -Forse era un professionista e seguiva la neve dove si trovava, nei vari continenti. Lui viaggiava in prima classe. Non lo conobbi mai personalmente.
C‘era un medico che aveva trascorso una vacanza in Europa, in compagnia di un amico commerciante. Era peronista, ma il suo amico no. E si criticavano avicenda in ogni occasione, per le loro idee politiche. Il medico era il maestro. Il commerciante l’allievo. Ma non credo che quest’ultimo imparasse molto. Una volta infatti, chiese al medico: “cos’è la vita?” E la risposta fu: “è movimento”“ Ma anche la nave si muove” disse il commerciante… e si interruppe per non creare una situazione sgradevole.
Poi raccontò che viveva a Mar del Plata, una città di 500.000 abitanti, che si triplicavano nella stagione estiva. La “ città più bella del mondo”, diceva sempre. Il medico era un mezzo filosofo. Faceva discorsi e domande strane. Diceva che i tedeschi avevano avuto grandi filosofi. Kant era uno di questi. Non per il suo sistema filosofico, ma solo per una affermazione: il nostro cervello funziona secondo una categoria: la categoria causa-effetto. Questo è il nostro modo d’intendere.
Questo è il motore dei nostri ragionamenti. Nel motore delle auto i pistoni, con il loro moto di va e vieni, mettono in movimento l’automobile. L’equivalente dei pistoni, in noi, è la categoria causa-effetto. Noi vediamo tutto quanto accade nell’universo secondo questa categoria. Se mettessimo ad un piccione, appena uscito dall’uovo, un paio d’occhiali verdi, il piccione crescerebbe e, diventato adulto, volando intorno al mondo, lo vedrebbetutto verde e direbbe che il nostro mondo è verde. Quella sarebbe la sua verità.
Chiaro, per scoprire questa verità, bisogna leggere molti libri con frasi alla tedesca, tanto lunghe che, quando si è alla metà di un paragrafo, si dimentica ilsoggetto. Ma, diceva lui, vale la pena. Poi c’erano due vecchietti. Lui alto e magro. Lei piccolina. Ambedue con i capelli splendidamente candidi. Tornavano in Argentina perché lui era un falegname pensionato. Da vecchi, erano ritornati al loro paese e vivevano tranquilli. Ma negli ultimi anni il cambio della moneta era diminuito molto ed ora, con 11.000 lire al mese, era impossibile vivere in Italia.
Tornavano in Argentina per vedere come si poteva vivere là. Alla fin fine non rimanevano loro molti anni. Fin dall’inizio del viaggio, avevo visto un uomo e una donna che si sedevano sempre in posti isolati e seminascosti. Avevano un termos ed uno strano recipiente simile ad una tazza da caffellatte. Versavano in continuazione il contenuto del termos nella tazza e lo sorbivano. E sempre così, per ore. Pensai subito che fossero drogati. Mi meravigliava il fatto che lo facessero in presenza d’estranei. Anni dopo un amico mi spiegò che in Uruguay bevono il“mate” così, in continuazione.
Il “mate” è una infusione di foglie in acqua calda. Una eredità degli indios Guaraní, credo. Mi disse anche che, in una sfilata militare, in occasione di chi sa quale ricorrenza, aveva visto un soldato a cavallo, sorbire il mate. Strane abitudini! Sul transatlantico non mancava un gruppo di persone che giocava accanitamente al “truco”, un gioco di carte che non ho mai appreso. Uno di loro si vantava di vivere, a Buenos Aires, con gli interessi di un suo piccolo capitale che prestava ad amici e conoscenti.
Io credevo che questo si chiamasse usura e che non fosse una cosa di cui vantarsi. Una signora di mezza età, tornava in Argentina per vendere il suo albergo e tornare in Italia a comprare una piccola pensione. Nella decade del ’60 l’economia italiana andava molto bene. Un italiano, uno dei tanti turisti di ritorno, diceva di possedere una “estancia”nella provincia di Santa Fe, vicino al fiume Paraná. Nella regione si diceva che Garibaldi, in fuga sul fiume, fosse affondato proprio in quella zona e che, nel profondo del fiume, c’era ancora la sua nave. Lui voleva trovarla. Aveva provato già varie volte, ma inutilmente. Ora, al suo ritorno, avrebbe tentato ancora e, sperava, con successo. Diamine, suo nonno era italiano e lui avrebbe fatto vedere ai “criollos” di che pasta sonfatti gli italiani. Tanta gente, tante speranze!
Ora, naturalmente, dopo più di 40 anni, il cameriere sarà morto. Il giovane sciatore sarà probabilmente molto vecchio; chissà quante gare avrà vinto!Il medico filosofo ed il commerciante saranno morti, portando con loro dubbi, domande e l’angoscia del pensiero della morte. I due uruguaiani, lui e lei, riposeranno senza più sentire la necessità di bere “mate”. Il falegname, anziano pensionato e la sua compagna, ambedue con capelli così candidi, riposeranno finalmente senza la preoccupazione della svalutazione della moneta. E così pure l’innamorato di Garibaldi e l’usuraio che si vantava d’esserlo e tutti gli altri.
“Speranze... speranze, ameni inganni ”Non ricordo chi ha scritto questo verso, ma è troppo bello per essere mio.
LA “PAPERA” D’UN EMIGRATO CHE FECE RIDERE TUTTA UNA UDIENZA, ALLA FINE D’UNA CONFERENZA SERIA E MOLTO TECNICA
Come è noto, in italiano, con la parola “responso” si indica la risposta d’un oracolo. Ben diverso è il suo significato nella lingua spagnola. Lo vedremo poi e vedremo come una “papera” d’un recente emigrato, che aveva bisogno d’un dizionario per non dire spropositi, fu motivo di risa alla fine di una conferenza molto tecnica e seria.
Ero appena arrivato alla “Stazione Sperimentale Agricola” per iniziare il mio nuovo lavoro. Era consuetudine in quei tempi, all’inizio del 1960, riunire tutto il personale tecnico in un grande salone, con un enorme tavolo ovale, il sabato pomeriggio, per parlare dei problemi del giorno o ascoltare un invitato o un nuovo venuto, come nel mio caso. Ed io parlai e parlai con sicurezza, trattandosi d’un argomento che conoscevomolto bene.
Di fatto i problemi della fertilizzazione delle colture sono ben conosciuti in Italia. Ma ciò che è valido per un paese può non esserlo per un altro. Altre terre, altri climi ed altri cultivar. Si trattava di fertilizzanti. C’era un progetto di fertilizzazione del mais già iniziato. Alla fine dell’esposizione, parlai di ciò che avremmo fatto nei campi sperimentali della regione. Il risultato delle esperienze era difficilmente prevedibile e conclusi il discorso dicendo: - vedremo quale sarà il “responso” della sperimentazione. - Tutta l’udienza scoppiò in una risata sonora e prolungata. Io non mi rendevo conto del motivo, dato che ero stato ascoltato con grande attenzione per tutto il tempo. Chiesi spiegazioni al mio vicino, ma questi continuava a ridere senza freno e non mi rispondeva.
Solo poco dopo, in un vocabolario, fui in grado di leggere che per “responso”, nella lingua spagnola, s’intendono “versetti e preci” che si recitano in presenza dei defunti. Al momento della ”papera” furono varie le persone che mi chiesero cosa avevo voluto dire con ”responso” ed io non ebbi altra alternativa che fare un sorriso idiota.
RICORDI DI GUERRA
Eravamo in guerra. La seconda guerra mondiale, del 1939. Del 1940 per l’Italia. Avevo undici anni. Mio padre era medico in una cittadina delle Marche e di quando in quando riceveva un regalo, spesso in cambio del pagamento della visita: una scatola di tabacco turco, biondo e profumato, una bottiglia di cognac, una di champagne. Tutte cose introvabili in tempo di guerra per i comuni mortali e quindi preziose.
In quei tempi si usava bere un bicchierino di cognac dopo pranzo, nei giorni di festa. Solo alla fine della guerra, con l’arrivo delle truppe americane, l’whiskys arebbe diventato popolare. Lo champagne si beveva nelle grandi feste: a Natale, a Pasqua e in occasione dei compleanni. Io presi in consegna una bottiglia di champagne che ci avevano regalato. Poco tempo dopo un aereo da caccia nemico mitragliò la ferrovia e tutti cominciammo ad aver paura.
Non passò molto tempo quando una squadra di quadrimotori sorvolò la città. Erano cinquanta aerei, in formazione triangolare che volavano molto in alto. Ma la terra tremava sotto i piedi, quando s’avvicinavano. Lasciarono cadere il loro carico di bombe sulla città. E fecero un disastro. Fummo presi tutti di sorpresa e impreparati. Era la prima volta. Non c’era più nessun dubbio. Bisognava abbandonare la città e rifugiarci in campagna. E questo facemmo. Io non avevo dimenticato la bottiglia di champagne. Era troppo preziosa e quando ci trasferimmo in una villa a 15-20 chilometri di distanza, la misi tra le cose da portare con noi, bene imballata con giornali, in una scatola di cartone.
Molti, molti anni dopo, quando la guerra era già diventata un ricordo, posero il suo nome ad una strada della città, in ricordo dell’umanità con cui aveva esercitato la sua professione in quegli anni feroci. Quando chiedevo a mio padre di aprire la bottiglia, lui diceva sempre d’aspettare la fine di quel brutto periodo. L’avremmo aperta in un’altra occasione. Ma la guerra, i bombardamenti e la fame ci accompagnarono per lungo tempo.
Sognavamo la pace, la casa in città, una vita normale. La normalità era un sogno che sembrava irraggiungibile. Ma io continuavo a conservare lo champagne. Forse avremmo potuto berlo alla fine del conflitto. E dal sud si avvicinò il fronte di guerra. Quando fu abbastanza vicino, mio padre decise di portarci con lui, nell’ospedale dove lavorava. Lì c’era la crocerossa dipinta sul tetto. Il passaggio del fronte era troppo pericoloso ed imprevedibile e lui disponeva di una stanza grande, sufficientemente grande per tutti noi. Lì avremmo potuto aspettare la fine dei giorni più pericolosi.
La decisione della fuga era stata presa in fretta e furia. Non portavamo quasi nulla con noi. Gli ultimi a partire fummo io e mio padre. Io avevo aperto la scatola di cartone e tenevo nel pugno, per il collo, la bottiglia di champagne. Mio padre si impazientì perché stavo perdendo tempo per quella sciocchezza. Ce ne andammo camminando in fretta. Si camminava lentamente, con precauzione, solo quando un rilievo o una piccola collina nascondeva l’orizzonte. A nord e a sud della zona dove eravamo erano schierati i due fronti, non molto lontano. Non c’era movimento. Non si vedeva nessuno. Si udivano solo i sibili dei proiettili dei cannoni che passavano sulle nostre teste ed andavano a scoppiare più lontano.
Noi avevamo scelto un percorso in linea retta tra la villa e l’ospedale, in mezzo ai campi. Erano forse dieci chilometri da fare a piedi, senza neppureuno stradello. Ma questo non importava molto. Avevamo paura. Ma c’era un fiumicello che ci sbarrava la strada. Non era grande, ma profondo. O forse io non ero molto alto a quell’età. E l’acqua era fredda. L’attraversai tenendo la bottiglia sopra la testa. Mio padre mi disse qualcosa circa la mia testardaggine e a proposito di quella bottiglia. Ma la fortuna era con noi. Arrivammo all’ospedale e ci rifugiammo nell’abitazione riservata a noi.
Io ero zuppo, per aver attraversato il fiume. Posai la bottigliasopra un tavolinetto basso e mi allontanai un po’ per asciugarmi e coprirmi come potevo. Poi si udì uno scoppio e, quando mi voltai a guardare, vidi i pezzi di vetro della bottiglia ed il liquido giallo dello champagne ancora spumeggiante sul pavimento. Uno dei miei fratelli, il più piccolo, correndo nella stanza, aveva urtato il tavolino che sosteneva la preziosa bottiglia.
I TEUTONI E “L’UOMO CHE RIDE”
Era completamente idiota. Avrà avuto vent’anni e rideva. Rideva sempre e correva. Ma era un bravo ragazzo, dicevano. Faceva tutto quello che gli si diceva, la madre assicurava, e l’aiutava molto in famiglia. Noi eravamo studenti di ginnasio ed andavamo ai giardini pubblici, a Fabriano, nelle belle giornate.
Eravamo all’inizio della guerra e quella sarebbe stata l’ultima“ bella estate” di vacanze. L’idiota qualche volta si univa a noi.
Quasi non parlava e quando parlava si capiva molto poco. Rideva, poi si metteva a correre. Io non sapevo neppure come si chiamasse. In una occasione, per merito anche suo, appresi alcuni sinonimi. - Perché lo lasceranno libero? Dovrebbero occuparsene - disse uno del nostro gruppo. - Ma è buono. Fa parte del paesaggio e poi è come noi, nativo, indigeno, autoctono- rispose quello che era il più bravo a scuola, facendo sfoggio della sua conoscenza del vocabolario dei sinonimi del Tommaseo, che avevamo conosciuto da poco, a scuola.
Al centro dei giardini pubblici c’era una grande fontana rotonda, con uno zampillomolto alto, con pesci rossi e l’idiota, dopo una bella corsa, tutto sudato, la raggiungeva e sommergeva la testa nell’acqua. Poi la scrollava come fannoi cani quando sono bagnati. E rideva e viveva contento. Noi non gli facevamo molto caso. Contagiava allegria anche a coloro che gli erano vicini col suo riso spensierato e irresponsabile.
Poi cominciò il periodo peggiore della guerra. La guerra mondiale del ’40. Bombardarono la città, che rimase deserta. Tutti si rifugiarono in campagna. Con la mia famiglia trascorsi molto tempo in una villa isolata, sopra una collina. Un giorno venne a visitarci un compagno di scuola di mio fratello, che viveva in un paesotto vicino. Si parlò di molte cose e, a un certo momento, lui disse: -anche quel poveraccio di Carlo è morto -. - Quale Carlo?- Carlo, l’idiota, “l’uomo che ride”.
I tedeschi, che si stavano ritirando, l’avevano catturato. Lo accusarono d’essere una spia dei partigiani. Ma lui rideva, rideva sempre. Non si difese e lo fucilarono. Il suo ricordo si perse nel nulla. Nessuno ne parlò mai più. Furono tanti i morti che seguirono!
Da “Valigie di cartone” - Centro Marchigiano di Pergamino (Argentina).
PRIME ESPERIENZE NEL NUOVO MONDO
Arrivato in Argentina da pochi mesi, venne il momento di fare il raccolto neicampi sperimentali stabiliti nella zona. Con una camionetta e una “jeep Willy” (un residuato di guerra rimesso a nuovo) e sei uomini (che sapevano ancora come raccogliere il mais a mano) stavamo realizzando il nostro lavoro quando fummo fermati, sull’autostrada, da un gruppo di uomini scesi da un camion. Come ho detto, io ero arrivato da poco in Argentina. Capivo abbastanza quando la gente del luogo mi parlava e mi facevo intendere dai miei uomini, ma non avevo ancora il coraggio di parlare ad estranei nella nuova lingua, che conoscevo appena. Sapevo che l’accento, la maniera di costruire le frasi e gli spropositi detti mi facevano riconoscere subito come straniero.
Il gruppo di individui che era sceso dal camion si mostrava arrabbiato ed aggressivo. Io non afferravo bene la situazione. Gridavano che c’era un “paro”. Che non era possibile che gente come noi rompesse “el paro” e facesse la raccolta del mais. Non conoscevo il significato della parola “paro”. Lo chiesi ad uno dei miei uomini, che mi spiegò che c’era uno sciopero degli operai agricoli. La mia gente taceva, senza reagire all’aggressività degli sconosciuti.
Preoccupato, cominciai a parlare io, cercando di spiegare che non eravamo ”crumiri”, ma solo personale della Stazione Sperimentale che non voleva perderei risultati degli esperimenti ed il lavoro di un intero anno che, alla fin fine, noi facevamo in beneficio di tutti. Non facevamo la raccolta del mais per nessun proprietario. Naturalmente parlavo in italiano, senza neppure rendermene conto. Ed allora successe una cosa strana. Quegli uomini deposero la loro aggressività. Io, un giovane che parlava in modo più o meno comprensibile, la sigla dell’istituzione per la quale lavoravamo, scritta ben grande sulle auto e che evidentemente essi conoscevano, parvero loro una valida ragione per accettare i nostri motivi.
Non dissero più nulla. Risalirono sul loro camion e solo quello che guidava, affacciandosi al finestrino, disse in modo educato: “no lo hagan más” e se ne andarono. La mia gente mi spiegò poi che non era molto prudente fare cose del genere e cioè interferire con uno sciopero. Io avevo la coscienza tranquilla.
Voi non mi avete avvertito ed io non sapevo - mi giustificai. Erano brava gente. Con gli anni, più di una volta si dimostrarono amici.
***Un giorno percorrevamo un’autostrada con la camionetta di servizio. Il mio aiutante guidava, io leggevo un foglio di istruzioni per un lavoro che dovevamo fare. Ad un certo momento un uomo, al bordo della strada, ci fece cenno di fermare e chiese un passaggio sino al seguente villaggio.
L’autista disse subito di sì e lo fece salire nella cabina. Io non ero molto contento. Venivo da un paese dove esisteva una legge che faceva responsabile il proprietario dell’auto di qualsiasi possibile incidente. Più di un tribunale, in Italia, aveva emesso condanne in casi di incidenti e sapevo che solo noi, il personale dell’istituzione, eravamo coperti dall’assicurazione. Ma in quegli anni le cose erano diverse in Argentina. Per lo meno nell’interno, c’era molta onestà e rispetto anche per gli sconosciuti. Solo negli ultimi tempi le cose son cambiate e molto. Lo sconosciuto cominciò immediatamente a parlare con l’autista. Io tacevo. Ad un certo momento ascoltai una parola che non conoscevo: “sartén” ossia “padella”.
Vinto dalla curiosità chiesi al mio aiutante cosa significava. Lo sconosciuto, ascoltata la mia domanda, si sorprese e scandalizzato, disse:- Ma come, un giovane come te non conosce una padella? Bisogna studiare. Non c’è più posto per gli ignoranti in questo mondo! -Ma l’autista intervenne. -
Il dottore è italiano - disse. Lo sconosciuto ammutolì. Io tacevo e lui non aprì più bocca sino all’arrivo. La scena si fece pesante. Sembrava d’ascoltare il silenzio che regnava nella cabina dell’auto. Arrivati all’entrata del suo paesotto, l’auto si fermò e il passeggero scese, senza dir parola. Io ebbi un po’ di vergogna. L’autista sorrideva.
***Lavoravo da poco tempo nella Stazione Sperimentale e un giorno il segretario della sezione mi avvertì che dovevo presentarmi immediatamente in direzione. Presi la camionetta di servizio ed andai. Una segretaria mi disse che mi aspettavano nel salone delle riunioni e che dovevo partecipare ad una trattativa con alcuni dirigenti di una grande società, con i quali la Stazione Sperimentale stava progettando una collaborazione. Quando entrai mi resi subito conto che c’era una atmosfera tesa tra i presenti. E la cosa non era piacevole, particolarmente per me che avevo ancora problemi con la lingua.
Il direttore ed i dirigenti della società non riuscivano a mettersi d’accordo. Erano tutti seduti nel mezzo del salone delle riunioni, dove c’era un grande tavolo ovale, con un vetro spesso e oscuro sulla superficie. Io salutai e mi sedetti, deciso a non parlare o parlare con molta prudenza non essendo al corrente di quanto era stato detto o discusso in precedenza. Era estate ed indossavo una camicia color verde, nuova. Ben presto i rappresentanti delle due parti cominciarono ad alzare la voce. Io diventai nervoso e, poiché dal bottone del polsino della camicia fuoriusciva un filo bianco, lo afferrai e tirai più forte del necessario. Non l’avessi mai fatto!
Il filo venne via ed il bottone, libero, saltò sul vetro, nel mezzo del magnifico tavolo, con un rumore che a me parve assordante e continuò a sobbalzare conun ticchettio che non avrei mai immaginato possibile. Tutti i partecipanti alla riunione interruppero i loro discorsi, seguendo con gli occhi il percorso del bottone, che non si fermava mai. A me sembrò che il sangue mi si congelasse nelle vene e trattenni il respiro, preso da un’ansia irragionevole.
Ma, guardando il direttore, vidi che la sua faccia, da molto seria, si faceva distesa. Un rappresentante della società ospite, sorrise lievemente. Il suo vicino cominciò a ridere e trascinò in una sonora risata tuttii presenti. Il gelo della riunione si era rotto e tutti cominciarono a discorrere cordialmente. Nessuno disse una parola sul bottone. Mi guardavano sorridendo e parlavano tutti insieme e interrompendosi l’un l’altro.
La riunione finì poco dopo. Le due parti si posero d’accordo rapidamente e, quando i visitanti si apprestavano ad andar via, si avvicinarono per salutarmi con grande effusione. Io raccolsi il bottone, pietra dello scandalo, e lo posi nel taschino della camicia per farlo ricucire in casa. Ma non troppo forte... perché aveva dimostrato d’essere capace di salvare situazioni molto compromesse.
Il primo giorno di lavoro ero seduto alla mia scrivania, leggendo alcune relazioni per mettermi al corrente della situazione. I due ingegneri agronomi (in Argentina si chiamano così i laureati in agronomia) che mi avevano preceduto, mi avevano lasciato solo. Uno era stato trasferito ed il secondo era partito per il Nord America con una borsa di studio. Io ero lì per sostituirli. Il direttore, un uomo corpulento e quasi sempre sorridente, entrò nell’ufficioe si sedette davanti a me. Dopo lo scambio di alcune frasi di cortesia, mi disse:- Tu e la tua famiglia siete arrivati da pochi giorni. Immagino che avrete un saccodi cose da fare, per sistemarvi. Avrete preoccupazioni come sempre accade in simili frangenti.
Sono venuto a dirti che io pretendo che il personale della sperimentale si dedichi e pensi al proprio lavoro. Pertanto se hai problemi urgenti da sbrigare, qualsiasi cosa... dimmelo. Provvederò io, se possibile. Pensa al lavoro e lascia che io mi guadagni il mio stipendio come direttore. -Io rimasi senza parole. Mai avrei immaginato una simile accoglienza. Mai sentito dire una cosa così, in Italia.
La decade del ’60 era un periodo molto buono per la ricerca, in Argentina ed il comportamento del direttore lo lasciava intravedere. E negli anni seguenti io, che venivo da un altro paese, fui in grado di fare un buon lavoro. Venivo da un altro continente. Vedevo i problemi in modo diverso e vedevo cose che il personale del luogo non vedeva, semplicemente perché quelle cose erano state sempre così. Purtroppo negli anni seguenti tutto cambiò. L’economia non migliorò. Ci furono vari “golpes” da parte dei militari, che non aiutarono. Ma quanto era successo all’inizio mi diede l’idea di come fosse apprezzato il lavoro di ricerca nel paese. L’Argentina rimane sempre un grande paese agricolo, con un Istituto per la Ricerca Agricola meraviglioso. Ma la ricerca richiede tempo e denaro, nons empre disponibili a sufficienza.
IO… ANTIFASCISTA?
A Fabriano, nelle Marche, faceva freddo d’inverno. Ogni due o tre anni veniva il “nevone” e tutta la città rimaneva coperta da 40-50 centimetri di neve. Non so come sarà ora , con il “riscaldamento globale”. Ed era una festa per noi adolescenti ed ancor più per me che ero proprietariodi un paio di sci e percorrevo a piedi vari chilometri, sino alla cima di una collina chiamata “Monticelli” per trascorrere tutto un pomeriggio sulla neve.
Erano gli anni del fascismo e quando si scriveva una lettera, si metteva, in alto, a destra: “Anno XX Era Fascista”. Ed io facevo il ginnasio. In quegli anni si andava a scuola tutti i giorni della settimana ed anche il sabato, che era anche lui “fascista”; “sabato fascista”, il che significava che nel pomeriggio non si faceva lezione, ma bisognava mettersi in divisa per fare esercizi militari nel cortile del vecchio convento, dove erano le aule del ginnasio e del liceo.
Tutti gli studenti erano, a seconda dell’età, figli della lupa, balilla o avanguardisti. I figli della lupa erano i più piccoli e non avevano obblighi particolari. I balilla avevano come divisa, pantaloni corti di color verde e camicia nera. Gli avanguardisti indossavano pantaloni alla zuava e giacca verde. Il mio problema era che a un certo punto cominciai ad usare pantaloni alla zuava anche quando ero vestito da civile e, quando mi fui abituato a stare con le gambe ben coperte dal freddo dell’inverno, non avevo più molta voglia di mettere i pantaloni corti per andare a compiere il mio dovere di balilla. Sentivo freddo.
Ed un giorno ebbi una brillante idea. Visto che mio padre era medico, perché non farmi fare un certificato per giustificarela mia assenza e non dover andare a prender freddo nel cortile del convento? Così il lunedì seguente, quando finito l’appello l’insegnante mi disse che dovevo presentarmi al preside per giustificare la mia assenza al “sabato fascista”, io andai tranquillo. Presentai il certificato e tutti finì lì. Ma il problema non era risolto, perché poi vennero gli altri sabati e, data la mia insistenza, mio padre mi fece altri certificati. E la cosa andò avanti per tre o quattro settimane. Ma un lunedì mattina, quando mi presentai al preside, questi mi disse con voce stentorea che se il seguente sabato non avessi partecipato agli esercizi militari, in divisa e con tanto di moschetto di dimensioni ridotte, sarei stato espulso da tutte le scuole del regno.
In quei tempi avevamo ancora un re. Io non mi impressionai molto e il sabato seguente fui di nuovo assente. Forse non mi rendevo ben conto di cosa significasse non poter andare più a scuola. Il lunedì seguente, dopo l’appello, mi fecero uscire dall’aula, ed io ero forse più contento che dispiaciuto. Ma la “dea fortuna” esiste. Nella settimana seguente un aereo da caccia nemico sorvolò la città e mitragliò la linea ferroviaria. Era la prima volta che avevamo a che fare con il nemico, che sino allora conoscevamo solo per quello che dicevano i “giornali radio” .
Molta gente uscì dalla città per vedere l’effetto del mitragliamento. Le traversine di legno erano scheggiate. Sui binari si vedevano le tracce brillanti che i proiettili avevano lasciato sull’acciaio. Ma niente più... Poi, pochi giorni dopo, una squadra di cinquanta quadrimotori, in formazione triangolare, sorvolò la città e lasciò cadere un micidiale carico di bombe. Non c’era stato allarme. Era la prima volta che succedeva e la distruzione fu grande ed i morti molto numerosi.
Pochi giorni dopo tutta la città era deserta. La popolazione era sfollata nelle poche ville e nelle case dei contadini nella campagna circostante. Quando, dopo più di un anno, ritornammo in città e ricominciarono le scuole, nessuno ricordò più la mia “espulsione da tutte le scuole del regno”
L’ESAME
Io, finito il liceo, partivo per frequentare i corsi della facoltà d’agronomia, nell’università di Pisa. Avevo con me una valigia con solo le mie cose personali e non avevo la minima idea dell’ambiente in cui mi sarei trovato a vivere e studiare. La prima materia che, secondo il programma, dovevo frequentare era matematica. Poi seguivano fisica, botanica, genetica e tutte le altre. [...]
Segue nel file allegato all'articolo. (Red)
Già dall'Ottocento Cagliari chiede una reliquia di sant'Agostino ma Pavia non risponde
Nel 1897 il sardo mons. Efisio Serra pubblicò il volume “Una pagina d'oro della storia ecclesiastica della Sardegna”. Lo spunto all'autore era stato offerto dalla “ricognizione delle preziose reliquie di sant'Agostino in Pavia” operata il 15 aprile 1884 dal vescovo pavese Agostino Riboldi. La “pagina d'oro” richiamata nel titolo è costituita dalle vicende del corpo e delle vesti di sant'Agostino in Sardegna, prima e dopo la traslazione delle spoglie a Pavia.
Non mancano però diverse pagine dedicate al racconto della collocazione delle reliquie del santo nella basilica di San Pietro in Ciel d'Oro e all'amore dei pavesi nei confronti del santo e dei suoi resti. Scrive mons. Serra: “L'affetto e la venerazione di quei cittadini verso il gran Santo e verso la monumentale Basilica che conteneva la sacre spoglie di lui, crebbero a dismisura, a tal che gli scrittori delle memorie di quell'epoca ne dicono, che allorquando i Pavesi s'arresero allo Sforza, compresero fra gli altri patti il libero accesso alla loro prediletta basilica, onde attingere conforto e ritemprare le loro credenze al glorioso sepolcro di S. Agostino”.
Aggiunge il nostro autore: “Dicono quelle memorie come i buoni Pavesi con a capo il Comune e il Podestà, non tralasciavano di recarsi processionalmente ogni anno nel giorno sacro a S. Agostino a S. Pietro in Ciel d'oro, con molti strumenti musicali in segno di festa, offrendo al S. Dottore diversi pallii di brocato il più ricco, i quali, per averne già molti l'attiguo monastero, spiegavansi nella annuale festività ed in quella di S. Pietro cui la Basilica e il cenobio erano dedicati”. Mons. Serra descrive infine con parole di grande ammirazione l'arca che i pavesi hanno voluto erigere a glorificazione eterna delle spoglie del santo, “impareggiabile monumento di religione e di scultura di marmo bianco, ammirabile per la sua grandiosità ed eleganza”.
Se in Sardegna furono conservate le vesti – nota però mons. Serra – all'isola “non è rimasta la consolazione di possedere una insigne reliquia del Santo (dal 1500 scelto come patrono della Sardegna) dopo averne custodito il corpo per duecento e più anni” e per questo egli implora: “Deh, sorga dunque presto quella felice aurora dall'esimio vescovo di Pavia, per benigna concessione del glorioso regnante Pontefice, una insigne reliquia del grande Agostino, perché riposi accanto alle sacre vesti di lui che Cagliari va superba di possedere tuttora!”.
Il 28 febbraio 2008, a Pavia, in San Pietro in Ciel d'Oro, a distanza di più di un secolo, la medesima invocazione fu pubblicamente ripetuta da don Vincenzo Fois (rettore della Rettoria di Sant'Agostino a Cagliari, curatore nel 2003 della ristampa del libro qui citato e “rivalutatore” di un personaggio misconosciuto come il vescovo africano Vincenzo di Ruspe) durante la celebrazione della messa in memoria della traslazione delle spoglie del santo (dal 16 settembre 2007, per decreto del vescovo di Pavia, elevato a compatrono, con san Siro, della città di Pavia).
Nella giornata di sabato 27 febbraio 2010, don Vincenzo e una delegazione di fedeli cagliaritani sono stati a Pavia ed hanno avuto la possibilità di seguire i lavori della giornata di studi agostiniani dal titolo "Il santuario di Agostino e Boezio dal Mille al XVIII secolo - Una storia per immagini”, organizzata dal “Comitato ‘Pavia città di Sant'Agostino’” (di cui fanno parte Comune di Pavia, Diocesi di Pavia, Provincia Agostiniana d’Italia).
Anche quest'anno, per merito di don Vincenzo, di Maurizio Porcelli, consigliere del Comune di Cagliari, e di Gesuino Piga, presidente del Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, è stata offerta ai cittadini pavesi una nuova performance del maestro di chitarra classica Luigi Puddu (direttore della civica Scuola di musica del Comune di Cagliari): così come nel 2008 i virtuosismi del maestro Puddu hanno riscosso grande successo. La proposta musicale favorita dal “Logudoro” quest'anno ha compreso anche l'esibizione del giovane baritono Marco Scardella (nato a Cagliari nel 1984, dalla fine del 2009 allievo al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano con la M.a Giovanna Canetti e, per solfeggio, della M.a Elfriede Demetz) accompagnato, con le note del prezioso organo della Basilica di San Pietro in Ciel d'Oro (si tratta di un Lingiardi del 1913, uno degli ultimi costruiti da un rappresentante dell' importante famiglia pavese di fabbricatori di organi attiva dal 1807 al 1920), dal giovanissimo Lorenzo Palestra (nato a Sant'Angelo Lodigiano nel 1991; formatosi presso il civico istituto musicale “Franco Vittadini” di Pavia sotto la guida della prof. Roberta Schmid; dal 2005 organista titolare della basilica di San Pietro in Ciel d'Oro). Anche ai due giovani musicisti sono andati meritati applausi.
Anche questa volta don Vincenzo ha espresso il desiderio che una reliquia del corpo di sant'Agostino torni a Cagliari ma le speranze di accoglimento della richiesta sembrano sempre più tenui.
Paolo Pulina
Atobiu de friargiu a su circulu "Su Nuraghe" de Biella
Atobius po si conosciri mellus fueddendi sa Limba
Tenni allutu su foghiteddu e de du fai bessiri unu fogaroni - Sa chistioni de meras fueddus sardus chi beninti strupiausu - sa “fregula sarda”, pasta fatta in domu in sa xifedda cun s'abilirari de is manus de is feminas, diventat ”la fregola” chi, in italianu, est atera cosa,
Su bintitresi de friargiu si seusu torraus agattai in su Circulu po mantenni sa promittencia chi esteusu fattu in su primu atobiu de gennarxu a si ingeniai a tenni allutu su foghiteddu e de du fai bessiri unu fogaroni. Est istettiu unu bellu spantu su biri ca custa borta fustusu meras de prusu e tottusu disigiosusu de pigai sa paraula po contai fattusu e historias noas e antigas calincunu nu ari accurtu a fueddai, aressi po sa borta chi benniri, speraus di essi sempri de prusu e deu seu de du crei giai chi is feminas de su circulu fainti manera de si ingustai preparendi po custasa occasionis drucitteddus sardus chi beni si accumpangianta cun sa “Ichnusa”, vernaccia e cannonau... e tottu aggiurara.
S'arrexionara
Dominicu Corongiu ari arregordau, comenti fenta a cussus tempus, a dexi annus, ancora pipieddu, dianta acordau, mandau a fai su pastoreddu e di furiara atturau troppu pagu poita non donanta a papai in gracia de Deus; desti serbiu po tottu sa vira, no di ari boffiu sci prusu de merisi e a sempri traballau in propriu.
Battista Saju, sa contau de su babbu suu, ca su primu tentativu de migranti da fattu andendisindi in Australia a coltivai tabaccu. Fu partiu a solu e candu esti torrau po ndi pigai sa familia, dusu fura partusu troppu attesu e dus era pigausu sa timoria manna: de non torrare a biere prusu sa Sardinia; tandu po mesu de unu compaesanu chi si agatara giai in terra biellesa ianta decidiu de si ndi enni a inoghe.
Gianni Lai, Zelinu Puxeddu, Antonellu Siddi e atrus anti tocau meras argumentus chi eusu a biri de allonghiai de prusu e mellus a unu a unu s'orta chi enniri: anti chistionau de is Leges de sas chiudendas, funti stetias sa ruina de sa Sardinia chi po milla e milla e prus annus fit sempri considerada sa terra de sa colletivirari.
Anti nomenau s'arau de lina, i misuras antigas: s'imburu, sa mesura, sa quarra, su moju e no de tottus si seusu arregordausu a cantu currispundenta cun i misuras di oi.
Pieru Pinna ari pesau sa chistioni de meras fueddus sardus chi beninti strupiausu in Sardinia puru, castiai sa fregua o fregula, chi propriu boreisi; chi anti fattu diventai "la fregola".
Du fainti in i giornalis sardus, in televisioni, in sa publicirari e su chi esti peus puru, finzas in is cunfezionis de is pastificius chi bendinti fregula.
Calincunu fit deppi spiegai comenti funti arrinescius a imbustai ”la fregola” dopu chi ligginti a sa pagina 742 su “Zingarelli 2005”: “Fregola, da fregare perchè i pesci al tempo di deporre le uova si fregano sui sassi. 1) stato di ecitazione che si verifica negli animali all'epoca della riproduzione; bramosia sessuale negli esseri umani”
Non sciu chi tottu custa cosa si poriri incasai cun su sughettu de cocciua, comenti esti scrittu in is bustas de “Fregola sarda”.
Su risultau esti ca struppiausu su sardu e feusu a biri ca no cumprendeusu mancu s'italianu.
Babbu iaressi fattu mellus a mandai a scola su burricheddu, si narara una borta.
Si propriu si oliri agattai una similitudini assumancus in sa forma sempri in sa pagina 742 di esti su fueddu ”Fregolo”, “l'insieme delle uova dei pesci”. Poriressi puru chi sa paraula fregula sia nascia ca s'assimbilara castiendida.
Sa pasta fatta in domu in sa scifedda cun s'abilirari de is manus de is feminas sardas si narara fregua o fregula chi propriu boreisi.
A si biri cun saluri.
Pieru Pinna
Is maginis aciuntas funti de su Fogaroni de Gadoni, “prendas de ierru", de Antolella Serra e giai pubrlicadas in su jassu "Paradisola"
Fonte: "Su Bandu" - Circolo culturale sardo Su Nuraghe - Biella
web: www.sunuraghe.it
fb: www.facebook.com/sunuraghebiella
Acqua e non Abba fin dalla Carta in caratteri greci
Ideologia linguistica e fondamenti di storia della lingua sarda
0. Tutti i linguisti che si occupano di lingua sarda dalla metà del Novecento in poi, possono e devono considerarsi, correttamente e onestamente, discepoli di Max Leopold Wagner (1880 - 1962). Per chiunque si volesse iniziare alla linguistica sarda, lo studio delle opere di Wagner è fondamentale e formativo.
In particolare, è fondamentale e formativa La lingua sarda. Storia spirito e forma (Berna, Francke, 1951; riedizione a cura di Giulio Paulis, Nuoro, Ilisso, 1997; qui abbreviato Storia; si cita secondo la prima ed.). Lavoro di maturità, scritto in una prosa scorrevole e con un taglio anche divulgativo, essa è spesso per alcuni, soprattutto per chi opera al di fuori della Sardegna, l'unico riferimento bibliografico importante o uno dei pochi.
Ad essa vanno affiancati, come altrettante opere di riferimento e di consultazione obbligatorie, la Fonetica storica del sardo, la cui edizione tedesca è del 1941, e il Dizionario etimologico sardo (DES), 1960 - 1962 (con ristampe successive). Come sappiamo ancora, in questi lavori di Wagner vengono avanzate e sviluppate alcune teorie di portata generale per la storiografia del sardo.
Queste teorie non solo hanno fatto scuola ma sono diventate i pilastri che sostengono quasi tutta la storia della linguistica sarda successiva a Wagner e a lui ispirata. Per l'autorevolezza dello studioso che le ha formulate, il quale rimane un maestro indiscusso della fonetica, della dialettologia, della lessicografia e degli studi etimologici sardi, tali teorie, circondate dall'aura dell'infallibilità, non vengono quasi mai sottoposte a un riesame critico. A distanza di oltre mezzo secolo è tuttavia opportuno saggiarne l'effettiva validità e consistenza.
1. Nella prima parte di questo contributo ci riferiremo a una di queste teorie, individuata come particolarmente significativa, e la presenteremo secondo La storia della lingua sarda e gli altri due lavori menzionati. Compieremo una verifica sulla coerenza logica della tesi, rimanendo rigorosamente all'interno del limite cronologico, bibliografico e testuale delle opere dello studioso tedesco. Ogni dato e ogni informazione che non risponde a queste restrizioni ma che riteniamo possa essere utile al lettore, sarà perciò riportato in nota.
Per quanto riguarda la tesi wagneriana, riesamineremo le prove esibite per la sua dimostrazione e ripercorreremo le procedure argomentative. Prendendo le mosse dal testo wagneriano stesso, verranno evidenziati, certe volte, i passi che interessano di più ai fini di questa discussione: Storia, p. 48: "[...] si può dire che la lingua dei documenti sardi antichi [= medioevali] è assai omogenea e che, ad ogni modo, l'originaria unità della lingua sarda vi si intravvede [sic!] facilmente.
Tuttavia una certa differenza fra il dialetto meridionale o campidanese e quello settentrionale o logudorese comincia ad abbozzarsi [...]" Storia, p. 49: "abbiamo cercato di provare, nella nostra H[istorische] L[autlehre des] S [ardischen], che le essenziali differenze fonetiche che oggi caratterizzano il campidanese di fronte al logudorese si devono appunto all'influsso toscano [...]" (cfr. Fonetica storica,, p. 225, par. 215: "Mentre la CdL ed il CSMB, provenienti dalla zona di Oristano, hanno sempre grafie con b(b) (fatta eccezione per il caso di equa accanto ad eb- (b)a, i documenti cagliaritani presentano sin dalle origini soltanto grafie italianeggianti ..."
p. 225, par. 216: " Per quel che riguarda la situazione attuale, troviamo b(b) in tutto il territorio logudorese, e così nell'Ogliastra sino a Perdas de Fogu compresa verso sud; anche nel Campidano di Milis la regola è b(b), solo a Nurachi compare akwa accanto ad abba, mentre a Cabras di dice akwa, ma anche ebba." p. 227, par.
218: "Per quanto riguarda gli esiti di qu- (kw), i testi in camp. a. del giudicato di Arborea, provenienti cioè da Oristano e dintorni, concordano, come si è visto, con quelli in log. a.; solo i documenti cagliaritani mostrano suoni che corrispondono a quelli attuali. Oggi nel Sud si dice akwa, kwatt(u)ru, eg.wa, lingwa, angwiḍḍa, e così in tutto il Campidano sino ad Oristano, mentre ad est le forme logudoresi arrivano generalmente sino a Perdas de Fogu compresa. Che un tempo, però, anche tutto il Sud avesse gli stessi esiti del Logudoro, mostrano alcuni vocaboli, che sono pronunciati nelle regioni meridionali sempre e ovunque con b; così anche nel Campidano si dice generalmente battili, silibba, silimba = siliqua ..." )
Molto più avanti, in Storia, il riassunto della tesi: Storia, p. 258: "Più importante però che sul lessico è l'influsso che il toscano antico ha esercitato sulla fonetica del campidanese. Mentre i più antichi testi campidanesi [quali?] mostrano le stesse particolarità che si trovano nei documenti logudoresi e che sono ancora caratteristiche del log. (come ke-, ki-; qu- > b-, ecc.) le carte cagliaritane [medievali] presentano già condizioni fonetiche che preludono alle attuali [...]
Nella nostra HLS abbiamo dimostrato che queste innovazioni si sono operate durante il dominio pisano e che non sono che adattamenti al sistema fonetico toscano. E che esse sono partite dalla capitale."
Quali sono le condizioni politiche, sociali e linguistiche che hanno favorito questo profondo influsso strutturale e quando si può considerare che siano diventate determinanti? Il quadro storico generale, noto, è che l'ingerenza politica pisana in Sardegna, la quale da protettorato si trasforma in dominazione, si iscrive tra l'XI e la metà del XIV secolo.
I più antichi documenti campidanesi sopravvissuti appartengono alla seconda metà dell'XI secolo. Tuttavia, per dirla sempre con le parole di Wagner, è soltanto Storia, p. 247: "dopo la conquista del giudicato di Cagliari per opera di Oberto di Massa (1256), [che] la civiltà italiana penetrò largamente e dominò nella capitale e nel bacino minerario di Iglesias." Perciò: Storia, p. 52: "In Cagliari la lingua toscana era, nei secoli XIII e XIV, talmente diffusa che, come abbiamo detto [a pp. 48, 49, v. supra], intaccò fortemente il sardo della capitale e della pianura."
Riassumendo, l'influsso toscano determinante agirebbe tra il XIII e il XIV secolo. Per logica conseguenza, le prime attestazioni del distacco fonetico del campidanese dall'originaria ed unitaria matrice sarda si dovrebbero iscrivere nel medesimo periodo e non prima. I più antichi documenti campidanesi, che sono anteriori e che risalgono alla seconda metà dell'XI secolo, dovrebbero perciò testimoniare l'assetto fonetico pretoscano.
Andrebbe anche dimostrato, cosa che Wagner non fa, che il fenomeno sociolinguistico che avrebbe favorito l'interferenza fonologica sia un bilinguismo, anzi un mistilinguismo sardo-toscano esteso sia socialmente che funzionalmente. Dei due fenomeni fonetici principali evidenziati da Wagner (ke-, ki-; qu- > b-) ci soffermeremo su uno solo, sul secondo: l'evoluzione delle labiovelari latine, che a parere di molti "costituisce uno dei tratti più distintivi del sardo" [Blasco Ferrer 2003: 202].
Come caso rappresentativo abbiamo scelto o, piuttosto, ci è stato imposto dalla documentazione medievale, quello di AQUA, parola appartenente al lessico fondamentale, il cui referente, l'elemento e il bene acquei, è dotato di valori vitali e sociali della massima importanza. Vediamo, pertanto, se esistono prove di qu > b (ossia di b < Kw) nella documentazione campidanese dei secoli XI - XIII. Ci interessano soprattutto i documenti del secolo XI, quando il toscano non dovrebbe ancora avere nessuna forza sociolinguistica per interferire profondamente nella struttura fonetica del sardo.
Il documento campidanese più antico è il privilegio del 1070 - 1080, ma forse già del 1066 - 1074 [Volpini 1986, p. 19, n. 48], che è il primo dei documenti pubblicati da Solmi nel 1905 [pp. 13 - 15]; in esso il giudice Torchitorio, sua moglie Bera e suo figlio Gostantini fanno una ricca donazione all'arcivescovado di Cagliari, consistente in persone di condizione semi-servile (liberus de paniliu) e in abitati rurali (ville, billas); in particolare, le ville vengono cedute insieme con i loro fundamentus et saltus, AQUAS [enfasi mia] et padrus et domestias et semidas et binias ("patrimoni di base delle comunità e campi incolti, acque e prati=pascoli e aziende rurali e campi coltivati e vigne").
Tale documento ci è però giunto in una copia tarda del XV secolo, sebbene debitamente autenticata sull'originale pergaminea vetustissima in lingua sardischa, cuius tenor talis est.
Tuttavia, non essendo un originale, è più prudente scartarlo ai fini del nostro discorso.
Prima di passare al pezzo forte, che è la carta marsigliese in caratteri greci (1081 - 1089), vale la pena di sottolineare che nelle carte volgari medievali del giudicato di Cagliari [Solmi 1905] riscontriamo sempre formule simili a quella di cui sopra, quando si indicano "acqua, acque" ed altri beni immobili.
Questi documenti sono emanati complessivamente tra il 1140 - 1225, nel periodo in cui il toscano presumibilmente era già in condizioni di influire sul sardo campidanese (abbiamo evidenziato con lettere maiuscole la parola che ci interessa, col neretto le date dei documenti): cum binias et domestias, cum saltu et AQUA, et omnia cantu apu pusti cussa domu (doc. VI, anno 1140 cca.) mi derunt plazza et terras et uinias et saltus et AQUAS (doc. X, a. 1190 - 1200) ki si cumenzat daba su bau ["guado; palude, terreno acquitrinoso", < VADUM] de terra alba dess'AQUA des passaris (doc. XI, a. 1215, in cui terra alba e aqua des passaris saranno toponimi) clompit ["arriva, giunge" < COMPLERE] ad su bau d'AQUA salsa (ibidem) su monti d'AQUA friida (toponimo; ibidem) plazzas et terras aradorias et binias et pumu ["(alberi da) frutta"] et saltus et semidas et AQUAS (doc. XIII, a. 1215) plazza et terras et binias et saltu et AQUA et semidas (doc. XIV, a. 1215) hominis et plaçça et terra et binia et saltu et semida et AQUA (ibidem) terra et binia et plaçça, et pumu et saltu et AQUA (doc. XVII, a. 1217) et clompit ad s'AQUA des passaris de sanctu Jorgi, in bau de terra alba (doc. XIX, a. 1225; cfr. supra doc. XI, a. 1215) plazas et terras aradorias et saltu et AQUA (ibidem). Gli excerpta sono stati tratti soltanto dai documenti originali.
Non vi riscontriamo traccia di un'eventuale abba, constatazione già fatta in questi stessi termini da Guarnerio nel 1906 [p. 211, par. 56]: "Nessuna traccia di labializzazione." Siamo anzi autorizzati a supporre che il tipo di enumerazione dei beni immobili, le formule sintattico-lessicali contenenti la parola aqua, pertinenti a severi e aridi (in nessun caso "rozzi" [Blasco Ferrer 2003: 17/I] ) documenti con carattere e valore giuridici, siano stereotipati e tradizionali, dunque ancor più antichi.
Ma torniamo al secolo XI.
Nella famosa carta sarda in caratteri greci del 1081 - 1089 [Cau 1999 b; Blasco 2003, I: 51 sgg.], conservata negli archivi dei monaci vittorini (ora presso le Archives départementales des Bouches-du-Rhône), ricorre per l'appunto lo stesso tipo di formula, coerentemente con lo stile ragionieristico di un atto (renovatio) che conferma una donazione precedente:
rigo 11: ε σαλτο εδ ακουα ε ττερα αρατορια e salto ed akua e ttera aratoria κη απω αβ αωα μια ki apo ab aoa mia
Nello stesso documento, al rigo 12, è un toponimo contenente il sostantivo akua, toponimo che corrisponderebbe all'odierno Gregori de Arriu (< RIVUS), nome di luogo nelle vicinanze di Monserrato [Blasco 2003, I: 55]: ησα δομεστια δε Γρ[εγορη] δε ακκουα isa domestia de Gr[egori] de akkua
Come valutare questa duplice presenza di akua nella carta greca?
Wagner, nella Fonetica storica del sardo, sosteneva con fermezza, come si è già accennato, che "i documenti cagliaritani presentano sin dalle origini soltanto grafie italianeggianti: άκουα [ecc.]" (par. 215) "la pronuncia ákwa, ecc. si sia sviluppata dapprima a Cagliari, ma [che] non sia quella originaria, bensì una imitazione dell[a pronuncia] italiana [,] sorta durante la dominazione pisana ..." (par. 218)
La stessa idea viene poi ripetuta nel DES, s.v. abba: " [...] abba, che una volta è stata senza dubbio la forma di tutto il Campidano; akwa si deve a un compromesso con la forma italiana (HLS, §§ 215 e 218)."
Limitatamente ad AQUA e ai suoi contesti, la documentazione medievale campidanese, molto precoce, è stata da noi riproposta nella sua interezza. Tale documentazione era nota a Wagner (Solmi pubblica, infatti, nel 1905 e il saggio di Guarnerio è del 1906) e da lui era stata parzialmente utilizzata, ma non rivestì nessuna rilevanza particolare per lo studioso tedesco dal momento che egli vi vedeva soltanto gli esiti del forte e decisivo influsso toscano da lui ipotizzato.
Fungeva da controprova il fatto che l'influsso pisano si sarebbe esercitato soltanto sulle parole campidanesi aventi corrispettivi italiani (acqua, aquila, quattro, cinque, ecc.); così si spiegherebbe "come mai termini del lessico contadino privi di corrispondente in italiano siano rimasti con la vecchia articolazione [bilabiale, cioè, con b]." [HLS, par. 218]
La serie lessematica del campidanese su cui il toscano non avrebbe agito e non avrebbe potuto agire perché privo di corrispondenti coetimologici, contiene, tra le altre cose silíbba - silímba "carruba, baccello" < SILIQUA ; abríḍḍa - arbíḍḍa "squilla marittima, cipolla di mare" < SQUILLA.
Ma la situazione moderna di questi vocaboli, facenti parte di un lessico periferico, è più complessa, come documenta lo stesso Wagner in base alle sue rilevazioni personali. Egli stesso fa notare (Fonetica, par. 218) che in campidanese esistono ed esistevano anche le varianti con kw: silíkwa - siβíkkwa - síkkwa "baccello; spicchio d'aglio o di arancia" (Siliqua per di più è anche toponimo, nome di un villaggio); askwíḍḍa (a questo proposito Wagner cita anche l'antico su erriu de gutturu d'esquilla, doc. XI, anno 1215 [Solmi 1905]).
Da dove provengono tali varianti fonetiche dal momento che non sono dovute all'interferenza da parte dell'italiano antico?
Wagner non ne fornisce la risposta ma non esplicita nemmeno la domanda.
Poi c'è la serie: báttili "panno che si mette sul cavallo, sull'asino" < QUACTĬLE; párdula "dolce al formaggio o alla ricotta; formaggella" < QUADRŬLA. Per quanto riguarda la presenza, nei dialetti campidanesi, di báttili "coperta per cavallo, asino" e di párdula "tipo di dolce", concordiamo con Bolognesi - Heeringa [2005] che tali parole potrebbero considerarsi prestiti culturali o tecnicismi, provenienti dai dialetti centrali.
Non fanno comunque parte, nemmeno essi, del lessico fondamentale, al quale invece appartengono "acqua, quattro, cinque", e perciò il loro trattamento sia nella storia della lingua sia nel presente lavoro ha peculiarità non assimilabili a quelle del lessico di base.
Si aggiunga all'elenco delle attestazioni 'anomale', contraddicenti la teoria di Wagner qui discussa, la forma odierna eγua "cavalla", attestata quasi tale e quale già nelle carte volgari cagliaritane: equas, egua (doc. XIII di Solmi [1905], anno 1215), precedentemente al periodo in cui il catalano avrebbe, eventualmente, potuto interferire persino nelle core structures del sardo.
Anche questo è un esempio noto a Wagner (Fonetica, par. 215; DES, s.v. èbba), ma ha per lui un valore probatorio irrilevante in quanto "il cagl[iaritano] e poi camp[idanese] gen[enerale] eγua ha subìto l'influsso del cat[alano] egua" (DES), "per il Sud dev'essersi trattato di un adattamento al cat. egua (sp yegua)." [Fonetica, par. 218].
Al termine di questa prima parte del mio intervento vorrei formulare alcune considerazioni generali.
Sono evidenti, a mio avviso, le incongruenze argomentative di Wagner, in cui il pregiudizio ideologico relativo alle migliori ed autentiche proprietà linguistiche delle zone centrali della Sardegna (pregiudizio, peraltro, di vecchia data, in quanto elaborato e maturato durante i suoi primi viaggi in Sardegna) confligge con l'attenta e fededegna documentazione di fenomeni fonetici e dialettali.
Pertanto le contraddizioni non si situano sul piano strettamente tecnico della rilevazione e dello studio fonetici o dialettologici, ma su quello ideologico, delle interpretazioni e della teoria precostituita, le quali, alla stregua di un letto di Procuste, distorcono i dati e il loro senso, la loro lettura 'naturale', cioè l'interpretazione più economica e più diretta.
In secondo luogo, l'inadeguatezza e la debolezza della teoria secondo cui certe peculiarità fonetiche del campidanese si devono alla determinante interferenza del pisano (e poi del catalano), è dimostrabile anche solo all'interno dei lavori di Wagner, in base alla documentazione a lui accessibile, da lui utilizzata e in base ai dati da lui forniti. Non è affatto necessario ricorrere a controargomentazioni o a confutazioni ricavabili da documentazioni posteriori a Wagner, più ricche, o da metodologie più moderne o più sofisticate.
Da Wagner in poi gli studiosi si dichiarano però sostanzialmente d'accordo sul fatto che "l'esito sardo qu > (b)b [...] è proprio, almeno anticamente, di tutte le varietà dialettali sarde" [Paulis 1981: 35]. Pure Contini [1987, Texte: 68] è del parere che "L'aire de b < QṶ- GṶ- était au Moyen-Age beaucoup plus étendue qu'aujourd'hui et il n'est pas exclu qu'elle ait pu recouvrir la totalité de l'île. Parmi tous les anciens documents, seules le Carte Volgari et une Charte en caractères grecs, issues de la région de Cagliari, connaissent un traitement différent, dû probablement à une influence toscane."
Anche da Virdis [2004: 54] si dovrebbe evincere che il fenomeno continua ancora ad essere valutato come "innovativo" (nel senso, certamente, di "non originario, non di trasmissione diretta dal latino"): " i caratteri grammaticali e fonetici [della lingua dei documenti campidanesi antichi] mostrano una originalità, coetanea e indipendente, della variante meridionale rispetto alle altre varianti sarde, originalità che consiste in genere, ma non sempre né automaticamente, in dati di apertura innovativa: acqua e non abba fin dalla Carta in caratteri greci [...]."
[...]
Marinella Lőrinczi (Università di Cagliari)
Fonte: people.unica.it/mlorinczi/files/2007/10/oxford-comunicazione-lorinczi.pdf
Popolo viola, domani di nuovo in piazza
manifestazione contro la legge sul legittimo impedimento e la corruzione. Popolo viola, domani di nuovo in piazza. Adesione anche da parte della Cgil e del centrosinistra
Il popolo viola, nato dalla grande manifestazione del 5 dicembre 2009 per chiedere le dimissioni di Silvio Berlusconi, entra di nuovo nel gioco politico. Un'altra iniziativa simile a No B-day è stata organizzata a Roma domani.
Alle 14.30, le persone e le associazioni che hanno la loro adesione su Facebook si daranno appuntamento a Piazza del Popolo. Naturalmente non mancheranno gli esponenti dei partiti, certamente ci sarà la presenza di Oliviero Diliberto, Paolo Ferrero, Massimo Donadi, Marco Pannella, e altri dell'opposizione insieme alla Cgil che ha dato la sua adesione. Nelle immagini la conferenza stampa di presentazione della manifestazione.
«Va detto che noi non cerchiamo l'adesione dei Partiti – aveva detto Paolo Andreozzi durante la conferenza stampa che si è tenuta il 19 febbraio scorso per presentare l'iniziativa alla quale si deve registrare l'adesione del centrosinistra e della Cgil- noi cerchiamo quella dei cittadini, naturalmente se questi si riconoscono nei corpi intermedi che sono i partiti sono comunque ben accetti». E nelle previsioni dei promotori c'è la fiducia che anche stavolta la piazza sarà riempita. Si attendono 200 pullman da tutta Italia anche se l'aria non è la stessa dello scorso anno quando Piazza san Giovanni scoppiò letteralmente di manifestanti.
In realtà Berlusconi non si è dimesso, lo “scandalo escort” non lo ha poi così danneggiato, sulle leggi ad personam in qualche modo si sta arrivando ad un accordo e anche all'interno del cosiddetto popolo viola è emersa qualche crepa. Basta leggere le varie pagine dedicate su Facebook per capire la difficoltà che riguarda la possibilità, anche solo lontana, di strutturare il movimento. Anche se da questo punto di vista è da notare che il 19 marzo ci sarà la prima assemblea nazionale del movimento.
Per gli organizzatori «la necessità di protestare nasce da un sentimento, noi siamo cittadini e siamo stufi di alzarci ogni mattina e leggere nei giornali nuove ragioni per alzare le braccia al cielo e dire: Non è possibile, basta». Il popolo viola non accetta di essere incasellato politicamente, ribadisce orgogliosamente di rappresentare solo quei cittadini che esigono il rispetto del dettato costituzionale, in particolare l'articolo 1, il 3 e il 21. Questo perchè «in questo paese si è diffusa in maniera virale una cultura dell'”irrispetto”, penso al non rispetto nei confronti delle donne, del lavoro, della libera informazione e delle istituzioni. Dei valori della convivenza civile che sono rappresentati dalla Costituzione».
Ma nonostante gli organizzatori continuino a dire di essere solo cittadini e non attori politici, intesi come appartenenti a settori politici ben determinati, le richieste alla “Politica” sono evidenti: «la data di questa manifestazione è stata dettata dall'agenda politica perchè probabilmente il 27 febbraio la legge sul legittimo impedimento sarà firmata dal presidente della Repubblica».
Non mancano anche le iniziative fantasiose tese ad attirare l'attenzione dell'opinione pubblica, il segno che comunque il filo dell'azione del popolo viola è continuato anche in questi mesi. E' il caso della partente a punti per i parlamentari perchè – viene ricordato durante la coferenza stampa - «il popolo viola vuole avere un ruolo di sentinella e per averlo ha inventato una patente a punti, 20 per la precisione, che è stata consegnata a tutti quei deputati che non hanno votato per il legittimo impedimento. Però come tutte le patenti anche questa è soggetta al ritiro».
(alessandro fioroni)
Fonte: www.agenziami.it/articolo/5808/Popolo+viola+domani+di+nuovo+in+piazza/
Primo Marzo 2010, sciopero dei migranti per chiedere il rispetto dei diritti
Primo Marzo 2010, sciopero dei migranti per chiedere il rispetto dei diritti
Manifestazioni e cortei in tutta Italia per dire “No” al razzismo e all'intolleranza
Immigrati, seconde generazioni e italiani per condannare e rifiutare il razzismo e l'intolleranza. Una giornata di sciopero con manifestazioni e cortei previsti in diverse città italiane. Un'iniziativa promossa dal comitato “Primo Marzo 2010”, ispirandosi al movimento francese “La journée sans immigrés: 24h sans nou”.
Una rete di migranti, cittadini e associazioni accomunati dalla volontà protestare contro il rifiuto e l'esclusione. Il giallo sarà il colore distintivo dell'iniziativa: chiunque voglia partecipare alle manifestazioni basterà che indossi un braccialetto o un nastrino giallo come segno di riconoscimento.
Intervista a Sergio Gaudio, referente del comitato romano "Primo Marzo 2010".
«Cosa succederebbe se i quattro milioni e mezzo di immigrati che vivono in Italia decidessero di incrociare le braccia per un giorno?» E' la domanda alla base di “Primo marzo 2010”: un collettivo di cui fanno parte immigrati, seconde generazioni e italiani, accomunati dal rifiuto del razzismo e dell'intolleranza.
Ispirandosi al movimento francese “La journée sans immigrés: 24h sans nou”, gli organizzatori di “Primo Marzo 2010” hanno deciso di promuovere una grande manifestazione su scala nazionale per far capire a tutti l'apporto determinante dei migranti alla nostra società. Un'iniziativa nata per condannare e rifiutare «l'utilizzo stumentale del richiamo alle radici culturali e della religione per giustificare politiche, locali e nazionali, di rifiuto ed esclusione».
Un movimento trasversale non politico a cui hanno deciso di aderire tante associazioni e pezzi di società civile: Emergency, Libera, Mixa, Libera Università delle Donne, ReteLegale.net, CittadinanzAttiva Lazio, SDL Intercategoriale, Fim nazionale, Psi, No Razzismo Day, Fiom-Cgil, Amref, Cobas, PD, Unione degli Studenti, Legambiente, Amnesty, i Verdi, i comuni di Caulonia e Riace (Calabria). Il movimento ha scelto il giallo come colore distintivo «perché è considerato il colore del cambiamento e per la sua neutralità politica».
I promotori della giornata contro il razzismo hanno quindi invitato chiunque voglia unirsi alle manifestazioni di protesta, ad indossare un braccialetto o un nastrino giallo come segno di riconoscimento.
Cortei e manifestazioni in tutta Italia
A Roma alle 17 Porta Maggiore partirà il corteo delle reti antirazziste cittadine, che si unirà per Piazza Esquilino con il comitato migranti per poi confluire alle 18 in Piazza Vittorio Emanuele, dove si aprirà la manifestazione indetta dal comitato primo marzo.
A Milano il comitato ha organizzato vari momenti di manifestazione nel corso della giornata. Alle 9.30 fuori da Palazzo Marino, il corteo farà giro attorno al municipio milanese; alle 13.00 verrano stesi tre grandi striscioni gialli in tre luoghi significativi per la vita degli immigrati a Milano: la Questura ("Permesso di soggiorno per tutti.
Tempi di rinnovo più rapidi"), il Tribunale ("Migrare non è reato") e Via Corelli ("Basta silenzi. Chiudiamo i centri di identificazione ed espulsione"). Alle 18:30 in Piazza Duomo verranno lanciati dei palloncini gialli e a seguire partirà un corteo verso Piazza Castello, dove ci saranno una serie di interventi.
A Napoli alle 11 è prevista la partenza di un corteo da Piazza Garibaldi, mentre a Palermo l'appuntamento per il primo marzo è fissato in Piazza Bolognini, con raduno e partenza di un corteo.
Fonte: www.agenziami.it
Alcune considerazioni | Paolo Barnard
Vi dibattete con fatica immane, vi disperate, vi consumate la vita, per acchiappare ombre. Avete degli 'eroi' che per far soldi ed essere 'divi' vi incoraggiano a continuare. Dovreste odiarli, ma li amate.
Berlusconi? E dov'è il problema?
La Camorra? E dov'è il problema?
Le guerre imperiali? E dov'è il problema?
La fame nel mondo? E dov'è il problema?
Sono tutte espressioni dei Sistemi di Potere, brutali, corrotti, avidi. E dov'è il problema?
I Sistemi di Potere, brutali, corrotti, avidi sono la cosa più comune della Storia dell'umanità, nulla di nuovo, ci sono sempre stati: gli imperi coloniali, la schiavitù, la barbarie, l'Inquisizione, le tirannie, lo sfruttamento delle masse, dei bambini, i fascismi, certi comunismi, tutti fenomeni confronto a cui Berlusconi e la Camorra sono minuzie. Vogliamo forse paragonare i Conquistadores spagnoli alla Lega? I Gulag alla Campania?
Ma i popoli si sono organizzati, e li hanno sempre uno a uno spazzati via. Lo hanno fatto quando non c'era la Tv, non c'era Internet, non c'erano le democrazie. Lo hanno fatto quando rischiavano la tortura, lo sterminio, la sparizione nelle fosse comuni, e quando non esisteva una giustizia di alcun tipo a tutelarli. Ma lo hanno sempre saputo fare.
Il dramma del nostro tempo è che non siamo più capaci di farlo. Tutto qui. Pensateci.
Il dramma non è l'esistenza di Berlusconi o di Putin, del Fondo Monetario o di Wall Street. Il dramma non è che ci manca l'informazione, non è infatti che non sappiamo quanto brutali, corrotti, avidi essi siano.
Il dramma è che non sappiamo più spazzarli via. E siamo i primi nella Storia a essere così pavidi.
Potreste pensionare ogni vostro 'paladino' dall'Antisistema per 200 anni, senza perderci assolutamente nulla. Perché il dramma siete voi, noi, tutti noi e la nostra pavidità.
Paolo Barnard
Fonte: www.paolobarnard.info
Sa limba sarda a arriscu de estintzione
Mancat una polìtica linguìstica chi siat capatze de superare sas barrieras mentales de annos de colonizatzione culturale – Est sa tesi de Istèvene Chessa.
Tàtari
Est cunsolidadu, finalmente, pro totus, chi su Sardu est una limba diversa dae s’Italianu e chi, a paridade de custu, depat àere sos matessi diritos e doveres pro essere impitadu in d’onzi àmbitu sotziale. Ma proade a andare in sas iscolas, o in cheja e dimandare de tzelebrare una missa o unu battiju in sardu…bos azis a abizare chi custa limba, foras de calchi casu raru, est galu negada. A oe mancat una polìtica linguìstica e, ligada a manera istrinta a custa, una cussièntzia linguìstica sèria e forte in su pòpulu sardu chi siat capatze de superare sas barrieras mentales de annos de colonizatzione culturale.
Solu sa mobilitatzione generale de sas persones responsàbiles at a poder giùghere a sa libertade polìtica piena, siat a nàrrere a su bilinguismu perfetu, chi diat a su Sardu su matessi pesu sotziale chi at, oe, s’Italianu. Ma, mancari bi siant medas leges pro s’amparu de sa limba sarda, in sas iscolas de s’ìsula si sighit a impreare testos chi cunsìderant su Sardu comente unu dialetu italianu!
Una leada in giru chi offendet sos matessi fizos nostros e chi los imbrògliant culturalmente infrommèndelos cun su falsu! Pro custos argumentos sos dotzentes sardos de rolu e non de rolu no ant perunu interessu a falare in sas carrelas. Chie amparat, tando, sos piseddos nostros? Niunu! Est fintzas beru chi calchi mastru e pro-fessore sighit fintzas a brigare e ammunire sos istudiantes chi narant “umbè” (molto) o eja (sì).
Si sa situatzione de sa limba sarda est in fase de dismaju est fintzas proite sos dotzentes “èducant” sos pitzinnos fràgiles a non faeddare in Sardu in cantu elementu inopportunu pro sa frommatzione culturale e sotziale de sa persone.
Tue pensas e faeddas in Sardu? Ma meda de sos dotzentes non lu cherent, galu, atzetare! A sa cara de sa democratzia linguìstica e de sa pedagogia moderna.
Amus faeddadu de sas vàrias problemàticas de sa limba sarda cun s’espertu Istèvene Chessa.
Tue as fatu, de retzente, letziones de Sardu a sos iscolanos de sas elementares e mèdias in Tissi, sa ‘idda tua. Cal’est sa situatzione linguìstica tra custos pitzinnos?
«A dolu mannu apo iscumproadu chi sa limba sarda est de su totu disconnota pro sa majoria de sos piseddos e poto, tando, nàrrere chi sa situatzione est drammàtica. Si escluimus sas ecetziones, su 95 pro chentu de sos pitzinnos non solu non connoschent su Sardu, ma non lu comprendent pro nudda».
Tue ite dias propònnere pro su recùperu de su Sardu?
Il tuo browser potrebbe non supportare la visualizzazione di questa immagine. «Non si podet fàghere a mancu de s’insignamentu de sa limba sarda in sas iscolas».
Obbligatòriu o facultativu?
«Deo dia isperare obbligatòriu. Custu, puru proite sa lege natzionale 482 previdit, in s’artìculu 6, chi in sos istitutos benzat imparada sa limba sarda in cantu limba de minoria, e pro tantu a arriscu de estintzione».
Ite dias propònnere pro cumbìnchere sas famìlias a faeddare, ma subratotu a educare sos pitzinnos in Sardu?
«Si sos babbos e sas mamas non faeddant in Sardu at a èssere improbàbile chi lu potant fàghere cun sos fizos issoro. Mancat, a s’ispissa, sa capatzidade de lu fàghere. Bi sunt persones de vintichimbe – trint’annos chi non faeddant in Sardu, mancu in manera suffitziente e, no essende abituados a lu fàghere, non lu trasmitent».
Tando sa limba sarda no at isperas de subravivèntzia?
«Si s’at a sighire gai est naturale! Sas initziativas ùtiles diant poder èssere cussas relativas a sa poesia, sa mùsica, su teatru, etc. chi sunt aspetos fundamentales de sa cultura sarda».
Non b’est, gai, s’arriscu de rùere in su folklore?
«Est un’arriscu chi devimus cùrrere, a mala gana, si cherimus chi su Sardu diventet, andende a dae in antis, pròpiu comente s’Italianu, ca in àteras maneras su Sardu at a istare sempre una limba segundària ».
Ite cussièntzia at, su pòpulu sardu, de sa limba pròpia?
«Totus sos Sardos sunt cussientes de custu patrimòniu mannu, ma in pagos faghent calchi cosa pro sa tutela e s’amparu de sa limba issoro».
Ite nde pensas de sa Limba Sarda Comune?
«Deo so de acordu cun custa, ca si diamus chèrrere pensare de introduire sa limba sarda in sas amministra-tziones pùblicas est normale chi depat esistire una limba comune chi siat sa matessi pro Tàtari, gai comente pro Casteddu, S’Alighera e Calasetta, chi sunt totas realidades linguìsticas diferentes intrapare».
Pro cale motivu in su Sardu iscritu si impreat su “ch” e non prus su “k”?
«Fintzas oe bi sunt àreas linguìsticas in ue si impreat, galu, sa k, àteras chi preferint su ch, e no isco si bi siat unu motivu. Est possìbile chi siat pro non s’iscostare troppu dae sa limba italiana».
In su 1989 duos frades minores de San Panteleo sunt istados bocciados proite s’Italianu issoro fit “influentzadu dae su Sardu”. Custu perìgulu, creo, non b’est prus?
«Non creo de poder nàrrere chi non bi siat prus. Sa timoria manna est chi bi siat galu unu pagu de distaccu dae parte de sos insignantes e de sas iscolas in generale».
Si podet faeddare de genocìdiu culturale?
Si devet faeddare de genocìdiu culturale.
De Fabrìtziu Dettori
La colpa d'essere sardi, parola di Cappellacci. E se manca il pane, mangiate palazzi e aragoste
La coltre di un grande maleficio soffoca la Sardegna. E' trascorso appena un anno da quando Ugo Cappellacci ha conquistato la Regione, issato sulle spalle di Berlusconi. Ma sembra un tempo già lunghissimo, angoscioso. Ci ha risucchiato in una condizione antica ma ora più opprimente. Perché sembra inesorabile, proiettata a futura memoria: senza speranza, irredimibile.
Come ha scritto Luca Telese: "L'isola in cui sono nato non è più Italia. E' come un'appendice lontana, una colonia dimenticata, un'obsolescenza del passato.....visto che i sudditi hanno già votato, è come se si fosse cancellato un popolo". S'era detto qualche mese fa in termini analoghi. Dalle stelle alle stalle, via dalla ribalta, giù il sipario, buio in sala. La Sardegna - benché sospesa in una quasi guerra civile fredda attorno a Renato Soru - è passata da anni di illuminazione eccezionale, all'invisibilità dell'irrilevanza. Scomparsa da ogni radar, teleschermo, pagina di giornale nazionale. Di nuovo solo espressione geo-turistica. Insignificante e trascurabile. Politicamente azzerata. Istituzionalmente inesistente. Economicamente in marcia verso il collasso.
In queste tenebre, riaffiora perfino la vocazione della Regione immobiliarista e compradora. Scatta un'impudente vecchia-nuova pulsione palazzinara a spese dei contribuenti. Metafora massima del malgoverno-bis della destra dopo lo scempio del 1999-2004. Manca il pane, alla lettera: in Sardegna avanza la fame vera. Ma l'emergenza che assilla la Giunta è l'acquisto a tambur battente di due palazzoni. Gli stessi - proprietari Sergio Zuncheddu e la Tepor - già concupiti, quasi acquisiti nel 2004 ma cassati da Soru. Destinazione, i dipendenti regionali.
Notoriamente stremati in spazi ristretti, a livello dell'Hotel Buoncammino. Subito nuovi uffici: in fondo, cosa sono i 125 milioni da spendere? Manca il pane? Mangiate mattoni. Abboffatevi di palazzi. Farete felici Zuncheddu (ma per carità: lui non ha chiesto niente. Il contratto glielo tirano addosso), la sua ex socia Ketty Corona, l'inossidabile assessore Gabriele Asunis e soprattutto Ugo Cappellacci. Frustrato nel 2004 e che ora, da presidente, può rilanciare l'impegno d'onore e di soldi (nostri) assunto da assessore sei anni fa. Come nei "gialli", l'assassino torna sempre sul luogo del delitto? Qualcosa di simile: in cinica, diabolica perseveranza. L'operazione s'ha da fare e si farà: i sardi ringrazino.
Anche perché il presidente pensa molto e ha un alto concetto dei conterranei. Lo comunica ad amici eccellenti, al primo contatto solo telefonico. Un'intercettazione dello scandalo nella Protezione civile "ascolta" Denis Verdini (coordinatore del Pdl, grande indagato) che parla con Cappellacci. Gli presenta subito l'imprenditore toscano Fusi. Non si conoscono ma tra i due, al cellulare, scatta una subitanea sintonia-empatia, assoluta convergenza nell'esaltazione dei sardi.
Roba profonda, memorabile: come le parole che Claudia Lombardo ha fatto scolpire nel plexiglas in Consiglio. Il tosco Fusi, dopo i convenevoli, spara a Ugo: "Io sono innamorato di quella terra lì (la Sardegna). Un po' meno dei sardi". Cappellacci ride e consente: "Guarda...sfondi una porta aperta...perché ho la consapevolezza del vero grande limite della Sardegna: noi sardi....". Innegabile, ovvio: il limite, il problema sono i sardi. La colpa d'essere sardi. C'è dimostrazione e conferma: hanno perfino eletto Cappellacci. Non si può dargli torto. Né lui può contraddire questo Fusi: al quale stiamo sulla palle per ragioni sconosciute e neanche precisate. Lo annuncia al massimo livello nuragico al primissimo approccio.
Tanto basta perché il presidente non chieda ragioni ma si dica d'accordo. E integri autonomamente: i sardi sono "il limite", un impiccio. Finalmente sappiamo quel che Cappellacci pensa e dice del popolo che l'ha eletto. A livello dei turisti in mimetica che arrivano in Kenya, danno uno sguardo e scuotono la testa: un paradiso, se non fosse per questi sporchi negri attorno. Trovano sempre un Cappellacci kenyota che conferma: è colpa è nostra, siamo abbronzati troppo e puzziamo pure.
Fate spazio per un'altra targa in plexiglas alla Regione per le storiche parole del governatore "sì-buana": per rallegrare i contemporanei e inorgoglire i posteri. Anche perché l'intercettazione svela come Cappellacci si sia prodotto in un exploit da gentiluomo maestro d'ospitalità sarda. Lo conferma Verdini, che all'amico Fusi descrive le virtù irresistibili del presidente: "C'avrebbe delle aragoste pronte....". Il colloquio dovrebbe essere avvenuto dopo lo scippo del G8 da La Maddalena: "Un atto cinico al quale non ho voluto presenziare", ha ribadito il Rettore dell'Università aquilana una settimana fa in diretta su Radio Tre. Dopo il furto della Sassari-Olbia e le altre porcate berlusconiane. Cappellacci avrebbe potuto chiedere scusa in conto nostro, che siamo "il limite", dunque chiamati alla colpa. Si è trattenuto ma ha rimediato con l'offerta di aragoste: un anfitrione perfetto, onore di Sardegna.
Mancava, questo tocco di classe patriottico, ai vertici di una Regione che onora "la terra più bella del mondo" (Cappellacci dixit) con una politica anti-ambientalista, perfino schierata contro il proprio patrimonio archeologico. Una regressione brutale e totale, che ci ha cancellato dall'orizzonte nazionale. Non fosse per la combattiva, disperata lotta dei lavoratori dell'Alcoa, la sparizione sarebbe assoluta. Meritata perché "il limite" siamo noi sardi: come ci spiega il molto prestigioso presidente, peraltro illimitato. Tutta colpa della sua ascesa, dei contraccolpi della grande crisi? La Sardegna di Renato Soru non era certo il paese del latte e del miele.
Con l'eredità di una Regione disastrata dalla destra, il severo risanamento moralizzatore ma doloroso, le riforme, troppe e troppo radicali con inevitabili reazioni dei troppi interessi colpiti, era a metà del guado: molte conquiste sul campo assieme a questioni aperte, errori da correggere. Ma anche chances da cogliere, progetti da realizzare, cambiamenti da completare. Soru non avrebbe potuto fermare i colpi di maglio della crisi, il collasso dell'industria. Ma non avrebbe mai giurato, mentendo come altri, che lo avrebbe fatto.
In ogni caso si sarebbe battuto a fondo, con ben altra forza e credibilità del successore-travicello di Berlusconi. Avrebbe resistito contro il governo-nemico per lo scippo a freddo del G8, dei miliardi dei Fondi europei, delle grandi opere progettate e finanziate anche con soldi nostri. Avrebbe probabilmente perso. Ma almeno ci avrebbe provato, forse limitato i danni. Comunque non avrebbe subìto tutto, lasciando infliggere il massimo di penalità materiali e umiliazioni politiche ai sardi.
Di questo, neanche gli avversari più ostili di Soru possono dubitare. Nel 2005 aveva affrontato ai limiti dello scontro fisico un furente Tremonti a palazzo Chigi, davanti al Berlusconi anche allora trionfante. Con lui ancora alla Regione, la Sardegna avrebbe contrastato almeno i colpi peggiori: in forza di sacrosante ragioni e dignità interpretate con durezza. Non sarebbe stato umiliato nell'acquiescenza esiziale: la colpa inescusabile, di Cappellacci. Non glielo dicono e gridano gli abatini dorotei del centrosinistra consociativo e imbelle. Lo contesta a muso duro una larga parte della sua stessa maggioranza, praticamente all'opposizione.
Questa la condizione gregaria e ancillare, un anno dopo la svolta, in cui è sprofondata la Sardegna. Dov'è il grande maleficio? Anche un anno fa i problemi erano assillanti e gravi, alcuni disperati, altri gestibili. Allarmi fondati, questioni drammatiche. Ma anche importanti certezze, prospettive concrete, opere strategiche, risorse, un'idea e progetti di futuro. La destra sta spazzando via tutto, in una restaurazione devastante.
L'angoscia sociale domina un presente disperante nella totale assenza di prospettive. Di recente, un sondaggio commissionato da L'Unione Sarda ha annunciato che la fiducia nel governo regionale e nel suo presidente cresce e di parecchio rispetto a un anno fa. Davvero singolare. Un mese prima, l'annuale, prestigioso sondaggio de "Il Sole 24 Ore" classificava Cappellacci al terz'ultimo posto tra i governatori, ben sotto la sufficienza, in caduta libera di consensi (il 5 per cento in meno) rispetto a quelli elettorali di dieci mesi prima. Nessuna replica.
La scivolata così vistosa e significativa era apparsa a tutti assolutamente giustificata. Non una delle mirabolanti promesse fatte da Berlusconi in campagna elettorale è stata mantenuta. Non uno degli annunci del Cavaliere e del suo candidato ha avuto un seguito: semmai ribaltati nell'esatto contrario. Consumando un grande inganno quale mai si era visto nella storia coloniale della Sardegna.
In pochi mesi, quanti hanno creduto a promesse e impegni solenni, hanno verificato concretamente di quale raggiro fossero stati vittime: nei limiti della disinformazione dominante nei media del gruppo Zuncheddu. I sardi già sbendati hanno trovato solo amara conferma a quel che immaginavano e sapevano. Ma gli uni e gli altri non potevano immaginare che alla beffa sarebbe seguito l'enorme, cinico, devastante danno. Anche i sardi che gli avevano prestato acritica fiducia sono ripagati dal Cavaliere col calci in faccia. Depredati. Scippati. Maltrattati come i peggiori nemici. Non ha dato niente ma tolto tutto: un'enormità di occasioni, denari, opere. Soprattutto, le concrete aspettative che alimentavano ragionevoli speranze per diritti già acquisiti e fraudolentemente denegati: come il nuovo regime delle entrate regionali.
E' questo il maleficio perpetrato nelle forme più odiose e tracotanti, tra Roma e Cagliari: in assenza di reazioni dignitose di un presidente presenzialista, dedito al vaniloquio irrilevante e di una maggioranza impotente e rissosa. E' la consapevolezza di essere rappresentati da una Regione-zimbello, sede vacante rispetto al governo fellone, che alimenta l'oppressione generalizzata, la sfiducia totale e motivata, tra abulia e rassegnazione. Ecco il maleficio che Berlusconi ha realizzato: contro il quale non si è ancora organizzata una resistenza popolare.
Eppure la situazione dovrebbe obbligare alla reazione chi non vuole arrendersi al peggio. Ben rappresentato da un presidente che pensa e dice al primo gaglioffo antipatizzante verso i sardi che siamo noi "il limite", il vero problema. La colpa di essere sardi. Possiamo smentirlo impegnandoci a disarcionarlo. A riportarlo "a pés in terra": dove meritava di restare.
di Giorgio Melis - 19 febbraio 2010
Fonte: www.sardegnademocratica.it/articolo/22673/la-colpa-d-essere-sardi-parola-di-cappellacci-e-se-manca-il-pane-mangiate-palazzi-e-aragoste.html
il Manifesto: "Chiuso per DECRETO"
Il governo Berlusconi con un voto di fiducia “blindato” ha cancellato il diritto soggettivo ai finanziamenti per l'editoria, condannando a morte di fatto 90 testate tra le quali il manifesto ma anche L'Unità, Liberazione, Il Secolo d'Italia, la Padania, Avvenire, Europa e tanti altri, che finora ne hanno goduto.
Il nostro giornale da trentanove anni (aprendo la via ad altri quotidiani) vive e combatte senza padroni e padrini alle spalle, con pochissima pubblicità e con la sola forza dei suoi lettori e abbonati. Ovviamente non intendiamo mollare, protesteremo, combatteremo, andremo in piazza, saliremo sui tetti se necessario. Chiameremo i nostri compagni di sempre e i cittadini democratici a sostenere la nostra resistenza.
Il pretesto dell'affossamento della libertà di stampa è che bisogna risparmiare, mentre si buttano soldi a man bassa in corruzione pubblica e privata. È un attacco mortale ai quotidiani no profit, alla libertà di stampa e alla democrazia del paese perché venendo meno il cosiddetto diritto soggettivo, questi stessi quotidiani rischiano fortemente la chiusura non avendo più garanzie nei confronti dei crediti bancari, indispensabili per la loro sopravvivenza.
Non è un caso che il capo di questo governo è padrone di una fetta enorme dell'informazione italiana e comanda su gran parte di quella pubblica e di quella privata di cui non è direttamente proprietario. Comincia dai piccoli e deboli per poi mettere in riga e addomesticare i forti.
Per tutte queste ragioni, che riguardano la libertà del paese e non soltanto la vita del manifesto, chiediamo a tutti, a partire dal parlamento, dalle forze politiche e dagli altri quotidiani, anche nostri avversari, solidarietà, sostegno e iniziative comuni. Siamo furiosi, ma fiduciosi nella possibilità di una risposta forte a chi ci vuole giustiziare.
Fonte: News de "il Manifesto"
Vogliamo rimettere in piedi la nostra storia rovesciata?
Prima che teorizzassi la “Dottrina della Statualità”, a partire dal 1980, esisteva un solo metodo di lettura degli avvenimenti isolani dalla preistoria ad oggi. Di contro, ora, la nostra storia può essere letta in due modi diversi: quello regionale di sempre, e quello nuovo statuale da me elaborato ed esposto nel volume: La terza via della storia. Il caso Italia, pubblicato dall’Ets di Pisa nel 1997.
Il metodo regionale tradizionale ha come soggetto di studio l’isola; quello statuale innovativo ha invece, come soggetto di studio, gli Stati che in essa isola si formarono durante tutto l’arco delle sue vicende umane. Adottando l’uno o l’altro sistema, il risultato è affatto differente: col metodo regionale si fa una storia solo interna, secondaria, assolutamente ininfluente nel quadro generale italiano ed europeo, per quanti siano gli sforzi degli storici sardi tradizionalisti atti a magnificarla. E di questo fallimento ne sono testimonianze montagne di libri scritti sulla Sardegna dal tempo dell’introduzione della stampa nell’isola ai nostri giorni (siamo la regione italiana con la maggiore produzione storiografica propria, pur senza apparente risultato).
La caterva editoriale comincia mezzo millennio fa con Giovanni Francesco Fara, vescovo di Bosa, considerato il più antico storico isolano.
La storiografia sarda regionale
Nato a Sassari nel 1543, il Fara aveva studiato a Bologna e si era laureato a Pisa in utroque iure nel 1567. Nel continente aveva frequentato, oltre alle biblioteche e agli archivi pubblici di Pisa e di Bologna, anche quelli di Firenze e Roma che gli avevano permesso poi di tracciare una storia della Sardegna grazie pure all’aiuto dell’amico maiorchino Miguel Thomàs de Taxaquet, vescovo di Lérida e consigliere regio, che gli aveva fornito fonti e documenti sardi dell’Archivio della Corona d’Aragona di Barcellona (gli stessi che stava consultando Geronimo Zurita per i suoi famosi Anales de la Corona de Aragón).
Tornato a Sassari, aveva visitato tutta l’isola. Nel 1580 pubblicò nella tipografia cagliaritana di Nicolò Canelles il primo libro del suo famoso De rebus sardòis (gli altri tre libri che formano l’opera furono reperiti in manoscritto nel 1758 dall’allora abate sassarese Giambattista Simon, editi malamente nel 1778 e, definitivamente, nel 1835 da Luigi Cibrario a Torino).
Lo schema da lui usato è quello divenuto classico nel tempo, recepito acriticamente e riciclato identico da tutti coloro che hanno scritto e scrivono sull’argomento sia a livello accademico che divulgativo. E poco cambia se qualche volta hanno corretto, specificato, arricchito situazioni, fatti e personaggi attingendo a nuove scoperte archivistiche, usando tecniche e sussidi moderni: il difetto regionalistico rimane. Dopo cinquemila anni di preistoria, la storia da loro adottata prende l’avvio intorno al 1000 a.Cr. con la venuta dei Fenici nelle nostre spiagge, seguiti nel 509 a.Cr. dai Cartaginesi scacciati dai Romani nel 238 a.Cr. soppiantati dai Vandali nel 456 dell’era moderna, vinti a loro volta dai Bizantini nel 535 i quali rimasero nell’isola fin quasi all’inizio del millennio scorso.
È una versione apparentemente corretta anche se semplicistica e poco contributiva a livello politico, nel senso che manca della valorizzazione dell’elemento indigeno organizzato socialmente in tutto l’arco del tempo: quello denunciato dal limes fra Barbària e Romània segnato dai fiumi Coghinas-Tirso-Flumendosa in periodo punico, romano e bizantino. Lo indicano, fra l’altro, le bardane antiromane; i duces, le moire, i comitatenses di Forum Traiani (Fordongianus) al tempo di Giustiniano; le agguerrite civitates Barbariae di Ospitone a cavallo fra il VI e il VII secolo, quando a Roma pontificava Gregorio Magno, e tanti altri elementi inseribili in un diverso quadro di lettura del passato pregiudicale.
Ma, se tutte queste mancanze possono considerarsi semplici difetti d’impostazione, senza conseguenze evidenti per far risaltare la nostra storia, indubbiamente esiziale diventa tutto il seguito proposto dal Fara e dei suoi seguaci sia di ieri che di oggi: cioè, la costruzione verso il 1050 di una Sardegna coloniale pisana e genovese divisa in quattro regioni assegnate dai toscani – non si sa come, non si sa perché – ciascuna ad un giudice («… quam insulam Pisani in quattuor partes divisam, Turritanam, Gallurensem, Calaritanam et Arborensem, singulas singulis iudicibus commendarunt…»).
È chiaro che, se fosse così, la storia medievale sarda non conterebbe niente né a livello politico né a livello scientifico né a livello accademico (tant’è vero, che è guardata con disprezzo nei concorsi universitari nazionali). Mentre nel continente italiano ed europeo nascevano e si sviluppavano i regni dei Franchi e dei Normanni, crescevano le repubbliche marinare di Amalfi, Pisa, Genova e Venezia, e prendevano corpo i Comuni che si avviavano verso l’autonomia e l’indipendenza, la Sardegna, in pieno Mediterraneo, a un giorno di nave dalla Spagna, dalla Francia e dall’Italia, dai nostri storici regionalisti viene considerata una res nullius, una terra anodìna simile all’Africa Nera del periodo coloniale ottocentesco, in balìa ora dei Pisani ora dei Genovesi, ora del Papa ora dell’Imperatore che potevano occuparla, spartirla, percorrerla in lungo e in largo a piacere mentre i “giudici” – figure, per loro, giuridicamente inconsistenti – ed i sardi indigeni delle pianure e delle montagne stavano imbelli a guardare.
Una simile interpretazione, oltre che errata, fa comodo agli storici superficiali ed interessati all’acquiescenza delle genti, come lo sono tutte le historiae faciliores perché permettono d’indirizzare i popoli restando all’interno dell’apprendimento scolastico tutto peninsulare, dove la presenza di una storia sarda avulsa dal quadro nazionale, complicata e incomprensibile per la sua diversità istituzionale, culturale e politica, viene esclusa a priori: «…sardum? Non legitur!».
Eppure, gli elementi di riflessione valutativa storiografica già esistevano al tempo del Fara, purtroppo rimasti immaturi e sterili nei secoli. Nel secondo libro del De rebus sardois è detto: «Questi quattro giudici della Sardegna col trascorrere del tempo divennero re, ed i primi di loro ad assumere il nome di re furono i giudici di Logudoro [leggi: Torres] e di Calari…» («Hi quattuor Sardiniae iudices paulatim temporum progressu reges facti sunt et eorum primi fuerunt iudices Logudori et Calaris, qui regium nomen sumpsere…»).
Non si chiese il Fara né se lo sono mai chiesto coloro che a lui si rifanno cosa indica la parole “re” usata nei documenti medievali sardi in sinonimia con la parola “giudice” («iudex sive rex»). In Diritto, la parola “re” (o “regina”, se regnante) ha due significati: designa l’organo supremo dello Stato-regno oppure la persona che a quell’ufficio è preposta in un dato periodo.
La persona-re, anche nella Sardegna giudicale, era colui che deteneva il potere supremo di uno Stato monarchico, avendolo conquistato con l’aiuto di una classe sociale privilegiata o acquisito col consenso dei sudditi, e lo trasmetteva agli eredi. Le fonti, a questo proposito, sono chiare e univoche, malgrado molti storici sardi del passato e del presente continuino a chiamare i sovrani giudicali “regoli”, ovverosia “reucci”, forse per non impegnarsi troppo riguardo al significato regale.
Quindi, il “giudice” o “re” stava a capo di un regno (o “giudicato”); e, il regno (o “giudicato”), se territoriale, è il titolo di uno Stato il quale, come tale, è l’entità base della storia. Altrimenti, la parola re (o “giudice”, in Sardegna) può indicare solo l’autorità-principe di un popolo nomade, come, per esempio, Alarico re dei Visigoti, oppure un semplice appellativo araldico come lo è quello di un re destituito o in esilio. In sostanza, in regime monarchico (ed ancor più in quello repubblicano) ciò che conta, per l’istituzione, non è il re ma lo Stato-regno di cui è il rappresentante, il quale Stato-regno vive e rimane in vita anche senza il re, a dimostrazione della sua oggettività: «si rex periit regnum remansit – dicevano i latini –, sicut navis remanet cuius gubernator cadit.».
Può darsi che Giovanni Francesco Fara non conoscesse ancora l’opera del fiorentino Nicolò Machiavelli, sebbene fossero trascorsi quasi settant’anni da quando era uscito Il Principe, dove veniva teorizzato lo Stato: «… una comunità sorta per regolare globalmente la vita sociale di uno o più popoli stabilmente stanziati sopra un territorio»; ma mi sembra impossibile che non lo conoscesse il Gazano, il Manno, il Tola, il Besta, il Solmi e tutti coloro miei contemporanei che ancora oggi non definiscono istituzionalmente un regno giudicale per non avere a che fare con il Diritto e con la “Dottrina della Statualità”.
Il cattivo rapporto fra il nome e la cosa indicata dal nome, permane nella storia sarda pure nel successivo periodo aragonese introdotto dai regionalisti dopo la cosiddetta Sardegna pisana e genovese (1000 circa-1297/1323).
In questo caso la fa da padrone lo storico iberico Geronimo Zurita, cronista ufficiale della Corona d’Aragona, che fra il 1562 e il 1579 pubblicò i suoi preziosi ma parzialissimi Anales de la Corona de Aragón i quali hanno influenzato grandemente fino ad ora tutti gli studiosi del periodo aragonese e spagnolo della Sardegna, sviandone la visione politico-istituzionale ed il giudizio storico finale (la Sardegna viene presentata come una terra coloniale della Spagna, invece che uno Stato, anch’esso con titolo di regno, aggregato in unione reale alla Corona d’Aragona e poi alla Corona di Spagna, con la dignità e lo sviluppo storico che ne consegue).
Prima vittima dello Zurita fu ancora il Fara il quale apre il terzo libro del suo De rebus sardois con l’affermazione che: «… il 4 aprile 1297 papa Bonifacio VIII … concedeva la isole di Sardegna e Corsica a Giacomo II [d’Aragona]» («… anno 1297 pridie Nonas Aprilis, Bonifacius pontifex huius nominis VIII … eidem Iacobo II insulas Sardiniae et Corsicae in hunc modum concessit»). E tutti lo hanno poi seguito (anch’io, prima dell’elaborazione della “Dottrina della Statualità”, accettavo questa assurda interpretazione proveniente dalla storia tradizionale sarda).
Innanzitutto il documento pontificio, riportato dal Fara, non parla di «… isole di Sardegna e Corsica» ma di «… Regno di Sardegna e Corsica» («… regnum Sardiniae et Corsicae … tibi [Iacobo]… in perpetuum feudum gratiose conferimus.»). E c’è una bella differenza: l’isola è una porzione di terra interamente circondata dal mare, ed è materia geografica, immobile nel tempo; il regno (se reale), seguito dal complemento di denominazione (Regno di …), è l’attributo di personalità di uno Stato, ed è materia istituzionale, mobile nel tempo secondo le fortune dello Stato stesso.
Inoltre, il bonifaciano Regno di “Sardegna e Corsica” era puramente ideale, così come lo era stato in passato il Regno di Sardegna concesso dall’imperatore Federico I Barbarossa a Barisone I d’Arborèa nel 1164. e quello dato virtualmente da Federico II Hohenstaufen di Svevia al figlio Enzo nel 1238. Quindi, l’appellativo del documento pontificio («Regno di “Sardegna e Corsica”») non corrispondeva alla cosa appellata (le due isole) perché dietro a questo appellativo, in concreto, non c’era nulla se non la pretesa centrista della Chiesa o dell’Impero i quali si contendevano, fino al 1648 (pace di Vestfalia), il possesso del mondo intero (dottrina del verus imperator).
Invece, come si sa, a cavallo fra il Due e il Trecento le isole di Sardegna e Corsica erano politicamente e giuridicamente conformate, e nei loro confronti il papa dava, in pratica, come aveva fatto pochi anni prima riguardo al Regno di Sicilia infeudato a Carlo d’Angiò nel 1265, e alla stessa Corona d'Aragona infeudata a Carlo di Valois nel 1283, solo una licentia invadendi in danno dei territori oltremarini sardi della Repubblica di Pisa, degli Stati signorili dei Doria, dei Malaspina e dei Donoratico e, soprattutto, del Regno di Arborèa. (La Corsica, contesa fra Pisa e Genova, dal 1299 sarebbe appartenuta direttamente o indirettamente alla Repubblica ligure fino al 1768).
Sicché, se i Catalano-Aragonesi volevano risolvere i loro problemi di strategia commerciale per arrivare ai mercati del Vicino Oriente attraverso la “rutas de las islas”, la terra per realizzare il Regno di Sardegna la dovevano conquistare con la forza, con o senza la benedizione papale.
La visione regional-colonialista della storia sardo-iberica introdotta così dallo Zurita e ripresa dal Fara, ha attraversato i secoli senza mai essere messa in dubbio, ed è tuttora vigente, scansionata in: Sardegna aragonese: 1323-1479; Sardegna spagnola: 1479-1708; Sardegna austriaca: 1708-1718; Sardegna sabauda: 1718-1861; e, infine, Sardegna italiana.
Eppure, i presupposti per una diversificazione fra storia regionale e storia statuale esistevano dal 1639 con la Historia general de la Isla y Reyno de Sardeña del sassarese Francesco Vico; sennonché, tutti i critici di questa ponderosa opera hanno badato a mettere in evidenza i molti errori di contenuto invece di cogliere e perseguire la possibilità di fare la storia dei due contenenti proposti dall’autore: quello insulare (Historia general de la Isla…), con tutto ciò che questo comporta all’interno della sua fisicità, di politica, cultura, arte, antropologia ecc., e quello statuale (… y Reyno de Sardeña) che, alla nascita, era composto da tre quarti dell’isola; che, dal 1420 al 1720, si era identificato con tutta l’isola; che, da quell’anno in poi, aveva varcato il mare incamerando il Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza coi quali dal 1848 ha fatto il Risorgimento, ha conquistato tutta la penisola italiana rendendo sardi istituzionali tutti coloro che per non essere tali, il 17 marzo 1861, su proposta del Cavour (regnante Vittorio Emanuele II di Sardegna), cambiarono il nome allo Stato e, con ciò, tutto il pregresso storico sardo, sostituendolo coi Longobardi, i Normanni, i Comuni, le Signorie, le Repubbliche marinare, i Principati, i Ducati, i Granducati e quant’altro riportano i testi scolastici nazionali sebbene, con la storia dello Stato di cui siamo tutti cittadini, le vicende di quelle Entità peninsulari preunitarie non hanno niente a che vedere.
La storiografia sarda statuale
Per quanto ne so, nessuno storico – italiano o straniero – si è mai avvalso degli strumenti del Diritto costituzionale per raccontare la storia patria, la storia della terra dei padri; quella che, attraverso la scuola, influenza ed indirizza tutta la società; per cui sono usati a caso o a sproposito o in confusione lessicale termini quali: Stato, Nazione, popolo, etnia, razza, ecc. Il risultato a volte è disastroso come, per esempio – da noi – le grandi storie d’Italia dell’Einaudi (a cura di Ruggiero Romano e Corrado Vivanti) o della Utet (a cura di Giuseppe Galasso), dove si comincia con le vicende di due popoli (Longobardi e Bizantini), si prosegue con una istituzione (Il Regno Italico), si continua con un territorio geografico (Il Mezzogiorno dai Bizantini a Federico II), si fa un’unica ed eccezionale puntata su una regione dell’Italia odierna (La Sardegna medievale e moderna), e si finisce con due avvenimenti (La seconda guerra mondiale e la Repubblica). Tutto, o quasi, all’interno dello Stivale, con lo scopo di aggregare in spirito tutti gli Italiani peninsulari (come sentenziò intorno al 1861 Massimo d’Azeglio con la celebre frase: «…fatta l’Italia facciamo gli Italiani»).
È incredibile come sia questa l’interpretazione correte della storia patria italiana, quasi fossimo tutti cittadini della penisola italiana e non dello Stato italiano, quasi pagassimo le tasse alla penisola italiana e non allo Stato italiano, quasi facessimo il militare per la penisola italiana e non per lo Stato italiano, ecc., ecc., ecc.
Qui sta il punto: se il soggetto della storia patria, come è evidente, dev’essere lo Stato nella sua interezza e non una parte di esso, in sinèddoche, anche se grande, allora bisogna prendere in mano i manuali di Diritto costituzionale e imparare tutto sullo Stato.
Lo Stato di ieri e di oggi, nella sua essenza elementare, è un’entità giuridica composta da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati fra loro da un vincolo giuridico originario.
Lo Stato nasce in un preciso momento con una dichiarazione esplicita o un atto implicito, allorquando un’autorità qualsiasi, col consenso spontaneo o forzato del popolo di un certo territorio, cambia la propria condizione giuridica da derivata in originaria e gli strumenti di governo (sigilli, insegne, monete, formulari cancellereschi, ecc.) da subordinati in assoluti o li crea ex novo (ovviamente, lo Stato sopravvive se gli altri Stati lo riconoscono e gli permettono di esistere).
Al contrario, uno Stato termina quando, per amore o per forza, i suoi strumenti di governo cambiano da assoluti in subordinati, e muta di condizione giuridica diventando esso un’entità derivata.
Uno Stato può essere sovrano o non sovrano: è sovrano se non riconosce nessun’altro Stato al di sopra di sé (principio del non recognoscens superiorem, chiamato anche sovranità-potestas); non è sovrano se dipende – istituzionalmente, non politicamente – da qualche altro Stato.
Inoltre, lo Stato può essere perfetto o imperfetto. è perfetto se è fornito di summa potestas, cioè della facoltà di stipulare trattati internazionali; è imperfetto se non ha, di per sé, questa potestà.
Infine, lo Stato – oggidì – è sempre superindividuale (o subiettivo), in quanto non appartiene a nessuno se non al popolo che lo conforma (nel Medioevo, invece, lo Stato era spesso patrimoniale, di proprietà del sovrano che ne disponeva a piacere).
Per identificare uno Stato in mezzo agli altri, si ricorre all’osservazione dei suoi attributi di personalità, fra i quali i più notevoli sono: il titolo, il nome, lo stemma, la bandiera, le divise militari. Essi possono cambiare, nel corso della storia dello Stato – come spesso è avvenuto e avviene nel mondo – senza con ciò annullare o sminuire lo Stato che effettua il mutamento.
In quest’ambito, in particolare si rileva che nell’Occidente cristiano (ma anche nel resto del mondo) il titolo classifica le entità statuali in: regno o repubblica, secondo se la carica rappresentativa è temporanea oppure irrevocabile (anche i principati, i granducati, i ducati e il papato sono regni a carica irrevocabile).
Ogni Stato ha un nome proprio che specifica il titolo. Per esempio: Regno di Spagna, Repubblica Francese, Principato di Monaco, Granducato di Lussemburgo, ecc.
Ricordiamo ancora che titolo e nome possono cambiare senza che cambi lo Stato.
Infine, ogni Stato ha uno stemma (per esempio, la nostra Repubblica ha il famoso “stellone”); oppure ha, o ha avuto, una bandiera (per esempio, il Regno di Arborèa, nel Medioevo, aveva un vessillo bianco con al centro un albero verde deradicato).
Si sa pure che, «…per regolare globalmente la vita sociale di uno o più popoli stabilmente stanziati sopra un territorio» – secondo la definizione di Stato data dal Machiavelli nel 1513 –, occorrono i cosiddetti tre poteri statali superiori; e precisamente:
a) l’organismo che formuli le leggi di convivenza (cioè il Parlamento, più o meno sviluppato e funzionante);
b) l’organismo che le attui (cioè il Governo, in tutte le forme esecutive possibili);
c) l’organismo giudiziario che le faccia rispettare (cioè la Magistratura, in tutti i suoi gradi).
* * *
Lo Stato può vivere da solo, oppure in aggregazione.
Purtroppo, per ragioni di spazio e di semplicità non si possono passare in rassegna tutte le possibili aggregazioni fra Stati.
In sintesi, le unioni fra Stati si possono schematizzare così, all’interno delle unioni dei soggetti di diritto internazionale:
a) le unioni semplici (sono quelle che, pur essendo giuridicamente ordinate, non costituiscono enti diversi dai soggetti che vi partecipano, come, ad esempio, le alleanze, le unioni di protettorato e di tutela).
1. le Unioni istituzionali (sono quelle che danno vita ad enti unitari diversi dai singoli soggetti che le compongono). Si dividono, a loro volta, in due classi:
1ª) le Unioni istituzionali generali (aperte a tutti i soggetti di diritto internazionale che, però, non avendo – esse unioni – personalità internazionale non interessano la nostra statualità).
2ª) le unioni istituzionali particolari (sono unioni chiuse, alle quali non possono partecipare soggetti diversi da quelli che hanno determinato la loro istituzione). Sono tante, e vanno da un legame associativo tenue alla creazione di una struttura comune assimilabile a quella statuale).
Fra quelle che ci interessano, ci sono, in gradazione:
- le unioni reali. Si hanno quando le norme ad esse relative, sia che vengano poste mediante un trattato fra gli Stati ad esse partecipanti, sia che emergano con carattere di originarietà dal procedimento di fatto istitutivo di tale comunità, oltre a stabilire che una identica persona fisica deve essere preposta all’ufficio di capo dello Stato in ciascuno degli Stati dell’unione, prevedono un complesso di interessi comuni agli Stati membri (fu il caso della Corona d’Aragona, con lo stesso monarca governante in ciascuno Stato in unione, e, all’interno, nessuno Stato preminente);
- le confederazioni. A differenza dello Stato federale, che è un’unione di diritto interno, la confederazione è un’unione di diritto internazionale che ha come fondamento un trattato o patto federale fra un gruppo di Stati confinanti i quali, però, non rinunciano all’esercizio dei propri diritti sovrani;
- gli Stati federali. Lo Stato federale non si concreta in una pura e semplice unione, ma dà vita ad uno Stato composto, in quanto elementi costitutivi di questo Stato sono più Stati, i quali nel loro insieme costituiscono una corporazione paritaria. Nello Stato federale gli Stati membri hanno reciproca uguaglianza. Gli Stati membri, però, non hanno una propria capacità giuridica internazionale, cioè la summa potestas, cosicché le relazioni coll’estero sono gestite dallo Stato federale. Lo Stato federale si differenzia poi dalla confederazione per questi due caratteri essenziali: perché l’ordinamento giuridico che regola lo Stato e la reciproca posizione degli Stati membri è un ordinamento originario, cioè che non deriva da quello degli Stati membri, ma di carattere interno, e non è quindi l’ordinamento internazionale; perché, a differenza della confederazione, lo Stato federale ha un proprio territorio, formato dall’insieme dei territori degli Sati membri, ed una popolazione formata dal complesso dei popoli dei singoli Stati membri. Quest’unione interessa precipuamente il rapporto fra il Regno di Sardegna e il Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza dal 1720 al 1847. La federazione precede e prepara naturalmente la fase della fusione, per cui lo Stato da composto diventa unitario o semplice, come fu fra il Regno di Sardegna e il Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza a partire dal 3 dicembre 1847 e fino al 17 marzo 1861.
Per concludere questo breve excursus istituzionale, è necessario stabilire pure cos’è una Nazione, spesso e volentieri confusa erroneamente con lo Stato.
Se lo Stato – come sappiamo – è un concetto politico, la Nazione è un concetto culturale.
Lo Stato – si ricordi – è formato da uno o più popoli stanziati in un territorio e legati da un vincolo giuridico originario. La Nazione, invece, è formata da uno o più popoli (o etnie) con genti le quali – siano esse dentro o fuori di un territorio statale, ubbidienti o non ubbidienti allo stesso vincolo giuridico – hanno in comune storia, lingua, folklore, tradizioni, religione, ecc. Nessuno è obbligato ad appartenere ad una Nazione contro la sua volontà specie se è di Nazione diversa, mentre è obbligato ad appartenere ad uno Stato (a meno che non sia un apolide). Oggi, per esempio, un immigrato può essere di cittadinanza italiana ed avere tutti i documenti riconoscitivi del nostro Stato ma nel contempo conservare la propria nazionalità, magari araba o indiana o cinese ecc.
Vi sono Stati con all’interno più Nazioni e Nazioni che occupano Stati diversi.
Ma, mentre uno Stato nasce e muore in un attimo, una Nazione si forma dopo anni, decenni, quando non addirittura secoli di vita in comune all’interno di uno Stato; così come poi sopravvive alla fine dello stesso Stato che l’ha prodotta ancora per molto tempo, talvolta anche per millenni, com’è successo, ad esempio, alla Nazione ebraica che si è dispersa per il mondo con la diaspora del 70 d.Cr.
Dal 1648, dopo la pace di Westfalia, gli Stati tendono a identificarsi con la Nazione dando luogo agli Stati nazionali che diventano, infine, Stati-Nazione.
Il caso Sardegna – Da questi elementi nasce la “Dottrina della Statualità”, metodo di lettura della storia – soprattutto della storia patria – che rivisita i fatti (res gestae) e l’interpretazione dei fatti del passato (historia rerum gestarum) diacronicamente e sincronicamente riferendoli non alla geografia fisica (isola, penisola, continente) com’è uso corrente, ma ad uno Stato sia o non sia con diversi titoli e nomi, senza mai abbandonarlo nel racconto storico.
Alla “Dottrina della Statualità” non interessa l’aspetto interiore dello Stato, quello costituzionale e politico che in Diritto si chiama l’ordinamento amministrativo dello Stato, sia nel suo significato obiettivo, riguardante il contenuto dell’attività amministrativa-governativa, sia in quello soggettivo interessante gli organi e i subietti che la esplicano; alla “Dottrina”, invece, interessa lo Stato o, meglio, la statualità, in quanto idea filosofica che comprende, sincronicamente e diacronicamente, tutto il territorio, il popolo e il vincolo giuridico che l’unisce, dalla nascita alla morte dello Stato stesso, se avvenuta o se mai avverrà.
Questa nuova metodologia, se applicata al “caso Sardegna” (che in tempi moderni diventa il “caso Italia”) divide la storia sarda in tre periodi, con significati diversi:
- il periodo provinciale antico, di valore squisitamente scientifico;
- il periodo statuale giudicale, di valore soprattutto accademico;
- il periodo statuale regnicolo, di valore politico assoluto.
* * *
La ricerca specie archeologica e lo studio analitico della Sardegna storica antica, che per convenzione inizia con l’introduzione della scrittura nell’isola ad opera dei Fenici intorno al IX-VIII secolo prima di Cristo, e finisce con la nascita dei regni giudicali nel IX secolo dopo Cristo, aumenta senz’altro la conoscenza del mondo Fenicio, poi Punico, poi Romano, poi Vandalico ed infine Bizantino, com’esso si esprimeva nella parte isolana occupata e colonizzata da quei popoli; ma è pur sempre un mondo culturale e politico esterno, che magnifica il colonizzatore ed esalta la sua capacità di conquista senza dare alla terra sottomessa alcuna particolare importanza di contenuto politico. I resti delle città punico-romane di Caralis, Nora, Bithia, Sulci, Neapolis, Tharros, Cornus, Torres, Olbìa, ecc. sono affascinanti ma non sono un prodotto unico, speciale. Stanno alla pari con le consorelle sparse in tutto il bacino del Mediterraneo latino, espressione di chi le ha costruite ed abitate.
Questi duemila anni circa, dal punto di vista statuale sono piuttosto oscuri e complicati. Innanzitutto non si sa com’era conformata la parte sarda resistenziale, quella che in epoca romana fu chiamata Barbària (Barbagia), costellata di civitates che fanno pensare a villaggi ancora di tipo nuragico strutturati in Stato, elementare quanto si voglia ma pur sempre Stato, ciascuno con proprio territorio, propria popolazione e proprie regole sociali. Forse un’unità statuale aggregativa più grande si formò all’interno del limes Coghinas-Tirso-Flumendosa al tempo di Ospitone con probabili precedenti e susseguenti fra il VI e il VII secolo d.Cr. Ma non conosciamo di più.
Nella parte al di qua del limes, che dal 227 a.Cr. i Romani organizzarono in entità provinciale subordinata, rimasta tale fino ai Bizantini, il fenomeno statuale si manifestò, anche se per pochi mesi, nella primavera-estate del 533 d.Cr. allorquando il liberto gotico Goda, comes della Provincia Sardiniae, ribellatosi al suo sovrano Gelimero, si autoproclamò re del luogo (pare che abbia fatto in tempo perfino a battere moneta perché esiste un esemplare che dimostrerebbe l’episodio).
Ed è così che, nell’isola si sarebbe formata per la prima volta nella storia – per quanto ne sappiamo – una statualità seppur limitata ai territori vandalici.
* * *
Ma se la penuria di fonti storiche non permette d’andare più in là di semplici supposizioni sui fenomeni statuali isolani nell’antichità, diverso e indubitabile diventa il discorso dottrinario con la nascita dei malamente detti “giudicati” verso la metà del IX secolo.
Da questa data in poi, però, il soggetto storico non è più la Sardegna, ma ognuna delle entità giuridiche che in essa si formarono (si deve pensare l’isola come un piccolo continente, con dentro più Stati ciascuno con una propria storia politica, economica, istituzionale, culturale, ecc.).
Sempre la storiografia tradizionale, sviata dal difetto d’origine, si è affannata a s’affanna ad elucubrare come e quando sono nati questi cosiddetti “giudicati” piuttosto che fermarsi a chiedersi e a cercar di capire che cosa essi sono. Solo un cultore sardo, Felice Cherchi Paba, nel 1963 li paragonò a governatorati subordinati alla Chiesa, mentre il francese Marc Bloch, famoso teorico del Les annales, li ridusse al rango di chefferies rurales, distretti rurali simili a tribù africane (vedi: La société féodale, Parigi 1949 p. 456). A rincarare la dose, un suo solerte seguace, Emmanuel Le Roi Ladurie, qualche decennio fa li commisurò ai clan Maori della Papuasia (bêtises che si commentano da sole).
Tranne loro, però, nessun altro ha tentato di dare ai cosiddetti “giudicati” una definizione istituzionale.
Ebbene, i cosiddetti “giudicati” sardi, secondo le categorie del Diritto costituzionale, erano Stati con qualifica di regni (vedi il proemio della Carta de Logu di Arborèa ed il commento storico nella mia edizione Delfino 1995), composti dal popolo, dal territorio e dal vincolo giuridico che collegava gli individui in un ordine stabile di vita in virtù di un sistema giuridico uniforme e originario (cioè, non delegato). Erano sovrani, perché non riconoscevano nessuno al di sopra di sé (non recognoscens superiorem), essendo sorti nel IX secolo in periodo di isolamento politico dal continente italiano ed europeo; ed erano perfetti, perché avevano la summa potestas, cioè la facoltà di stipulare accordi internazionali.
Inoltre, erano superindividuali (o subiettivi) perché, al contrario della maggior parte degli Stati coevi, non erano patrimoniali, ovverosia di proprietà del monarca che ne disponeva come di un bene privato dividendolo fra gli eredi, ma appartenevano al popolo il quale, col giuramento di bannus-consensus (= concessione del potere in cambio del rispetto delle prerogative popolari), lo affidava al re (o “giudice”) tramite la Corona de Logu, il Parlamento statale.
Inizialmente furono quattro (Càlari, Torres, Gallura, Arborèa), ma le vicende politiche e militari furono tali che nel corso dei secoli modificarono e frantumarono ancora di più il continente isolano rendendo difficoltosa la trattazione storica statuale.
Senza entrare nei particolari, d’altronde da tempo noti perché delineati nella mia Storia di Sardegna (ediz. Ets di Pisa e Carlo Delfino editore di Sassari, 1994), nel periodo cosiddetto giudicale, che dalla seconda metà dell’800 d.Cr. arriva fino al 1448, si ebbero in Sardegna ben nove Stati, e precisamente:
- il Regno di Càlari (IX sec. circa-1258);
- il Regno di Torres (IX sec. circa-1272);
- il Regno di Gallura (IX sec. circa-1288);
- il Regno di Arborèa (IX sec. circa-1420);
- la Repubblica di Sassari (1272-1324);
- lo Stato signorile dei Gherardesca ugoliniani (1272-1302);
- lo Stato signorile dei Gherardesca gherardiani (1272-1355);
- lo Stato signorile dei Malaspina (1272-1343);
- lo Stato signorile dei Doria (1272-1448).
Non si può considerare Stato il Cagliaritano-Gallura pisani (1258-1324) in quanto formato da territori oltremarini della Repubblica toscana.
Stabilito questo, tutto dev’essere visto all’interno di ogni singolo Stato: storia, politica, istituzioni, economia, cultura, arte, ecc.. Perfino la lingua risente dell’ambito statuale in cui viene parlata.
Sembra facile; ma purtroppo non è così. Come tutte le proposte rivoluzionarie si scontra con su connottu, con ciò che si è appreso fin dalle elementari, con le certezze acquisite, con la pigrizia mentale… È difficile, per esempio, non parlare più di battaglie ma di vittorie o di sconfitte dipendentemente dallo Stato che stiamo trattando (per il Regno di Arborèa la battaglia di Sanluri, del 1409, fu una sconfitta; per il Regno di Sardegna fu una vittoria).
È difficile ricollocare nel tempo la produzione artistica secondo la committenza – privata e pubblica – interna allo Stato, e non più secondo la matrice esterna di provenienza, applicata dagli storici dell’arte in una Sardegna indifferenziata. È difficile non pensare più in termini antropologici generali e recepire che, ad esempio, per un arborense del Duecento, un calaritano o un turritano era esattamente uno straniero (unu sardu de foras) al pari di un esititzu, un forestiero continentale.
Eppure, se riuscissimo ad entrare in questa mentalità e riproporci, noi sardi, in termini statuali invece che regionali, allora potremmo pretendere che nel panorama storico europeo e mondiale vengano inseriti anche i nostri Stati insieme a tutti gli altri Stati della terra. E non si capirebbe perché nelle scuole di ogni ordine e grado, nelle università, nelle fondazioni e negli istituti umanistici di ricerca non vengano inclusi lo studio e l’insegnamento del Regno di Torres o del Regno di Arborèa insieme a quelli dei coevi regni franco o longobardo o normanno…
Evoluzione dell'Italia
Il caso Italia – Ed eccoci arrivati alla terza parte della storia sarda statuale: al caso Italia, che investe interamente il campo politico e sociale sia sardo che italiano.
Tutto si basa sull’equivoco o, meglio, sull’inganno della parola Italia.
Per tutti noi, colti ed incolti: politici, giornalisti, studiosi, insegnanti, scrittori, cineasti, artisti, scienziati e gente comune… Italia vuol dire penisola italiana, e tutto studiamo di essa.
Ma, se così fosse, noi sardi insieme ai siciliani e ai campionesi saremmo degli stranieri in Patria.
È indiscutibile, invece, che Italia vuol dire Stato italiano, comprendente tutti noi peninsulari, insulari e campionesi.
Adesso il problema, per chi vuol fare scienza e non fantasia, è stabilire dove è nato, quando è nato e come è vissuto il nostro Stato oggi chiamato dal 1946 Repubblica Italiana.
È un problema indigesto – lo capisco –; ma se non lo si affrontasse saremmo l’unico Stato al mondo che non conosce o non vuol conoscere la propria origine e la propria storia.
Eppure, la sua linea vitale è chiarissima: basta seguire i suoi attributi di personalità nel tempo e si arriva all’inizio dell’istituzione, al primo passo del suo lungo e singolare cammino.
Il Diritto pubblico, a questo proposito, recita testualmente:
«L’attuale Stato italiano non è altro che l'antico Regno di Sardegna, profondamente mutato nella sua struttura politica e non meno mutato nei suoi confini territoriali ...»;
«Tutte le trasformazioni che si ebbero, dall’antico Regno di Sardegna ad oggi, furono trasformazioni interne, per le quali si trasformò bensì, e per importanti materie, l’ordine giuridico preesistente, ma senza che questo venisse mai meno e cedesse il luogo a uno nuovo …»;
«Lo stesso appellativo di Regno d’Italia, assunto con legge 17 marzo 1861 n. 4671, è solo il nuovo nome, più appropriato alla nuova situazione di fatto, assunto dall’antico Stato. Ma non vi fu, né in tale occasione, né in alcuna altra antecedente o susseguente, alcuna costituzione ex novo di una entità politica statale …»;
«Vi fu adunque una ininterrotta continuità dell'antico ordinamento dello Stato sardo. Né questa continuità, a più forte ragione, è venuta meno per gli avvenimenti successivi, come la rivoluzione fascista dapprima, e quella antifascista in seguito, e il passaggio dalla forma monarchica a quella repubblicana.». (G. Balladore Pallieri, Diritto costituzionale, Milano 1976, cap. III)
Purtroppo, i manuali di Diritto costituzionale, sia del periodo monarchico che del periodo repubblicano, si fermano qui: all’affermazione che «… l’attuale Stato italiano non è altro che l'antico Regno di Sardegna…», e non vanno a ritroso nel tempo oltre l’Ottocento per vedere l’origine di questo Stato chiamato Regno di Sardegna.
Eppure, il Regno di Sardegna, cioè l’attuale Stato Italiano, lo si trova nel Settecento, nel Seicento, nel Cinquecento, nel Quattrocento, nel Trecento… chiaramente segnalato dalla storia politica, dai documenti d’archivio, dalla cartografia e dall’iconografia; solo che, durante tutti quei secoli, la sua ecumène – cioè il suo popolo, il suo territorio e i suoi beni – era diversa, trasfigurata, mutata nella sua costituzione fisica ed antropologica sebbene non nella sua istituzione giuridica.
Nacque a Cagliari-Bonaria il 19 giugno 1324 ad opera dei Catalano-Aragonesi con titolo e nome di Regno di “Sardegna e Corsica”, semplificato nel 1475 in Regno di Sardegna.
Fino al 1720 fu uno Stato sovrano ma imperfetto, cioè senza la facoltà di stipulare individualmente trattati internazionali (summa potestas) perché facente parte, in “unione reale”, di un’aggregazione di Stati detta Corona d’Aragona la quale, nel 1516, insieme con la Corona di Castiglia, formò la Corona di Spagna.
Dal 1720 in poi, sganciato dalla Corona di Spagna e retto dalla Casata dei Savoia, lo Stato tornò in aggregazione di tipo federativo – chiamata collettivamente Regno di Sardegna – col Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.
La federazione finì con la “perfetta fusione” del 3 dicembre 1847 quando lo Stato da composto divenne unitario o semplice, con un solo popolo, un unico territorio, un solo potere pubblico legislativo, esecutivo, giudiziario.
Il nome statale di Regno di Sardegna si mantenne fino al termine della prima fase delle guerre risorgimentali. Il 17 marzo 1861, con legge sarda n. 4671, fu cambiato in Regno d'Italia.
E… con il cambio del nome allo Stato la domenica mattina del 17 marzo 1861, inizia il “Grande Inganno” che coinvolge ed inficia non solo la storia nazionale ma tutto il modo di pensare della società oggi detta italiana.
In verità, il cambio del nome di uno Stato non è una cosa arbitraria, eccezionale. Sia il nome sia il titolo sia la simbologia statuale appartengono alla categoria degli “attributi di personalità” dello Stato, i quali possono essere modificati o addirittura aboliti senza che lo Stato ne soffra o cambi la propria condizione giuridica. Nel corso della storia ciò è avvenuto tante volte in tutto il mondo: nel 1302 il Regno di Sicilia cambiò il nome in Regno di Trinacria, nel 1789 il Regno di Francia cambiò il titolo e il nome in Repubblica Francese, dal 1939 al 1947 la Spagna non ebbe né titolo né nome, chiamandosi semplicemente El Estado.
Il cambio del nome nel 1861, da Regno di Sardegna in Regno d’Italia fu, probabilmente, una cosa giusta e sensata, in quanto la maggior parte dell’ecumène statale era ora rappresentata dalla penisola italiana.
Ciò che, invece, fu e resta ingiusto e inaccettabile è che il cambio del nome abbia trascinato con sé pure il cambio della storia politica e sociale dello Stato, e che con ciò si sia introdotta la convinzione che tutto quello che era dello Stivale prima del 1861 facesse parte di un’unica vicenda istituzionale, di un unico idem sentire, di un’unica cittadinanza e nazionalità che nella sostanza tradisce il reale percorso degli avvenimenti.
Da quella mattina del 17 marzo 1861, infatti, la storia dello Stato non è più la storia del Regno di Sardegna, iniziato nel 1324 e pregnato per 537 anni dal sangue e dal sudore dei sardi ma la storia della Penisola, dagli etruschi ai piemontesi. Per cui, a scuola, dove si plasma e s’indirizza la società del domani, s’insegna la battaglia di Legnano o la disfida di Barletta affatto ininfluenti nella formazione dello Stato, e non la vittoriosa battaglia di Lutocisterna o l’altrettanto vittoriosa battaglia di Sanluri senza le quali, oggi, non ci sarebbe quell’entità per la quale tutti noi, insulari e peninsulari, lavoriamo, preghiamo, combattiamo e, ahimè, paghiamo le tasse.
La “Dottrina della Statualità” è, in realtà, una filosofia storica, un ragionamento che propone un modo di ripensare la storia entro la griglia dello Stato; tenendo presente, però, che lo Stato è l’oggettivazione della Statualità, e che sta a questa come il cavallo sta alla cavallinità. Nella “Dottrina della Statualità” lo Stato – qualsiasi Stato – è presente in tutto l’arco della sua esistenza, dall’inizio alla fine (se è finito) o alla sua permanenza. Si può temporalizzarlo – e lo si temporalizza – ma senza dimenticare il suo passato e il suo futuro.
Per capire meglio possiamo paragonare lo Stato ad una persona. Guardando la fotografia di un bambino di otto anni si percepisce che dietro di lui ci sono gli anni che vanno dalla sua nascita al momento della foto e che, davanti, ci sono gli anni della sua vita fino alla morte.
Altrettanto, se prendiamo l’ecumene del nostro attuale Stato, per esempio, nel 1450, si vedrà che il suo terreno era formato, allora, dai 24.000 kmq di sola Sardegna e che la sua popolazione, legata in vincolo giuridico, era formata dai circa 200.000 sardi. Sezionandolo al 1861, invece, si avranno, del suo popolo, 21.777.334 presenze nazionali in 248.032 kmq di terreno continentale ed insulare. Ma entrambe le date croniche ed entrambi i numeri demografici fanno parte della complessiva storia della popolazione statale dal 1324 ad oggi.
Va da sé che qualsiasi episodio politico, militare, istituzionale, culturale ecc., capitato in Sardegna durante la vita insulare dello Stato non è da ascriversi alla storia della Sardegna regionale ma alla storia dell’Italia statuale.
Le consequenzialità politiche e sociali di questa nuova impostazione storiografica sono intuibili.
I programmi scolastici, e i modelli di mentalità, andrebbero così riformati:
prima parte (o primo ciclo)
Lo Stato romano-bizantino.
Lo Stato romano-bizantino, con diversi titoli, nomi, e mutamenti di ecumène (= territorio e popolazione), è durato 2206 anni, dal 753 a.Cr. al 1453 d.Cr.
Dal 753 a.Cr. al 509 a.Cr. ebbe titolo e nome di Regno dei Romani, con forma di governo monarchica. Secondo la leggenda, fu retto da una serie di sette re.
Dal 509 a.Cr. al 1453 d.Cr. fu una repubblica – detta Repubblica Romana –, di tipo consolare fino al 29 a.Cr., e imperiale fino alla fine dello Stato, con connotazioni storiche distinte in: Impero Romano, dal 29 a.Cr. al 395 d.Cr.; Impero Romano d’Occidente, dal 395 al 476; Impero Romano d’Oriente, dal 395 al 1453, e con forme di governo singole e plurime: monarchia, diarchia, triarchia e perfino tetrarchia.
seconda parte (o secondo ciclo)
(l’elenco è solo indicativo e non scientifico)
Lo Stato dei Longobardi.
Lo Stato di Spoleto.
Lo Stato di Benevento.
Lo Stato di Venezia.
Lo Stato di Amalfi.
Lo Stato di Genova.
Lo Stato di Pisa.
Lo Stato di Saluzzo.
Lo Stato di Trento.
Lo Stato di Aquileia.
Lo Stato di San Marino.
Lo Stato di Ancona.
Lo Stato di Càlari.
Lo Stato di Torres.
Lo Stato di Gallura.
Lo Stato di Arborèa.
Lo Stato di Sassari.
Lo Stato dei Gherardesca.
Lo Stato dei Doria.
Lo Stato dei Malaspina.
Lo Stato di Capua.
Lo Stato di Sicilia.
Lo Stato di Mantova.
Lo Stato di Siena.
Lo Stato di Savoia.
Lo Stato di Piemonte.
Lo Stato di Nizza.
Lo Stato di Modena.
Lo Stato di Napoli.
Lo Stato di Massa.
Lo Stato di Milano.
Lo Stato di Lucca.
Lo Stato di Firenze.
Lo Stato di Parma.
Lo Stato dei Presidii.
Lo Stato di Carloforte.
Lo Stato Cisalpino.
Lo Stato Cispadano.
Lo Stato Lombardo-Veneto.
Lo Stato di Piombino.
Lo Stato di Etruria.
Lo Stato del Vaticano.
terza parte (o terzo ciclo)
Lo Stato sardo-italiano.
Lo Stato sardo-italiano, tuttora vivente col nome di Repubblica Italiana, è nato a Cagliari-Bonaria, in Sardegna, il 19 giugno 1324 ad opera dei Catalano-Aragonesi con titolo e nome di Regno di “Sardegna e Corsica”, semplificato nel 1475 in Regno di Sardegna.
Fino al 1720 fu uno Stato sovrano ma imperfetto, cioè senza la facoltà di stipulare individualmente trattati internazionali (summa potestas) perché facente parte, in “unione reale”, di un’aggregazione di Stati detta Corona d’Aragona la quale, nel 1516, insieme con la Corona di Castiglia, formò la Corona di Spagna.
Dal 1720 in poi, sganciato dalla Corona di Spagna e retto dalla Casata dei Savoia, lo Stato tornò in aggregazione di tipo federativo – chiamata collettivamente Regno di Sardegna – col Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza.
La federazione finì con la “perfetta fusione” del 3 dicembre 1847 quando lo Stato da composto divenne unitario o semplice, con un solo popolo, un unico territorio, un solo potere pubblico legislativo, esecutivo, giudiziario.
Il nome statale di Regno di Sardegna si mantenne fino al termine della prima fase delle guerre risorgimentali. Il 17 marzo 1861, con legge sarda n. 4671, fu cambiato in Regno d'Italia.
In seguito al risultato del referendum popolare del 2 giugno 1946, lo Stato ha mutato titolo e nome in Repubblica Italiana.
Se questo nuovo schema di rivisitazione del nostro passato fosse recepito ed applicato, sarebbe una vera rivoluzione culturale. Avremmo una storia come effettivamente è stata e non come vorremmo o come vorrebbero fosse stata. Acquisterebbe valore scientifico e credibilità, eliminando quella confusione diacronica e sincronica peninsularista che la rende incomprensibile e repulsiva. Chiarirebbe la pluralità delle etnie italiane visibili all’interno di un idem sentire generale ancora in compimento a centocinquat’anni dall’Unità; spiegherebbe alcuni atteggiamenti politici regionali di sapore indipendentistico sottotraccia nazionale.
Per i sardi, infine, sarebbe l’unica possibilità per una reale rinascita sociale, se lo capissero. ...
di Francesco Cesare Casula
Fonte: www.gianfrancopintore.net/index.php
La lingua sarda a rischio estinzione
È consolidato, finalmente, per tutti che il sardo è una lingua diversa dall’italiano e che, a parità di questo, debba avere gli stessi diritti e doveri per essere utilizzato in ogni ambito sociale. Ma provate ad andare nelle scuole, o in chiesa e chiedere di celebrare una messa o un battesimo in sardo... vi accorgerete che la lingua in questione, eccetto che per qualche sporadico caso, è ancora respinta.
A tutt’oggi manca una politica linguistica e, strettamente collegata a questa, una coscienza linguistica seria e forte nel popolo pardo che sia capace di superare le barriere mentali di anni di colonizzazione culturale. Solo la mobilitazione generale delle persone responsabili potrà portare alla piena libertà politica, ossia al bilinguismo perfetto, che dia al sardo lo stesso peso sociale che ha oggi l’italiano.
Ma, nonostante varie leggi a tutela della lingua sarda, nelle scuole isolane si continuano, oltretutto, a utilizzare testi che fanno rientrare il sardo tra i dialetti italiani! Una presa in giro che insulta i nostri stessi figli e che li imbroglia culturalmente informandoli con il falso! Per questi argomenti i docenti sardi di ruolo o meno si guardano bene dallo scendere in piazza! Chi tutela, quindi, i nostri ragazzi? Nessuno! Tanto che taluni insegnanti continuano persino a proibire e ammonire quegli studenti che pronunciano “umbè” (molto) o “eja” (si!).
Se la situazione della lingua sarda è arrivata al collasso e anche a causa di tali docenti che “educano” i fragili bambini a non parlare in sardo in quanto elemento inopportuno per la formazione culturale e sociale della persona. Pensi e parli in sardo? Ma molti docenti ancora non vogliono accettarlo! Alla faccia della democrazia linguistica e della pedagogia moderna.
Sulle varie problematiche della lingua sarda ne abbiamo parlato con l’esperto Stefano Chessa.
Tu di recente hai insegnato il sardo agli scolari delle elementari e medie a Tissi, il tuo paese. La situazione linguistica tra questi giovani?
«Purtroppo la lingua sarda è completamente sconosciuta per tantissimi bambini e posso dire che la situazione è drammatica. Se escludiamo le eccezioni, il 95% dei bambini non solo non conosce il sardo, ma non lo capisce minimamente».
Tu cosa proporresti per il recupero del sardo?
«Non si può prescindere dall’insegnamento della lingua sardanelle scuole».
Obbligatorio o facoltativo?
«Spererei obbligatorio. Anche perchéla legge 482 prevede, all’art.6, che all’interno degli istituti venga insegnata la lingua sarda in quanto minoritaria... e in via d’estinzione».
Cosa proporresti per convincere le famiglie a parlare, ma soprattutto a educare i bambini in sardo?
«Se i genitori non parlano in sardo, sarà improbabile che possano farlo con i loro bambini. Spesso manca la capacità di farlo. Ci sono ragazzi di venticinque – trent’anni che non parlano in sardo neanche in maniera sufficiente e, non essendo abituati a farlo, non lo trasmettono».
Quindi la lingua sarda non ha speranze di sopravvivenza?
«Se si continua così è ovvio! Le iniziative utili potrebbero essere quelle relative alla Poesia, musica, teatro, ecc. che sono aspetti fondamentali della cultura sarda».
Non si rischia così di scadere nel folklore?
«È un rischio che purtroppo dobbiamo correre, altrimenti il sardo rimarrà sempre una seconda lingua e se vogliamo che diventi, progressivamente, esattamente come l’italiano».
Che coscienza ha il popolo sardo della propria lingua?
«Tutti i sardi sono coscienti di questo grande patrimonio, ma in pochi fanno qualcosa per tutelarlo e difenderlo».
Cosa ne pensi della lingua sarda comune?
«Sono d’accordo con questa, perché se volessimo pensare di introdurre la lingua sarda all’interno delle pubbliche amministrazioni è normale che debba esistere una lingua comune che sia la medesima per Sassari, così come per Cagliari, Alghero, Calasetta, che sono tutte realtà linguistiche differenti tra di loro».
Per quale motivo in sardo scritto si utilizza il ch e non più il k?
«A tutt’oggi ci sono alcune aree linguistiche che utilizzano ancora il k, altre preferiscono il ch e non so se ci sia un motivo. Probabilmente per non discostarsi troppo dalla parola italiana».
Nel 1989 due fratellini di San Pantaleo furono bocciati perché il loro italiano era “influenzato dal dialetto”, questo pericolo immagino non esista più?
«Purtroppo non me la sento di dire che non esiste più. Il grosso timore è che ci sia ancora un po’ di distacco da parte degli inse gnanti e della scuola in generale».
Si può parlare di genocidio culturale?
«Si deve parlare di genocidio culturale!»
Fonte: Il Sassarese del 15 novembre 2009
Cardinals and Criminals | Mostra personale di Marco Delogu a New York
Si è aperta giovedì 18 febbraio la mostra personale di Marco Delogu a New York dal titolo "Cardinals and Criminals".
Venti ritratti dai due progetti realizzati dal fotografo romano in Vaticano, ritraendo il governo della chiesa e i cardinali in pensione, e nelle sezioni maschili e femminile del carcere di Rebibbia a Roma. Le foto sono esposte presso la galleria Randall Scott (111 front street, Brooklyn Dumbo) fino al 27 marzo
Colloquio con Marco Delogu, ideatore e direttore artistico del festival FotoGrafia
Marco Delogu, fotografo professionista di origine sarda nato a Roma nel 1960 è il direttore artistico del Festival Internazionale di FotoGrafia di Roma che ha portato la Capitale a confrontarsi con altre importanti realtà sulla scena dell'arte più «magica» della creatività visiva: la fotografia.
«E' un'idea che mi è venuta in mente nel 2001» - racconta Delogu che nel 2002 ha diretto la prima edizione del Festival romano. «Con la nuova amministrazione non c'è stato nessun problema: sono andato dall'assessore e ho proposto la nuova edizione, che è stata approvata. Del resto le grandi città fanno così, anche a Parigi dove ho lavorato per il Centre Pompidou, le nuove amministrazioni non cambiavano la programmazione della giunta precedente»
Ci racconti come il festival quest'anno dedica un ampio spazio alla città di Roma
«Fare dei lavori in relazione a Roma é un mio pallino. La città ha una storia molto forte e un'estetica anche molto importante. Chi si occupa di visioni non può non confrontarsi con Roma»
Il confronto con l’estetica di Roma non è difficile?
«Roma è un po’ una trappola, perché c’è un cinismo estetico, è stato già visto tutto. Ma gli artisti scelti hanno un loro linguaggio molto forte e vanno a sommare il loro linguaggio con la città. Questo miscuglio diventa molto interessante come nel caso di Guy Tillim, il fotografo sudamericano che ha sempre scattato in Africa e a Roma ha cercato di fermare la "città di mezzo", quei luoghi di Roma tra via Marmorata, via Giolitti, Porta Maggiore e l'Eur che non rappresentano i circuiti "classici". Il suo è uno sguardo nuovo, moderno dove il fotografo mette una luce tutta sua e una particolare visione dei paesaggi. La città diventa inedita, dove c'è uno strano equilibrio tra antico e contemporaneo»
E il giovane fotografo ecuadoriano che indaga la città extracomunitaria?
Giovanny Verdezoto non è un professionista famoso, non era mai uscito dall'Ecuador ma grazie al concorso dell’Ila, l'Istituto Latino Americano è stato a Roma per un mese a fotografare le realtà sociali attuali della Capitale. Il concorso in vigore dal 2007 prevede la chiamata di un fotografo sudamericano per scrutare la città, è una sinergia molto interessante».
Il festival è un’occasione per imparare a fotografare?
«Certo, si possono incontrare i fotografi che spiegano i trucchi del mestiere, la ricerca dell’immagine. Ci sono anche numerosi workshop a quali si può partecipare e ci sono i photo editor che guardano i portfolio al prezzo di un euro.
Cosa consigli di fare il finesettimana dal 29 al 31 maggio?
«Passare tutto il tempo al Palazzo delle Esposizione per vedere le mostre, le proiezioni e incontrare i fotografi. Ci saranno anche più di 200 libri da poter consultare. E' una full immersion nella fotografia con i protagonisti internazionali».
Come cambia la fotografia con la tecnologia?
«La tecnica è una piccola parte, il valore vero è il cambio di mentalità. Bisogna sicuramente considerare che realizzare fotografie oggi costa molto meno, perchè i costi di produzione si sono notevolmente abbassati. Proprio per questo tutti hanno più possibilità: se tu non fai una foto è perché non l’hai voluta fare. La tecnologia inoltre, ha aumentato la capacità di usare il colore, che ora si può personalizzare. Il fatto che tutti possono fotografare ha fatto fare un salto: ora basta studiare e mettere il proprio vissuto nella fotografia. A volte riesce e a volte no, chi ha qualcosa da dire, però si vede».
Manuela Pelati
Fonte: roma.corriere.it/notizie/arte_e_cultura/09_maggio_28/intervista_delogu_direartistico_festfoto-1501406779822.shtml
Vai alla Gallery: "Cardinals and Criminals"
La beffa vola nel cielo di Cagliari: giungla delle tariffe dopo i ribassi
Trasporti. dopo le lotte parlamentari le tratte verso Roma e Milano sono state di nuovo aumentate. Meridiana è più cara di Alitalia. Per uno stesso tragitto anche variazioni di trenta euro.
Un intenso lavoro parlamentare per abbassare i prezzi dei voli e ora le tariffe aeree in continuità territoriale schizzano di nuovo in alto. È bastato un decreto ministeriale sull'aumento delle tasse aeroportuali e i dieci euro in meno che da qualche mese i sardi evitano di pagare per lasciare l'Isola, sono diventati cinque. Dai 144 euro che servivano per il Cagliari- Roma, andata e ritorno, si è passati a 149.
Succede con Meridiana. Alitalia non è da meno: 166 euro per la tratta Cagliari Milano Cagliari a marzo 2009, mentre a fine anno ne bastavano 140. Oggi ce ne vogliono 144. AirOne (che dal gennaio 2009 è stata acquisita da Alitalia) fino a poche settimane fa faceva volare gratis i bambini sotto i 24 mesi. Da quando le due compagnie sono allineate, il viaggio del neonato costa sei euro sola andata.
L'allineamento, insomma, ha privilegiato la tendenza di Alitalia e non quella di AirOne. Dalla lettura dei biglietti emerge che il ritorno è la fase del viaggio che costa più cara, soprattutto nel caso di Meridiana. Dai 70 euro per Elmas-Fiumicino si passa a 78 euro per fare la rotta inversa. Stesso discorso per Elmas-Linate, 80 euro, 9 in meno di quello che costa il ritorno. Con Alitalia, invece, la differenza è di pochi euro. Sempre la compagnia di bandiera ha scelto la politica di trattare il cliente allo stesso modo, sia che acquisti il biglietto in agenzia, su internet, o attraverso il callcenter.
Non così Meridiana: per un Cagliari-Roma-Cagliari compreso di tasse aeroportuali, online si spendono 138 euro, 144 se ci si rivolge al call-center fino a raggiungere 154 euro se a stampare il biglietto ci pensa un'agenzia di viaggi. «Sono esclusi i diritti d'agenzia - fanno sapere dal Cts di Cagliari - se dovessimo applicare anche quello, il prezzo schizzerebbe ancora più in alto». Alla faccia della continuità territoriale, venticinque euro in più rispetto alla tariffa del sito web. «La legge prevede - si giustifica la compagnia - che esista almeno un canale di vendita che non applichi alcun sovrapprezzo». Il sito appunto.
Sovrapprezzo, altro non è che quello che dalla compagnia chiamano «administation fee», costi di gestione nei quali sono comprese diverse voci e che aumentano di tre euro passando per il sito fino all'agenzia di viaggi. «È una logica - continuano da Meridiana - che avvantaggia l'utente che agisce per conto proprio». Non è l'unica libertà che Meridiana si prende rispetto ad Alitalia. Cagliari-Roma-Cagliari con la compagnia di bandiera costa 124 euro. Con Meridiana, nella migliore delle ipotesi (acquistando il biglietto online), se ne spendono 138. Dodici in più. Lo stesso succede con la tratta Elmas-Linate-Elmas: 144 Alitalia e 151 ne chiede Meridiana.
In agenzia di viaggi, per una politica che Alitalia ha deciso di mantenere, il prezzo resta invariato. Meridiana invece, per esempio per la tratta Cagliari-Roma-Cagliari, arriva a chiedere 154 euro. Cioè il costo finale di uno stesso viaggio andata e ritorno, può variare tra le due compagnie anche di 30 euro.
Fonte: Il Sardegna del 18 Febbraio 2010
Ennio Porrino: 100° anniversario della nascita
Gli anniversari servono spesso a richiamare alla mente i fatti del passato che, per qualche ragione, sono stati accantonati dalla memoria. E’ questo il caso di Ennio Porrino, di cui si riprende a parlare in questi mesi dopo un lungo periodo di silenzio intorno al suo nome, perchè nel 2009 è caduto il cinquantenario della morte, mentre quest’anno ricorre il centenario della nascita.
E’ il 20 gennaio 1910, infatti, quando a Cagliari viene al mondo Ennio Francesco Giovanni Porrino: la sua famiglia abita nello storico quartiere di Castello, in via San Giuseppe 14. Dopo circa due anni dalla nascita del figlio, la famiglia Porrino si sposta a Caserta e, per diversi anni si muoverà per l’Italia, fino all’ultimo trasferimento, che ne stabilisce la sede definitiva a Roma.
Qui Ennio Porrino decide di dedicarsi agli studi musicali: in pochi anni consegue il diploma in Composizione (che sostiene brillantemente da privatista al Conservatorio della Capitale) e può iscriversi al triennio di perfezionamento di Alta Composizione tenuto in quegli anni da Ottorino Respighi.
E’ l’inizio di una rapida carriera che lo porta a esordire nel 1933 all’Auditorium dell’Augusteo con l’Ouverture Tartarin de Tarascon e al Teatro Comunale di Firenze con il poema sinfonico Sardegna; una stagione che raggiunge il culmine con l’opera Gli Orazi (1939), andata in scena alla Scala di Milano nel 1941.
Tuttavia, per Porrino, oltre al successo si era aperta anche un’epoca densa di incognite e preoccupazioni. Dopo il buon risultato dei suoi primi lavori, che lo aveva catapultato nel mondo musicale nazionale e internazionale, il compositore si era lasciato inspiegabilmente trascinare dalla corrente più aggressiva e becera del fascismo in un durissimo attacco allo schieramento musicale più moderato e internazionalista del regime, rappresentato in prima persona da Alfredo Casella.
La polemica aveva poi finito per ritorcersi contro lo stesso Porrino, che pure non ne era stato l’ideatore. Di conseguenza, pur nominato a ventinove anni titolare della cattedra di Armonia e Contrappunto presso il Conservatorio di Roma per “chiara fama” ed eletto nell’Accademia di Santa Cecilia, Porrino viene giudicato con grandissima diffidenza dal mondo musicale nazionale e, in particolare, da quello romano, che lo osteggia più o meno apertamente.
Gli eventi successivi - la caduta di Mussolini, l’8 settembre, la creazione della Repubblica di Salò, le epurazioni - portano il compositore a Venezia, dove scrive i dolenti Canti dell’esilio (1945) e a Napoli, dove vede la luce la sua Sonata drammatica (1947); Porrino rientrerà stabilmente a Roma alla fine degli anni Quaranta e intraprenderà una seconda fase creativa con l’oratorio Il Processo di Cristo (1950).
A questi anni risale anche il suo viaggio in Sardegna, intrapreso per scrivere le musiche di un film ambientato in Gallura, in cui subisce il fascino del passato nuragico. E’ la prima volta che il compositore visita davvero l’isola poiché, fino a quel momento, l’unica occasione di rimpatrio era stata la partecipazione a Cagliari al Terzo Congresso del Sindacato Nazionale Fascista dei Musicisti nel 1937.
L’antica civiltà protosarda, che lo aveva già entusiasmato per il dramma I Shardana (1939-1949), lo conquista definitivamente e lo stimola a scrivere Nuraghi (1952), in cui per la prima volta si accosta alla dodecafonia.
Nel 1956 Porrino torna a Cagliari, come Direttore del Conservatorio e Direttore Artistico dell’Istituzione dei Concerti; qui imprime un energico slancio allo sviluppo del Conservatorio e pone le basi per la creazione di un’orchestra stabile. Saranno queste le ultime battute della sua attività artistica, in cui scrive anche il concerto Sonar per musici (1958): l’anno successivo, dopo la messa in scena al Teatro “San Carlo” di Napoli de I Shardana e l’esecuzione al Teatro “La Fenice” di Venezia del suo ultimo lavoro, La Bambola malata, una fulminea malattia lo stronca a soli 49 anni.
Le celebrazioni di Porrino che si svolgono tra il 2009 e il 2010, ci consentono di riaprire un confronto su un autore importante e trascurato della cultura musicale italiana. Un musicista nato a Cagliari e tornato nella sua città natale negli ultimi anni della sua vita, che per tutta la sua esistenza ha conservato una visione della Sardegna, forse mitizzata, certamente densa di orgoglio.
Un compositore che, oltre ai pochi lavori di ispirazione sarda per cui è conosciuto, in realtà si è cimentato in moltissimi generi musicali - la lirica da camera, il brano strumentale per piccolo ensemble e per grande orchestra, l’oratorio, la sonata, l’opera, il concerto, il balletto, la produzione corale, la musica per film - la cui revisione riserverebbe non poche sorprese.
In questo senso, un esempio eloquente è rappresentato dall’oratorio radiofonico E un uomo vinse lo spazio, commissionato nel 1938 dall’EIAR a Ettore Giannini e musicato da Porrino, nato per onorare la memoria di Guglielmo Marconi (scomparso l’anno precedente), che si configura come un lavoro di sperimentazione musicale molto avanzata.
Quando Giannini e Porrino si accingono infatti alla sua realizzazione, non esiste in Europa un repertorio del genere nel circuito radiofonico e i due autori devono stabilire inediti canoni tecnici, estetici ed espressivi, risolvendo da soli, col loro intuito e la loro fantasia, tutti i problemi che presenta l’intreccio della recitazione singola e collettiva con i piccoli gruppi strumentali, l’orchestra, i cori, i rumori e la presenza del microfono.
Un antefatto tutto italiano, insomma, che precede almeno di un decennio gli esperimenti parigini sulla musica concreta e di diversi lustri le sperimentazioni elettroacustiche realizzate nei primi anni Cinquanta dalla Westdeutscher Rundfunk di Colonia e dallo Studio di Fonologia Musicale della RAI di Milano. Un’occasione in più per riavviare il dibattito sulla figura e sull’opera di Ennio Porrino, a un secolo dalla sua nascita, su basi differenti e nuove.
Myriam Quaquero*
Testo incluso nel libro, in corso di pubblicazione, di Myriam Quaquero, Ennio Porrino (Sassari, Carlo Delfino Editore, 2010).
* docente di storia della musica e di Storia della musica della Sardegna presso il Conservatorio "Giovanni Pierluigi da Palestrina" di Cagliari
I Shardana di Ennio Porrino, il 19-21 febbraio, al Teatro Lirico di Cagliari
La Stagione concertistica 2009-2010 del Teatro Lirico di Cagliari prosegue con il dodicesimo appuntamento, venerdì 19 febbraio alle 20.30 (turno A) e domenica 21 febbraio alle 19 (turno B)con l’esecuzione di un’altra opera lirica in forma di concerto: I Shardana – Gli uomini dei Nuraghi, il dramma musicale in tre atti di Ennio Porrino (Cagliari, 20 gennaio 1910 – Roma, 25 settembre 1959) che è il fulcro delle manifestazioni organizzate dal Teatro Lirico di Cagliari, in collaborazione con il Conservatorio Statale di Musica “Giovanni Pierluigi da Palestrina” di Cagliari, in occasione del centenario della nascita e del cinquantesimo della scomparsa del compositore. L’occasione, unica nel suo genere, consente soprattutto una maggior concentrazione sull’ascolto musicale, non essendo previsto l’ausilio della parte visiva (regia, scene, costumi e luci).
Gli interpreti sono: Giorgio Surian (Gonnario), Anna Rita Gemmabella (Nibatta), Rudy Park (Torbeno), Maria Billeri (Bèrbera Jonia), Gianluca Floris (Perdu), Gevorg Hakobyan (Norace), Alessandro Senes (Orzocco, Una voce, Un pastore), Beatrice Murtas (Prima dolorante), Luana Spinola (Seconda dolorante), Elisa Pais (Terza dolorante), Giampaolo Ledda (Un pastore sardo, La vedetta, Un altro guerriero). L’Orchestra e il Coro del Teatro Lirico sono diretti da Anthony Bramall. Il maestro del coro è Fulvio Fogliazza.
Rappresentata per la prima volta al Teatro di San Carlo di Napoli il 21 marzo 1959, per la direzione dello stesso Porrino, riscuote da subito grande successo di pubblico e di critica che, tra l’altro, riconosce al compositore l’abilità nel fondere la melodia classica con la matrice musicale sarda. Il 18 marzo 1960 I Shardana viene rappresentata al Teatro Massimo di Cagliari (interpreti Carlo Cava, Gastone Limarilli, Walter Monachesi, Luisa Malagrida, Oralia Dominguez; direttore Armando La Rosa Parodi; regia Marcella Govoni), in occasione della commemorazione del compositore recentemente scomparso.
«[...] Molti, con l’idea di un’arte aristocratica, sembra dimentichino l’umanità e, con un senso inopportuno di disinteresse, disprezzano la massa. Per me invece, lo scopo vero dell’arte, e soprattutto del teatro, è quello di andare verso il pubblico, conquistarlo e trarlo verso il nostro ideale, verso sentimenti veramente aristocratici. Io credo che oggi più che mai e per ragioni sociali e per una concezione più vasta della vita, si debba fare il vero teatro, il grande teatro, anche se non di masse, per le masse. [...]» (da: lettera di Ennio Porrino a Claudio Guastalla, in “Epistolario Porrino”, 1934/1935 circa)
Maria Billeri
Dopo aver studiato con Stefania Cappozzo Turchini, si è diplomata in canto al Conservatorio Statale di Musica “Girolamo Frescobaldi” di Ferrara. È risultata vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali di canto quali: “Voci Mascagnane”, “AS.LI.CO.”, “Luciano Pavarotti International Voice Competition” a Philadelphia, “Puccini e il suo tempo” (Rosetum).
Ha debuttato all’età di 22 anni a Jesi, in Macbeth (Dama) di Verdi. Ha, poi, interpretato ruoli solistici con le orchestre della RAI a Torino, Roma e Milano e con I Pomeriggi Musicali di Milano, diretta da, tra gli altri, Vladimir Delman, Tiziano Severini, Daniel Nazareth, Frank Shipway, Daniele Callegari. Il suo debutto, in un ruolo operistico principale, è con Mimì in La Bohème di Puccini, nei teatri di Bergamo, Cremona, Brescia e Como, per la direzione di Stefano Ranzani.
Da questo momento ha interpretato numerosi ruoli tra cui: L’incoronazione di Poppea (Virtù) di Monteverdi (Comunale di Firenze; Jan Latham-Koenig); Simon Boccanegra (Amelia) di Verdi (Regio di Torino, Daniel Oren; teatri di Pisa, Como, Rovigo, Ravenna e Trento, Antonello Allemandi e Giancarlo Andretta); Carmen (Micaela) di Bizet (teatri di Pisa, Lucca, Mantova; Claudio Desderi e Marco Balderi); Norma (Adalgisa) di Bellini (teatri di Pisa, Lucca, Livorno, Siena; Alessandro Pinzauti); Don Carlos (Elisabetta) di Verdi (Opera di Praga; Stefano Pellegrino); Maria Stuarda (Maria Stuarda) di Donizetti (Regio di Torino; Evelino Pidò); Assassinio nella Cattedrale (Prima Corifea) di Pizzetti (Regio di Torino; Bruno Bartoletti); Messa da Requiem di Verdi (Zagabria; Pier Giorgio Morandi); I Masnadieri (Amalia) di Verdi (Vienna; M. Vach); Il Tabarro (Giorgetta) di Puccini (Bergamo, Lucca e Novara; Fabrizio Maria Carminati).
Anthony Bramall
Nato a Londra si è brillantemente diplomato in canto alla Guildhall School of Music and Drama. Ha quindi frequentato il corso avanzato di direzione orchestrale, sotto la guida di Vilem Tausky, mettendo a frutto la sua particolare competenza nell’ambito del canto in diverse produzioni del corso di opera lirica.
Esperto sia nel repertorio italiano che in quello tedesco, ha esordito sulla scena musicale tedesca come assistente del Generalmusikdirektor dell’Opera Municipale di Pforzheim. Nello stesso periodo ha preso parte al III Concorso internazionale di direzione d’orchestra “Hans Swarowsky”, ottenendo il premio speciale per la musica del Novecento. Divenuto ospite regolare alla guida della Südwestdeutsches Kammerochester di Pforzheim, ha effettuato numerose incisioni per l’etichetta Naxos con la Filarmonica Slovacca e con l’Orchestra Sinfonica della Radio Slovacca a Bratislava.
Ha ricoperto in seguito gli incarichi di direttore stabile e direttore musicale all’Opera Municipale di Augusta, e di primo Kapellmeister all’Opera di Coburgo e all’Opera di Stato di Hannover, dove, essendosi creato una solida reputazione di specialista del repertorio italiano, ha instaurato una collaborazione con l’Orchestra Sinfonica della Radio NDR di Hannover, che ha diretto in un concerto di gala con musiche di Rossini e in numerose incisioni.
Nel 1992 ha iniziato il sodalizio – che dura tuttora – con la Semperoper di Dresda, con una nuova produzione di La Cenerentola acclamata dalla critica internazionale. Tre anni dopo ha assunto l’incarico di Generalmusikdirektor a Krefeld/Mönchengladbach, debuttando con grande successo nell’Otello di Verdi, a cui hanno fatto seguito Die Zauberflöte, Faust, Elektra, Cavalleria rusticana e Pagliacci, Il trovatore, Wozzeck, Der Rosenkavalier, Le nozze di Figaro, Die fliegende Höllander, Fidelio, Don Giovanni, Luisa Miller e, nel repertorio sinfonico e corale, la Nona Sinfonia di Beethoven, il Requiem di Verdi, l'oratorio The Dream of Gerontius di Elgar, il Requiem di Mozart e il Deutsches Requiem di Brahms.
Alla Badisches Staatstheater di Karlsruhe, dove attualmente è Generalmusikdirektor, ha diretto Falstaff, Parsifal, il Trittico, Hänsel und Gretel, Salome e Elektra, oltre a numerosi concerti sinfonici, ed ha debuttato nel Ring: il ciclo wagneriano si è aperto nella stagione 2004-2005 con un Rheingold particolarmente apprezzato dalla critica, ed è proseguito nella stagione successiva con Die Walküre che ha diretto anche al Teatro Lirico di Cagliari nel maggio 2006 e, nel settembre 2006, con Siegfried.
Recentemente è stato impegnato in una nuova produzione di Madama Butterfly alla Semperoper di Dresda, in La Cenerentola di Rossini alla Staatsoper di Monaco di Baviera, in Falstaff a Göteborg, in Svezia, ed in una serie di concerti a Città del Messico, a Charlotte negli Stati Uniti e in Giappone, con la Metropolitan Symphony Orchestra di Tokyo nel 2003 e con la NHK Symphony Orchestra nell’agosto 2006. Le scorse stagioni concertistiche cagliaritane hanno visto Anthony Bramall protagonista due volte alla guida dell’Orchestra del Teatro Lirico: nel novembre 2006 con Simone Pedroni solista e, nel marzo 2007, insieme al Coro del Teatro Lirico, per la Messa di Requiem di Giuseppe Verdi.
Coro del Teatro Lirico
Protagonista di una importante attività che, a partire dal dopoguerra, lo ha portato ad eseguire oltre cento titoli di lirica, si qualifica anche per la capacità di affrontare il repertorio sinfonico.
La disponibilità e la capacità di interpretare lavori di epoche e stili diversi in lingua originale sono caratteristiche che lo hanno reso tra le compagini più duttili ed apprezzate da direttori d’orchestra e registi. Il complesso ha avuto particolare cura per le opere di compositori del Novecento, tra cui Le Roi David di Honegger, Stabat Mater di Poulenc, Assassinio nella cattedrale di Pizzetti, Sinfonia di Salmi di Stravinskij, Coro di morti di Petrassi, La visita meravigliosa di Rota, Stabat Mater di Szymanowski.
Tra le interpretazioni delle ultime stagioni hanno particolare rilievo il Te Deum di Berlioz con la direzione di Gabor Ötvös, la Seconda Sinfonia di Mahler con Alun Francis, il Requiem e la Messa dell’Incoronazione di Mozart con Ton Koopman, il Requiem di Cherubini diretto da Frans Brüggen, il Requiem tedesco di Brahms e La Creazione di Haydn con Gérard Korsten, la Passione secondo Giovanni e la Passione secondo Matteo di Bach con Peter Schreier, le opere Sebastian, tratta da Le martyre de Saint-Sébastien di Debussy (prima produzione italiana), con la direzione di Georges Prêtre, Čerevički di Čajkovskij diretta da Gennadi Rozhdestvensky.
Negli anni scorsi ha collaborato con registi quali Dario Fo, Beni Montresor, Stefano Vizioli, Lorenzo Mariani, Filippo Crivelli, Luca Ronconi, Hennings Brockhaus, Alberto Fassini, Denis Krief, José Carlos Plaza, Stephen Medcalf, Pier Luigi Pizzi, Graham Vick. Sotto la guida di Lorin Maazel ha eseguito con successo la Nona Sinfonia di Beethoven nel 1999, e l’anno successivo in un’apprezzata versione multimediale.
Nel 2002 il Coro, insieme all’Orchestra del Teatro Lirico, ha rappresentato l’Italia nell’ambito della rassegna Italienische Nacht, organizzata dalla Bayerischer Rundfunk al Gasteig di Monaco di Baviera e trasmessa in diretta dalla radio bavarese. Particolarmente apprezzate sono state, inoltre, le esecuzioni della Liturgia di San Giovanni Crisostomo di Čajkovskij e il Vespro in memoria di S. Smolenskij di Rachmaninov. Nel giugno 2003 ha eseguito, con la New York Philharmonic diretta da Lorin Maazel, brani da Porgy and Bess di Gershwin.
Per la casa discografica Dynamic ha inciso Die Feen di Wagner, Dalibor di Smetana, (premiate, rispettivamente, da “Musica e Dischi” quale miglior disco operistico italiano del 1997, e da “Opéra International” col “Timbre de Platine” - gennaio 2001), Čerevički di Čajkovskij, Die ägyptische Helena di Richard Strauss, Goyescas di Granados e La vida breve di De Falla, la Passione secondo Giovanni di Bach, Euryanthe di Weber, Opričnik di Čajkovskij, Alfonso und Estrella di Schubert, Hans Heiling di Marschner, Chérubin di Massenet, Die Vögel di Braunfels, Lucia di Lammermoor di Donizetti. E’ in preparazione l’edizione discografica di A Village Romeo and Juliet di Delius. Per la Rai ha registrato, nel 1998, La Bohème (con Andrea Bocelli nel ruolo di Rodolfo), trasmessa in tutto il mondo, e, nel 2003, Don Pasquale (edito in dvd da Rai Trade).
Gianluca Floris
Nato a Cagliari, dove ha iniziato gli studi di canto lirico nel 1988, nel 1992 è stato finalista mondiale del Concorso “Luciano Pavarotti International” a Filadelfia. Tenore lirico con facilità naturale nel registro acuto, ha in repertorio i ruoli da protagonista in Otello ed Ermione di Rossini, La Traviata, Nabucco, Macbeth, Rigoletto e Messa da Requiem di Verdi, Tosca, La Bohème e Madama Butterfly di Puccini, Lucia di Lammermoor di Donizetti.
Specialista nei ruoli di carattere, ha interpretato, con successo, numerosi personaggi, tra i quali: Goro in Madama Butterfly; Edmondo, Lampionaio e Maestro di ballo in Manon Lescaut; Pang e Pong in Turandot; Malcolm in Macbeth; Messaggero in Aida; Narraboth e Juden in Salome; Spoletta in Tosca; Gastone in La Traviata; Normanno e Arturo in Lucia di Lammermoor; Wagner in Mefistofele; Bardolfo e Dr. Cajus in Falstaff; Fatty in Ascesa e caduta della città di Mahagonny; Matteo Borsa in Rigoletto; Walter in Tannhäuser; Don Basilio in Le nozze di Figaro; Remendado in Carmen; Selimo in Il Corsaro; un Incredibile in Andrea Chénier.
Interpreta, inoltre, diversi ruoli in cantate, corali, oratori ed altre opere del repertorio sinfonico. Lavora abitualmente con direttori d’orchestra del calibro di Zubin Mehta, Lorin Maazel, Jurij Temirkanov, Daniel Oren e Placido Domingo ed ha partecipato a produzioni di registi quali Bob Carsen, Zhāng Yìmóu, Franco Zeffirelli, Giancarlo del Monaco, Pier’Alli, Daniele Abbado, Denis Krief, Stephen Medcalf, Werner Herzog, Pier Luigi Pizzi, Gabriele Lavia e Luca Ronconi.
Fulvio Fogliazza
Nato a Cremona, ha studiato al Conservatorio di Musica “Arrigo Boito” di Parma e si è diplomato in pianoforte con Piero Rattalino e in composizione con Franco Margola. Ha, inoltre, studiato direzione d’orchestra con Sergiu Celibidache e Franco Ferrara. Dopo un’importante attività come concertista in Europa, si è dedicato alla preparazione di cori polifonici e lirici nei teatri di Cremona, Bergamo, Brescia e Parma. Successivamente è stato chiamato, in qualità di maestro del coro, nei maggiori teatri d’opera italiani, come il Comunale di Bologna (1970-1980), il Regio di Torino (1981-1991), il Massimo di Palermo (1991-1999, 2002-2005), il Carlo Felice di Genova (1999-2000).
Ha anche insegnato “lettura della partitura” in vari conservatori italiani e si è dedicato all’attività di compositore, scrivendo, tra l’altro, un Concerto per pianoforte e orchestra. Con il Festival Settembre-Musica di Torino ha realizzato molte esecuzioni di musica polifonica antica, fra cui il Sederunt principes di Perotinus, di musica moderna e contemporanea. Ha collaborato con direttori quali Igor Markevitch, Riccardo Chailly, Gianandrea Gavazzeni.
Anna Rita Gemmabella
Vincitrice di numerosi concorsi nazionali ed internazionali ha debuttato, nel 1999, in La finta parigina di Cimarosa, con l’Opera Laboratorio del Teatro Massimo di Palermo. Nel 2000 ha cantato il ruolo di Zita in Gianni Schicchi e quello di Cristina in I pazzi per progetto, opera rappresentata al Festival Donizetti di Bergamo per la direzione di Fabrizio Maria Carminati e la regia di Enzo Dara. Nel 2001 ha debuttato diversi ruoli rossiniani, quali Rosina nel Barbiere di Siviglia a Lisbona, Melibea in Il viaggio a Reims a Strasburgo, Aspasia in La pietra del paragone a Wildbad ed ha eseguito la cantata di Rossini Giovanna d’Arco a Palermo ed a Napoli. Nello stesso anno si è esibita al Teatro di Stoccarda in I pazzi per progetto di Donizetti, al Teatro Regio di Torino in Pulcinella di Stravinskij ed ha preso parte alla prima esecuzione in epoca moderna del Werther di Mayr.
Nel corso del 2002 ha affrontato altre opere rossiniane quali Tancredi (Isaura) al San Carlo di Napoli, Maometto II (Calbo) a Wildbad, La Cenerentola (Angelina) al Teatro Verdi di Salerno e la Petite Messe Solennelle a Genova per la direzione di Bruno Campanella. Sempre nello stesso anno ha riscosso grande successo al Teatro Massimo di Palermo cantando Romeo in I Capuleti e i Montecchi di Bellini.
Nel 2003 ha debuttato alla Scala di Milano per la direzione di Riccardo Muti nel ruolo di Marie in Moïse et Pharaon di Rossini. Tra gli altri impegni spiccano il debutto nei ruoli di Fidalma nel Matrimonio segreto di Cimarosa a Messina, di Arsace in Semiramide alla Deutsche Oper di Berlino ed al Teatro dell’Opera di Roma, di Carlotta in Torvaldo e Dorliska di Rossini a Wildbad. Ha poi cantato il Gloria di Vivaldi al Festival di Ravello.
Successivamente è stata impegnata nel Corsaro di Pacini al Teatro Regio di Parma e in diverse opere rossiniane: Il viaggio a Reims nell’allestimento curato da Dario Fo al Carlo Felice di Genova; Le comte Ory (Ragonde) al Comunale di Bologna ed al Valli di Reggio Emilia; Ciro in Babilonia (Ciro) a Wildbad; Il turco in Italia al San Carlo di Napoli; Maometto II alla Fenice di Venezia; La Cenerentola al Politeama di Lecce; Il viaggio a Reims a Reggio Calabria. Si è esibita al Festival di Musica Sacra di Nizza nella Messa in si minore di Bach.
Nelle ultime stagioni ha cantato la Petite Messe Solennelle al Comunale di Firenze, La Gioconda (La Cieca) all’Arena di Verona, Requiem di Verdi e Le nozze di Figaro all’Opera di Roma, Tancredi al Comunale di Firenze, il ruolo di Bradamante in Orlando furioso di Vivaldi a Genova, l’azione sacra di Mozart La betulia liberata ai Pomeriggi Musicali di Milano, La clemenza di Tito (Sesto) a Fidenza, La Cenerentola al Carlo Felice di Genova, la Messa in do minore di Donizetti al Teatro Filarmonico di Verona, Stabat Mater di Rossini al Teatro di Sofia, Le nozze di Figaro a Lugano.
Di recente ha cantato il ruolo di Dorabella in Così fan tutte all’Opera di Amburgo e lo ha ripreso al Teatro Municipale di Piacenza, in una produzione realizzata dalla Fondazione Toscanini di Parma. Nel febbraio 2007 si è esibita al Teatro delle Muse di Ancona come Fenena (Nabucco). Hanno fatto seguito: Così fan tutte (Dorabella) e Requiem di Mozart alla New Israeli Opera di Tel Aviv. Di recente ha cantato Tutti in maschera (Dorotea) a Savona, Piacenza e Rovigo, Orfeo ed Euridice (Orfeo) a Savona ed ha debuttato nel ruolo di Dalila in Samson et Dalila a Lecce.
Ha interpretato il Requiem di Verdi con l’Orchestra della Toscana. Al Concertgebouw di Amsterdam ha cantato Orlando furioso con la Venice Baroque Orchestra diretta da Andrea Marcon, ed in seguito in tournèe a Roma, La clemenza di Tito (Sesto) al Teatro dell’Opera Giocosa di Savona, L’Italiana in Algeri (Isabella) al Regio di Torino. Più recentemente, sempre a Savona, è stata impegnata in Il barbiere di Siviglia (Rosina), poi in tournèe a Lucca, Rovigo e Bergamo. Nei prossimi mesi canterà la Paukenmesse di Haydn al San Carlo di Napoli. Ha inciso opere di Cimarosa, Rossini, Donizetti, Mayr, Mozart: La finta parigina, I pazzi per progetto, Werther, La pietra del paragone, Maometto II (due edizioni), Torvaldo e Dorliska, Ciro in Babilonia, Giovanna d’Arco, Il viaggio a Reims, Le nozze di Figaro, Petite Messe Solennelle.
Gevorg Hakobyan
È nato nel 1981 a Metsamor, in Armenia. Si è diplomato al Conservatorio di Yerevan, nel 2004, con Sergey Danielyan. È solista, dal 2003, al Teatro dell’Opera di Yerevan, dove ha cantato, tra l’altro, in Aleko, Arshak II e Iolanta. Gevorg Hakobyan è attivo come solista anche nel repertorio sacro. Si è esibito alla Smith Hall di Londra nel 2007, anno in cui è stato anche insignito dal presidente della Repubblica Armena in virtù dei suoi successi musicali. Nel 2008 ha vinto il Primo Premio alla prima edizione del Concorso Internazionale per baritono Pavel Lisitsian. Ha cantato al Teatro Lirico di Cagliari in La leggenda della città invisibile di Kitez e della fanciulla Fevronija (Fèdor), in Evgenij Onegin (Evgenij Onegin) ed in Cavalleria Rusticana (Alfio) e Pagliacci (Tonio). Recentemente ha interpretato Cavalleria Rusticana al Teatro Mikhailovskij di San Pietroburgo.
Orchestra del Teatro Lirico
È stata fondata nel 1933 e ha consolidato, negli anni, un fecondo rapporto con i maggiori direttori italiani, tra cui Tullio Serafin, Vittorio Gui, Antonino Votto, Guido Cantelli, Franco Ferrara, Franco Capuana, Willy Ferrero, e con compositori quali Ottorino Respighi, Ildebrando Pizzetti, Ermanno Wolf Ferrari, Riccardo Zandonai, Alfredo Casella. Risalgono agli anni ‘50-’60 le apparizioni sul podio di Lorin Maazel, Lovro von Matacic, Claudio Abbado, Sergiu Celibidache, Riccardo Muti, e le collaborazioni con Gioconda De Vito, Leonid Kogan, Henryk Szering, Andrés Navarra, Dino Ciani, Maria Tipo, Nikita Magaloff, Wilhem Kempff, Martha Argerich. In questi anni
l’Orchestra ha collaborato, tra gli altri, con direttori come Lorin Maazel, Georges Prêtre, Emmanuel Krivine, Mstislav Rostropovich, Ton Koopman, Iván Fischer, Frans Brüggen, Carlo Maria Giulini, Gennadi Rozhdestvensky, Rafael Frühbeck de Burgos, Neville Marriner, Christopher Hogwood, Hartmut Haenchen e con solisti come Martha Argerich, Aldo Ciccolini, Kim Kashkashian, Viktoria Mullova, Misha Maisky, Truls Mørk, Sabine Meyer, Yuri Bashmet, Salvatore Accardo.
Dal 1999 al 2005 Gérard Korsten ha ricoperto il ruolo di direttore musicale e ha, fra l’altro, diretto in prima esecuzione nazionale, Die ägyptische Helena di Richard Strauss, Euryanthe di Weber e A Village Romeo and Juliet di Delius. Negli ultimi anni l’Orchestra ha collaborato regolarmente con Lorin Maazel, compiendo nel 1999 una tournée in Europa ed eseguendo con successo una serie di concerti. Nel 2002 ha rappresentato l’Italia nella rassegna Italienische Nacht, organizzata dalla Bayerischer Rundfunk al Gasteig di Monaco di Baviera e trasmessa in diretta dalla radio bavarese.
Nel 2005 ha suonato in un concerto in onore del Presidente della Repubblica Italiana Carlo Azeglio Ciampi. Negli ultimi anni, anche nell’ambito della rassegna “Cinque passi nel Novecento”, ha eseguito, in prima assoluta, composizioni per orchestra che il Teatro Lirico di Cagliari ha commissionato a compositori come Sylvano Bussotti, Giorgio Tedde, Azio Corghi, Fabio Nieder, Alberto Colla, Carlo Boccadoro, Franco Oppo, Francesco Antonioni, Ivan Fedele.
Per la casa discografica Dynamic ha inciso opere in prima esecuzione in Italia, quali Die Feen di Wagner, Dalibor di Smetana, (premiate, rispettivamente, da “Musica e Dischi” quale miglior disco operistico italiano del 1997, e da “Opéra International” col “Timbre de Platine” - gennaio 2001), Čerevički e Opričnik di Čajkovskij, Die ägyptische Helena di Richard Strauss, Euryanthe di Weber, Alfonso und Estrella di Schubert, Hans Heiling di Marschner, Chérubin di Massenet, Lucia di Lammermoor di Donizetti. Ha inciso, inoltre, Goyescas di Granados e La vida breve di De Falla, La Passione secondo Giovanni di Bach per Dynamic e Don Pasquale per Rai Trade. Per la Rai ha registrato, nel 1998, La Bohème trasmessa in tutto il mondo.
Rudy Park (Ji Eung Park)
Intraprende lo studio del canto in Corea del Sud prima di trasferirsi, nel 2002, in Italia dove si diploma al Conservatorio di Musica di Santa Cecilia di Roma. Segue corsi di perfezionamento e masterclass in Italia e Germania, sia nel repertorio lirico che liederistico. A partire dal 2003 Rudy Park si distingue in numerose competizioni, risultando vincitore assoluto, fra gli altri, del X Concorso Internazionale in canto lirico e strumenti “Anemos” a Roma, dell’XI Concorso Internazionale “Mario Lanza” a Filignano, del II Concorso Lirico Internazionale “Luciano Neroni” a Ripatransone (AP) (premio come più interessante voce di tenore).
Nel 2009 vince il concorso indetto dal Teatro Filarmonico di Verona, in collaborazione con l’UNESCO, per l’allestimento di Turandot e debutta, nella città scaligera, vestendo i panni del principe Calaf. Nell’ottobre dello stesso anno debutta il ruolo di Pollione nella nuova produzione di Norma in tournée fra Toscana, Lombardia e Trentino. Rudy Park vanta un’intensa attività concertistica: in particolare la partecipazione al Gala “Dieci Tenori per Mario”, in occasione del venticinquesimo anniversario dalla morte di Mario del Monaco, al fianco di artisti come Fabio Armiliato, Nicola Martinucci, Lando Bartolini e Vincenzo Bello. Dopo aver esordito in patria, dapprima nel repertorio lirico leggero (Don Ottavio e Nemorino), si è poi esibito, con successo, anche in ruoli quali Mario Cavaradossi, Alfredo Germont, Turiddu, Rodolfo nella Bohème, Duca di Mantova, Calaf. Il suo repertorio comprende, inoltre, Manrico nel Trovatore, Radamès in Aida e Pollione in Norma.
Alessandro Senes
Nato a Sassari, si è formato musicalmente sotto la guida del soprano Maria Mastino, consecutivamente ha frequentato il Conservatorio di Musica “Luigi Canepa” della sua città, dove ha studiato con il basso Marcello Crisman, conseguendo il compimento inferiore di canto. In seguito ha proseguito la sua formazione con il basso Carlo De Bortoli, il baritono Angelo Romero, ed attualmente si perfeziona con il contraltista Gianluca Belfiori Doro.
Dal 1992 ha fatto parte della Corale “Luigi Canepa”, partecipando alle stagioni liriche dell’Ente Concerti “Marialisa de Carolis” di Sassari ed alle tournée all’estero, sia come corista che come solista, e partecipando alle opere in qualità di comprimario. In particolare è stato un Doganiere in La bohème e il Commissario imperiale in Madama Butterfly di Puccini, un Araldo in Otello, un Usciere di corte in Rigoletto, un Messo e un Vecchio zingaro in Il Trovatore di Verdi, un Notaro in Don Pasquale di Donizetti, un Capitano della guardia in Evgenij Onegin di Čajkovskij, Fouquier Tinville in Andrea Chénier di Giordano, il personaggio del titolo in Il gatto con gli stivali di Marco Tutino, un vecchio zingaro e un messo in Il Trovatore di Verdi.
Ha svolto diversa attività concertistica, lirico-sinfonica ed operetta fra cui si segnalano: Il diavolo in L’histoire du soldat di Igor Stravinskij; L’orco in Pollicino di Hans Werner Henze; Visconte Cascada in La vedova allegra di Franz Lehár; Re Tulipano in L’isola di Tulipatan di Jacques Offenbach; Colagianni in Il maestro di musica di Giovanni Battista Pergolesi; Sacrae Symphoniae di Giovanni Gabrieli; Requiem di Gabriel Faurè; Carmina Burana di Carl Orff; Concerto per la celebrazione del 25 aprile con brani tratti da Macbeth e La Traviata di Giuseppe Verdi; Serata Musicale con arie tratte da Don Carlo di Verdi ed Andrea Chénier di Umberto Giordano; concerto con canzoni napoletane ed un’ampia selezione tratta da La vedova allegra di Franz Lehár.
Si è esibito al Teatro Lirico di Cagliari, interpretando: Scarpia nel finale del I atto (Te Deum) da Tosca di Giacomo Puccini; Un mendicante in La leggenda della città invisibile di Kitež (2008); Zarecky in Evgenij Onegin; Un contadino in Pagliacci. Recentemente si è esibito in varie piazze dell’Isola nel ruolo di Alfio in Cavalleria rusticana di Pietro Mascagni. Nel gennaio 2009 si è esibito, al Teatro Lirico di Cagliari, in Porgy and Bess di George Gershwin (in forma di concerto), e, successivamente, ha interpretato il doppio ruolo di Dulcamara e di Belcore in L’elisir d’amore di Gaetano Donizetti, nell’ambito dell’attività musicale nel territorio regionale. Nel 2001 ha partecipato al concorso nazionale per voci liriche “Bernardo De Muro”, classificandosi al secondo posto. Ha partecipato, in qualità di artista del coro, al Festival estivo del 2005 all’Arena di Verona ed, attualmente, lavora nel Coro del Teatro Lirico di Cagliari nella sezione dei baritoni.
Giorgio Surian
Nato a Fiume, dopo gli studi musicali nella sua città natale, frequenta il Centro di Perfezionamento del Teatro alla Scala, dove debutta in Ernani nel 1982 ed, in seguito, viene inviato, sempre dalla Scala, a partecipare a numerose stagioni liriche ed a varie tournée. Di rilievo la sua interpretazione di Guglielmo Tell per l’inaugurazione della Scala (con la direzione di Riccardo Muti) e le incisioni, per la stessa istituzione, di Ifigenia in Tauride, La donna del lago, La forza del destino e Rigoletto. La brillante carriera lo ha condotto, rapidamente, nei maggiori teatri del mondo, fra i quali: Opéra National de Paris, Covent Garden di Londra, Metropolitan Opera House di New York, Staatsoper di Vienna, Opéra de Lyon, Opernhaus di Zurigo, Liceu di Barcelona, Comunale di Firenze, Massimo di Palermo, Comunale di Bologna, Arena di Verona, Fenice di Venezia, Lirico di Cagliari.
È inoltre, regolarmente, ospite delle principali rassegne concertistiche della RAI e dei maggiori festival, fra i quali quelli di Pesaro, Ravenna e Salisburgo. Giorgio Surian spazia dal repertorio barocco a quello contemporaneo, grazie alla sua estensione vocale che, oltre a qualificarlo come basso, gli permette di affrontare anche diversi ruoli baritonali (Scarpia, Falstaff). Nella stagione 2008-2009 ha interpretato Marin Faliero a Sassari e Bergamo, Fidelio a Modena e Ferrara, nuovamente con Claudio Abbado, Evgenij Onegin al Teatro Lirico di Cagliari, Les contes d’Hoffmann all’Opéra de Nice, Messa da Requiem di Verdi con l’Orchestra Sinfonica “Giuseppe Verdi” di Milano e Cristo sul Monte degli Ulivi all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia di Roma, Carmen e Aida all’Arena di Verona e Tosca all’Opera di Roma.
Il calendario dei suoi prossimi impegni prevede L’elisir d’amore ad Oviedo e Tosca in Giappone in tournée con il Maggio Musicale Fiorentino. Nella passata stagione 2007-2008 ha interpretato Luisa Miller al Regio di Parma e all’Opéra National de Paris, Messa da Requiem di Verdi al Filarmonico di Verona, a Baden-Baden e a Nancy, Mosè in Egitto e Tosca all’Opera di Roma, The Rake’s progress al Massimo di Palermo, Fidelio al Real di Madrid, al Valli di Reggio Emilia ed a Baden-Baden, con Claudio Abbado, e Tosca al Festival pucciniano di Torre del Lago.
Nella stagione 2006-2007 ha interpretato Falstaff in Giappone (tournée con il Maggio Musicale Fiorentino), Tosca (Scarpia) in Giappone (tournée con l’Opera di Roma), Nabucco all’Opéra de Toulon, Les contes d’Hoffmann al Real di Madrid, Macbeth al Filarmonico di Verona, Die Vögel al Teatro Lirico di Cagliari e Don Pasquale al Teatro Verdi di Trieste. La stagione si è conclusa con i successi in Aida e nel Barbiere di Siviglia all’Arena di Verona ed in Tosca al Festival Puccini di Torre del Lago.
Nel corso della sua carriera ha avuto modo di partecipare ad importanti produzioni, fra le quali Fidelio, Le nozze di Figaro, Così fan tutte, Don Pasquale, L’incoranazione di Poppea (regia di Luca Ronconi), Attila e Falstaff (direzione di Zubin Mehta e regia di Luca Ronconi) al Maggio Musicale Fiorentino, Lucia di Lammermoor al Théâtre du Capitole di Toulouse, Lucrezia Borgia a Oviedo ed a Montecarlo, Nabucco ed Ernani all’Opernhaus di Zurigo, Attila in Giappone con La Fenice di Venezia, Marie Victoire (Cloteau), la Petite Messe Solennelle di Rossini, Tosca, Mefistofele ed Il cordovano al Teatro dell’Opera di Roma, Lohèngrin (regia di Daniele Abbado e direzione di Daniele Gatti), Lucrezia Borgia e L’incoronazione di Poppea al Comunale di Bologna, Lucia di Lammermoor e La damnation de Faust al Massimo di Palermo, Hamlet di Thomas al Regio di Torino, Luisa Miller al San Carlo di Napoli, Il barbiere di Siviglia e Lucia di Lammermoor alla Scala ed Il barbiere di Siviglia al Metropolitan di New York.
I Shardana a Cagliari
Teatro Massimo
Stagione lirica
18-20 marzo 1960
interpreti Luisa Malagrida (Berbera Jonia), Oralia Dominguez (Nibatta), Gastone Limarilli (Torbeno), Carlo Cava (Gonnario), Antonio Galié (Perdu), Walter Monachesi (Norace), Franco Zevini (Orzocco), Tommaso Spataro (Un pastore/La vedetta), Dario Sanzò (Un guerriero)
maestro concertatore e direttore Armando La Rosa Parodi
maestro del coro Gaetano Riccitelli
regia Marcella Govoni
scene e costumi Teatro di San Carlo di Napoli
coreografia Franca Bartolomei
Per informazioni: Biglietteria del Teatro Lirico, dal martedì al sabato, dalle 8 alle 14 e dalle 18 alle 20, telefono 0704082230 – 0704082249, fax 0704082223, biglietteria@teatroliricodicagliari.it; www.teatroliricodicagliari.it; prevendita www.vivaticket.it, call center 899.666.805.
Fuori dalla cartolina
È probabile per molti sia stato uno choc scoprire dai giornali che riportano la vertenza Alcoa che in Sardegna ci sono industrie e non solo spiagge, ma è vero, come è vero che queste industrie sono in crisi, sull’isola esattamente come ovunque. Ma come tutti i luoghi cristallizzati in un immaginario onirico, la Sardegna non può permettersi di essere un ovunque qualsiasi, perché vista dalla costa tirrenica non è forse neanche un luogo. Piuttosto è uno stato d’animo, così stabilmente impresso che non ammette variazioni.
Dici “Sardegna” e anche chi non c’è mai stato ti sorride, proiettandosi in una dimensione parallela in cui ogni cosa è solare, marina, bilionaria e trendy. Non certo industriale. Al massimo, unica variante d’immagine alternativa a quella vacanziera, può essere pastorale, purché per pastore si intenda quello bucolico con il silenzio in bocca e la sapienza un po’ pericolosa di chi con la natura ci ha fatto società in nome collettivo.
Nella geografia fantastica dove è collocata per molti la Sardegna - la stessa di Topolinia e della Terra di Mezzo, va detto - è difficile innestare persino la semplice constatazione che il mondo pastorale sia oggi radicalmente modificato dalle tecnologie, dai flussi migratori e dalle regole spietate dell’economia globale, che per prime conformano agli standard proprio le produzioni tradizionali.
Ma nessuno vuol sentir dire questo mentre ordina un pecorino sardo al ristorante, perché i luoghi dello spirito sono inviolabili, l’evidenza non è sufficiente ad intaccarli. È una rispettabile forma di sopravvivenza, si ha bisogno che i sogni stiano immobili proprio nella misura in cui tutto il resto va nella direzione opposta a quello che tutti, quando ancora aveva senso chiedersi cosa fare da grandi, sognavamo di diventare.
Per questo, fuori dai contorni della cartolina, la Sardegna vera con i suoi problemi non solo non esiste, ma neppure deve esistere, è un anti-luogo, una perenne zona rimozione. Perchè operai, disse questo premier in campagna elettorale, quando potete essere tutti giardinieri? Nel mondo-giardino tutto quello che non è abbastanza fotogenico da entrare nelle pagine di Chi è una fastidiosa interferenza sul digitale terrestre, abuso di qualche disfattista rete locale all’assalto delle frequenze delle anime altrui.
Le pro loco sono d’accordo da sempre: i problemi della Sardegna non fanno bella figura sulle brochure, e il risultato di questa pantomima collettiva è che persino i sardi a volte sembrano credere di vivere in un luogo sospensivo, dove ogni problema è ridimensionato dal fatto di rappresentare da quarant’anni il sogno di qualcun altro. Questo auto inganno è parte del prezzo di aver accettato anche culturalmente che una parte diventasse il tutto, che il non-luogo per eccellenza divenisse sineddoche dell’intero mondo sardo, con tutte le sue ricche contraddizioni ridotte a ballo tondo intorno all’area di svago del danaroso barone di turno.
Nessuno stupore se la Costa Smeralda è oggi l’unica Sardegna che ci è permesso fotografare, l'unica che ci renda riconosciuti e riconoscibili ai più; l’altra son fatti privati, panni da lavare in casa, una Cosa Nostra senza manco la soddisfazione del fatturato, perché se la criminalità organizzata è altrove un'industria fiorente, l’onestà disorganizzata al massimo può essere uno sciopero disperato in piazza quando perdi il lavoro. Pochi sembrano trovare il coraggio di dire a questi operai che sono stati ingannati, che il futuro dei loro figli è nelle energie pulite, in un turismo sostenibile che non si spenda nell'edilizia, e soprattutto nella ricerca tecnologica, unica industria compatibile con un paesaggio che ha ancora senso definire intatto.
Sanno che non farà eleggere nessuno la constatazione che la “rinascita” invocata in piazza dai sindacati non può essere quella dell'industrializzazione dopata dai contributi statali, e che non è sviluppo il lavoro svilito ad ammortizzatore sociale, girato in voto al momento del ricatto come una cambiale all'incasso.
Forse non è un caso che a dirlo siano solo gli indipendentisti, quelli che stanno crescendo con il voto degli under 30, la prima generazione che non avverte più lo sfondo di una cartolina statica su cui mettersi in posa, o il bisogno di un nume esterno da invocare come cavalleria quando il fortino di cartapesta del parco giochi estivo crolla senza rumore sul falso mito di sè stesso, portandosi dietro i resti della fragile fantasia di una industria pesante in mezzo al mare.
Nel frattempo però la Sardegna cartolina si riorganizza a modo suo: mentre gli operai in piazza disperano per il lavoro, l’assessorato alle politiche sociali di Cagliari si prepara a fronteggiare il dramma organizzando tre giorni di festeggiamenti per il cinquantesimo compleanno di Barbie.
Chissà se esiste la Barbie Operaia.
Michela Murgia
Fonte: michelamurgia.altervista.org/content/view/430/2/
- 1
- 2
- 3
- 4
- seguente ›
- ultima »







Commenti recenti
1 settimana 7 ore fa
4 settimane 2 giorni fa
5 settimane 1 giorno fa
5 settimane 1 giorno fa
7 settimane 3 giorni fa
7 settimane 3 giorni fa
7 settimane 5 giorni fa
11 settimane 4 giorni fa
13 settimane 1 giorno fa
15 settimane 4 giorni fa