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“Un Euro per Haiti” - "A manu tenta", solidarietà tra cultura ebraica e cristiana

Emigrati Sardi - Lun, 08/02/2010

A Biella, la Caritas ha raccolto 23.654,70 Euro - È stato consegnato a don Ferdinando Gallu il frutto della sottoscrizione “Un Euro per Haiti”, promossa dal Circolo Culturale Sardo Su Nuraghe - Affisso in bacheca il resoconto della colletta.

La maggior parte dei sottoscrittori, versando offerte destinate a persone che non conoscono, hanno voluto rimanere anonini; piccoli segni che, in qualche modo, rimandano al concetto ebraico di benevolenza, beneficenza, piuttosto alla nozione cristiana di carità e compassione.

Alcuni comportamenti e vocaboli sardi rimandano al Giudaismo; in Sardegna, non a caso, il “venerdì” è detto “chenapura”, cena “purile”, senza lievito, azimo come il pane preparato nel giorno di precetto ebraico.
Battista Saiu



Zedakà, carità nell'Ebraismo   
nelle parole di Ludovica Pepe Diaz

Nell'Ebraismo fare l'elemosina è una azione doverosa e non facoltativa, poiché fa parte delle numerose mizvot che l'Ebreo è tenuto a fare nella sua vita ed, in particolare, in alcune circostanze (fra cui la festa di Purim o dell' Espiazione).

Inoltre si può notare come mentre la parola "carità" deriva da "caritas" cioè amore, benevolenza e quindi, secondo il principio di carità, si aiuta il prossimo provando per esso compassione, nella concezione ebraica la zedakà, derivando da zedak cioè giustizia, è semplicemente la cosa giusta da fare. Implica, cioè, alcune conseguenze: infatti l'Ebreo è obbligato a fare zedakà, indipendentemente dal fatto che nutra o meno sentimento di amore o compassione verso chi sta aiutando. Per esempio: se un mendicante si comporta in modo offensivo e quindi non provoca amore bensì, irritazione, vi è ugualmente l'obbligo di fargli zedakà.

Ecco in sintesi, le norme per la zedakà:

  • bisogna fare tutto quanto è possibile per non compromettere la dignità del bisognoso, si deve donare con volto cordiale senza mostrare la men che minima superiorità: l'atteggiamento con cui si dona è anche più importante di ciò che si dona;
  • sarebbe bene che né il donatore né il destinatario della zedakà si conoscessero, per evitare imbarazzo in caso di incontro casuale. Per tale motivo è incoraggiata l'istituzione di un bossolo in cui tutti, quindi anche il povero, mettano la loro offerta;
  • si può fare zedakà dando del lavoro o un prestito perché questo non è imbarazzante né umiliante. Meglio sarebbe non volere rimborso per il prestito, in questo caso però il beneficiario deve credere veramente che si tratta di un prestito, in modo da non compromettere la sua dignità;
  • anche il povero ha l'obbligo di dare zedakà in questo modo egli acquisisce maggior dignità;

c'è un chiaro ordine di priorità per quanto riguarda chi deve ricevere zedakà: per primi i familiari bisognosi, poi i vicini e, quindi, i concittadini. Però i poveri d'Israele e di Gerusalemme hanno una speciale priorità. Un ebreo ha l'obbligo di dare anche ai poveri non ebrei ed alle Istituzioni non ebraiche della sua città;
quando è possibile, è preferibile dare direttamente a una persona povera piuttosto che a un'Ente o Associazione, com'è preferibile dare piccole quantità di zedakà ogni giorno piuttosto che una soma grande di volta in volta, anche se le cifre sono le stesse, perché ogni atto di zedakà è una mitzvà in sé;
si dovrebbe dare in zedakà il 20% del proprio reddito.

Zedakà = Atto di giustizia equilibratrice o elemosina.
Mitzvot (pl.di mitzva)=Azioni giuste dovute a Dio.
Mitzvà (s. di mitzvot)= Azione giusta dovuta a Dio.

Immagine: Lodè, ballu “a manu tenta”

Alcoa, c’è molto poco da fare

Emigrati Sardi - Sab, 06/02/2010

(Parte dell’articolo riprende ”Il Progetto Karahnjukar” pubblicato nel 2006 da Paolo Cortini sul sito www.90est.it/). L’estate scorsa sono stato in vacanza in Islanda ed ho scoperto in anteprima la causa della disperazione in questi giorni di molti lavoratori sardi. Davvero esiste un filo conduttore che lega Sardegna e Islanda, due isole così lontane e diverse tra loro? Ebbene si. Ma andiamo per ordine.

L’Islanda è un’isola bellissima dagli scenari apocalittici ricca di geyser, vulcani, deserti di lava, soffioni solforosi, pozze di fango in ebollizione e decine di piccoli crateri spenti che emergono dalle acque dei laghi e dei ghiacciai. Per essere più precisi, sto parlando di 200 vulcani, 250 aree geotermiche, 780 sorgenti calde, centinaia di potenti cascate e la terza calotta glaciale più grande al mondo. In Islanda Jules Verne nel 1864 fece iniziare il suo celebre romanzo “Viaggio al centro della Terra”.

Qui c’è anche la celebre Laguna Blu, un grande bacino formato dalle acque calde (fino a 70 gradi) che emergono dal sottosuolo e che hanno consentito la realizzazione della grande centrale geotermica di Svartsengi, che fornisce energia all’intera città di Reykjavik e alla regione circostante.

Nell’anno 874, quando il vichingo Ingolfur Arnarson, in fuga dalla Norvegia (dove aveva qualche problemino con la giustizia), scoprì la Terra dei Ghiacci, approdò in una baia dove il vapore usciva naturalmente dal terreno. Così i suoi uomini la chiamarono subito Reykjavik, la Baia del Fumo. La misteriosa energia delle sorgenti termali attorno a quella che sarebbe diventata la capitale, è diventata oggi una delle grandi ricchezze dell’Islanda.

Imbrigliato dalla tecnologia, l’inferno delle solfatare è diventato il paradiso della geotermia, una delle forme più efficienti e pulite di energia alternativa. Fornisce un riscaldamento ecologico a basso costo al 95% delle abitazioni dell’Isola e il suo potenziale economico è valutato ancora 20 volte superiore a quello realmente sfruttato. A beneficiare di tutta questa energia sono appena 250.000 persone, l’attuale popolazione dell’Islanda, distribuite in un territorio grande come un terzo dell’Italia.

Gli impianti modernissimi e a basso impatto ambientale anche dal punto di vista estetico, sono un concentrato di tecnologia in grado di garantire un rifornimento pressoché illimitato anche in vista delle esigenze future del Paese. E per i residenti più lontani dalle centrali geotermiche non c’è alcun problema, perché basta fare un buco nel terreno per trovare a pochi metri di profondità la propria personale fonte di energia a costo zero. Il petrolio, in Islanda, viene usato solo per far andare auto e barche.

Le industrie geotermiche, oltre a riscaldare le case, sfruttano il calore terrestre anche per produrre energia elettrica e far funzionare le macchine delle industrie. L’energia geotermica è inoltre una fonte rinnovabile e sostenibile (le sue emissioni sono ridotte di 35 volte rispetto ad un impianto normale). I costi sono ottimi: per 1 megawatt di elettricità con le centrali geotermiche si spendono all’incirca 2 dollari. Molto meno di quella eolica (il vento qui non sempre soffia), solare (la notte da queste parti dura anche sei mesi e il sole te lo sogni), nucleare (costi di realizzazione delle centrali troppo alti, impatto ambientale, smaltimento delle scorie, ecc.).

All’interno di una centrale si preleva acqua e vapore dal terreno a temperature di 240 gradi, che attraverso turbine vengono trasformate in energia. Dalla centrale escono altri tubi che arrivano a case, industrie e serre. Una centrale come questa può costare 5 milioni di dollari e ci lavorano 15-20 persone al massimo, gli incidenti non si sa cosa siano. Sono state realizzate complessivamente 5 centrali geotermiche. Dunque possiamo dire che l’Islanda dal punto di vista energetico è completamente autosufficiente.

Aggiungiamoci che la disoccupazione, visti i pochi abitanti, praticamente non esiste, e abbiamo completato il quadro di un Paese che potrebbe essere a buon titolo considerato come un paradiso terrestre.

Questa era la parte bella di questo articolo. Ora passiamo a quella brutta. Per ovviare alla crisi economica che ha pesantemente colpito l’Islanda negli ultimi anni e all’inflazione galoppante, il governo islandese ha preso una serie di controverse decisioni. L’idea è quella di attirare multinazionali che delocalizzino sul territorio la produzione industriale sfruttando l’energia a basso costo e i vasti spazi a disposizione (l’Islanda ha solo 3 abitanti per km quadrato).

Inoltre ha semplificato il sistema fiscale parificando le società straniere con quelle nazionali. Per realizzare questo progetto agli islandesi non basta più l’energia geotermica che hanno a disposizione ma devono produrne di più, molta di più. Così all’Isor, l’ente di ricerca geotermica che collabora con le Nazioni Unite, dal 2000 sono al lavoro su un progetto ambizioso, il Deep Drilling Project. Scavare molto più in profondità e arrivare a 4500 metri, 5000 se possibile, e giungere agli stessi livelli di energia del nucleare. Per farlo hanno speso senza batter ciglio 20 milioni di dollari.

Si scopre così che l’Islanda, i suoi governi passati e quello attuale, così attenti pubblicamente alla salvaguardia dell’ambiente e all’ecologia, stanno invece attuando da almeno dieci anni politiche dal punto di vista dell’impatto ambientale, a dir poco devastanti. Si è in particolare privilegiato un settore industriale, quello della produzione dell’alluminio (di cui l’Islanda non ha affatto bisogno) per logiche che appaiono assai poco chiare.

Il settore industriale infatti incide per l’8% sul PIL e solo per 1% sull’occupazione, ma il governo islandese ha firmato un impegno con le banche internazionali di 1,3 miliardi di dollari per triplicare la produzione dell’alluminio. Così sono state fatte “carte false” (in senso letterale) per approvare un progetto, detto di Kárahnjúkar (dal nome dell’area, vero paradiso terrestre, che si è deciso di sacrificare sull’altare dell’industrializzazione), per costruire una mega-centrale idroelettrica che regalerà l’energia elettrica ad un’industria di produzione dell’alluminio.

In pratica, per attrarre delle nuove industrie che non servono al Paese, si dovrà produrre più energia distruggendo il vero patrimonio dell’Islanda: la natura. Kolfinna, una battagliera ambientalista locale nonché ottima guida turistica, mi ha portato a vedere questa nuova industria e a momenti svenivo. L’industria in questione era (anzi è) l’ALCOA.

E così ho saputo, otto mesi prima degli operai di Portovesme che in questi giorni stanno battendosi per cercare di mantenere il loro posto di lavoro in Sardegna, che l’ALCOA avrebbe chiuso le proprie fabbriche in Italia per trasferirsi in Islanda dove le condizioni economiche per la produzione dell’alluminio erano diventate più favorevoli. Kolfinna mi ha raccontato la storia di questo scempio ambientale ed umano. La compagnia energetica islandese, la Landsvirkjun, aveva studiato la possibilità di installare un complesso industriale sulla costa orientale dell’isola utilizzando l’energia idroelettrica prodotta sfruttando gli emissari del ghiacciaio Vatnajökull.

Il progetto venne pianificato già alla fine degli anni novanta in collaborazione con la Norsk Hydro, multinazionale norvegese dell’alluminio. Il progetto prevedeva la costruzione di un fonderia presso Rejdarfjordur e di una grande centrale idroelettrica capace di alimentarla. Nell’agosto 2001 l’Agenzia Nazionale per la Pianificazione, organismo indipendente incaricato di valutare lo studio di impatto ambientale presentato dalla Landsvrkjum, dichiara che “non esiste prova che i vantaggi economici derivanti dalla realizzazione del progetto compensino i sostanziali, irreversibili, negativi effetti sull’ambiente”. Nonostante questo responso il Ministro per l’Ambiente, fra le proteste di almeno metà dell’opinione pubblica, di numerosi esponenti del mondo accademico e di tutte le associazioni ambientaliste, approva il progetto alla fine di dicembre 2001.

 Improvvisamente, senza alcuna apparente spiegazione, nel marzo del 2002 la Norsk Hydro decide di ritirarsi dall’operazione per una “rivalutazione della propria strategia”. A questo punto entra in gioco l’americana ALCOA, colosso mondiale dell’alluminio, in cerca di opportunità per abbattere i costi di produzione e compensare così la chiusura di alcuni stabilimenti negli Stati Uniti. Nel giugno 2002  ALCOA e Landsvirkjun raggiungono un accordo per lo studio del progetto e il 15 marzo 2003, con il Governo islandese, firmano il contratto.

Il progetto prevede la costruzione di una fonderia da 320.000 tonnellate annue di alluminio e di una centrale idroelettrica da 690 MW. L’acqua necessaria alla centrale sarà prelevata da tre laghi artificiali ottenuti sbarrando il corso dei torrenti che attraversano la regione. Saranno necessarie nove dighe in terra. La sola Kárahnjúkastífla Dam sul fiume Jokulsá á Dal, con i suoi 193 metri di altezza, 730 metri di lunghezza ed un volume approssimativo di 8,5 milioni di metri cubi, sarà la più grande diga in terra d’Europa.

L’acqua dei tre laghi, posti ad est e ad ovest del vulcano Snaefell, sarà portata alla centrale attraverso settanta chilometri di tunnel sotterranei scavati con macchine TBM. L’ALCOA si impegna a finanziare due terzi delle nuove strade, ponti e infrastrutture necessari alla realizzazione del progetto. La Landsvirkjun venderà interamente all’ALCOA l’energia elettrica prodotta dalla centrale ad un prezzo estremamente basso che comunque potrà oscillare in funzione delle variazioni del prezzo di mercato dell’alluminio.

Essendo la Landsvirkjun un ente statale significa che se il valore dell’alluminio dovesse scendere gli unici a pagare sarebbero gli islandesi. Il governo gioisce attraverso una martellante campagna pubblicitaria, ma non tutti appaiono però così entusiasti. Nel 2001, infatti, l’Islanda è riuscita ad ottenere un’esenzione dai vincoli del Protocollo di Kyoto.

Come conseguenza il nuovo stabilimento di Reyðarfjörður potrà emettere in atmosfera 12 chilogrammi di anidride solforosa per tonnellata di alluminio prodotta, contro gli 0,455 chilogrammi dello stabilimento progettato a suo tempo dalla Norsk Hydro per il quale era stata scelta una tecnologia produttiva molto meno inquinante. Su base annua significa 3.900 tonnellate di anidride solforosa emessa contro le 190 dello stabilimento della Norsk Hydro!

Alcuni grandi finanziatori, fra cui la Banca Europea per gli Investimenti, decidono di non concedere alcun sostegno economico al progetto, che complessivamente sconvolgerà gli equilibri di una regione vasta 3000 chilometri quadrati, pari al 3% del territorio nazionale.  Una volta a regime la fonderia darà lavoro stabile a circa 700 persone, compreso l’indotto.

Visto che la zona è completamente disabitata gli operai dovranno vivere tutto l’anno all’interno dell’area industriale. Dove, visto che non ci sono case per migliaia di chilometri intorno alla fabbrica? Ci ha pensato l’ALCOA che ha già realizzato un villaggio di containers per ospitare gli operai e le loro rispettive famiglie.

Si tratta di una vera e propria città, per la precisione la terza città dell’Islanda. Completamente autosufficiente e dotata di tutto, gli operai guadagnano e spendono il proprio stipendio all’interno degli spacci, dei negozi e dei bar gestiti dalla stessa ALCOA. Né più e né meno di quanto accadeva in Sardegna nel secolo scorso nelle aree minerarie gestite dalle grandi compagnie straniere. Con un’unica differenza: da noi la manodopera era interamente locale, erano sardi che lavoravano nella propria terra.

In Islanda, dove buon per loro, la disoccupazione praticamente non esiste, all’ALCOA lavorano solo portoghesi, cinesi e polacchi, assunti con remunerazioni economiche enormemente più modeste degli alti stipendi islandesi. Qualcosa di molto simile avviene anche per la costruzione delle dighe. Gli appalti più consistenti sono stati vinti da imprese straniere, fra cui l’italiana Impregilo, che utilizzano prevalentemente operai stranieri a basso costo (soprattutto dell’est europeo).

 L’Impregilo sta realizzando la più grande delle nove dighe e i tunnel sotterranei per complessivi 500 milioni di euro, circa la metà del valore dell’intero investimento a carico della Landsvirkjun. In contrasto con le aspettative iniziali, gli islandesi impegnati nel progetto rappresentano una sparuta minoranza.

Ecco perché il nuovo alluminio islandese sarà economicamente più vantaggioso di quello italiano. Con investimenti iniziali partecipati, energia elettrica a basso costo, forti defiscalizzazioni, tecnologie vetuste e salari da terzo mondo è possibile produrre alluminio competitivo anche nella ricca Europa del Nord. Si chiama globalizzazione.

Intanto gli operai sardi, ignari di quanto avviene in un’altra isola assai lontana da loro, rischiano di perdere i propri posti di lavoro, con la complicità miope dell’ENEL e del governo italiano. Auguri di cuore a tutti loro, ma se ciò che ho raccontato è vero (e purtroppo è vero!) per loro la vedo male, molto male.
di Bruno Caria - Amici della Terra

Fonte: www.manifestosardo.org

Ennio Porrino, I Shardana | Stralcio dalla prefazione di G. Masala

Emigrati Sardi - Ven, 05/02/2010

Stralcio dalla prefazione di G. Masala, in: Ennio Porrino, I Shardana, Stoccarda 2009. Volume contenente il testo in tre atti a firma dell’autore, nonché le critiche all’indomani della rappresentazione al Teatro San Carlo di Napoli (1959) e al Teatro Massimo di Cagliari (1960).

Fotografie inedite di scena della «prima», i bozzetti di Màlgari Onnis Porrino, una prefazione di G. Masala, un articolo di F. Karlinger sulla sardità dell’arte porriniana, un'intervista al compositore, la lettera-testamento di Porrino e altri materiali inediti rievocano una delle giornate più memorabili della storia dell’opera lirica contemporanea.
 
Sono venuto a conoscenza della rappresentazione al Teatro San Carlo di Napoli di un’opera lirica intitolata I Shardana soltanto durante il lavoro di raccolta degli scritti di Felix Karlinger sulla Sardegna (per approfondimenti rimando al suo importante saggio: “Ennio Porrino. Profilo biografico e considerazioni sulla sua arte”, in: F. Karlinger/G. Masala, Omaggio a Ennio Porrino, Stoccarda 2009). E, in effetti, una lettura approfondita degli articoli dell’etnomusicologo tedesco ha contribuito enormemente alla conoscenza, non solo di quest’opera lirica ma anche di episodi importanti della vita – spesso sofferta anche se ricchissima di soddisfazioni – nonché dell’infinita messe musicale di Ennio Porrino, il cui nome è indissolubilmente legato alla Sardegna.

  Nato a Cagliari nel 1910 e morto improvvisamente a Roma nel 1959 a soli quarantanove anni, Ennio Porrino rappresenta indubbiamente una figura di primissimo piano nel mondo componistico del nostro paese e sicuramente la più grande della Sardegna. Ancora ventenne si afferma con la lirica Traccas (su versi di Sebastiano Satta) nel concorso nazionale La Bella Canzone Italiana. Segue una strepitosa carriera il cui apice è sicuramente costituito dalla prima rappresentazione assoluta de I Shardana al Teatro San Carlo di Napoli; la sua morte improvvisa è di circa sette mesi più tardi. È sintomatico constatare come il legame con la Sardegna apra e chiuda quindi la sua vita, terrena e musicale.

      L’autorevole enciclopedia musicale tedesca Die Musik in Geschichte und Gegenwart riporta che nel 1962 «la grande opera I Shardana fu accolta dalla critica come “la più importante opera lirica composta in Italia in questo dopoguerra”». Ed effettivamente, all’indomani della rappresentazione sancarliana del 21 marzo 1959 le critiche sono eccezionalmente positive. Sia riviste specializzate che quotidiani attribuiscono a I Shardana tanti meriti e uno soprattutto unanime: la capacità dell’artista di coniugare magistralmente l’antica e gloriosa storia sarda con la musica classica moderna, attingendo nel contempo alla musica tradizionale dell’isola mediterranea.

Porrino era perfettamente consapevole che il vero patrimonio culturale dell’Italia fosse da ricercare non nell’uniformità di un’arte banalmente italiana bensì nella ricchezza e nelle diversità delle singole culture locali. Egli crea arte “glocale” ben prima che questo termine entrasse a far parte dei nostri dizionari. Il 18 marzo del 1960 I Shardana verrà rappresentata, in occasione della commemorazione del compositore, al Teatro Massimo di Cagliari, e riscuoterà anche nella capitale sarda un grandissimo successo. Dopo, il silenzio…

  Già prima della rappresentazione partenopea i numerosi articoli dei maggiori quotidiani nazionali facevano presagire un’opera fuori dal comune. Nel foyer del teatro napoletano venne addirittura allestita una mostra di bronzetti sardi, e in questo modo si diede al pubblico la possibilità di ammirare un’arte sconosciuta ai più e di avvicinarlo ai manufatti risalenti all’epoca storica che per la prima volta andava in scena. A questo proposito va anche ricordato, en passant, che Porrino precorse di circa 50 anni alcune teorie che oggi, anche se fanno fatica a penetrare profondamente nel mondo accademico, sono divenute certezze della storia sarda, e cioè che gli antichi sardi, i Shardana, erano un popolo di abilissimi navigatori.

  Che l’Italia musicale intera fosse in fibrillazione per l’imminente prima rappresentazione assoluta de I Shardana bastano i leggere la rassegna stampa dell’epoca riportata nel presente volume, che testimonia con innegabile evidenza la notorietà, il prestigio e la stima di cui Porrino godeva allora nel nostro paese, e non solo come compositore ma anche come direttore d’orchestra e critico musicale. Non va dimenticato inoltre, che all’epoca della rappresentazione de I Shardana Porrino ricopriva ormai dal 1936 l’incarico di docente di armonia principale e contrappunto nel Conservatorio di Santa Cecilia e dal 1951 quello di professore ordinario di composizione nella stessa istituzione romana a cui si aggiunse, dal 1956, anche quello di Direttore del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina di Cagliari e di Direttore Artistico dell’Ente Lirico e dell’Istituzione dei Concerti.

      Ma intanto arriva il giorno della prima e a Porrino viene affidata anche la direzione d’orchestra per un’improvvisa indisposizione del Maestro Gabriele Santini. Alcuni tra i maggiori cantanti lirici dell’epoca (Ferruccio Mazzoli, Gonnario, Giulio Mastrangelo, Orzocco, Luisa Malagrida, Bèrbera Jonia, Irene Compañez, Nibatta, Piero Guelfi, Norace e Antonio Galiè, Perdu). interpretano magistralmente i personaggi del dramma musicale porriniano. L’opera viene accolta dal pubblico in modo trionfale, il giudizio della critica, specialistica e non, è estremamente positivo, Ennio Porrino è il «musicista dell’anno» (Mondo Lirico).

I Shardana, replicata con altrettanto successo di pubblico nello stesso teatro partenopeo il 25 e il 28 della settimana successiva, è «l’opera dell’anno» (Mondo Lirico). Leo Levi affermerà: “Il sogno del maestro Porrino, quello di dare vita al lontano mondo d’una remota Sardegna, non intesa nel senso folcloristico bensì nel suo aspetto più genuino e caratteristico scevro da ogni convenzionalità, si è avverato con la rappresentazione de I Shardana […]. Questa nostra breve introduzione è un preludio di un finale facilmente arguibile: è un’opera ben riuscita che provederà senza scosse nel suo cammino […].

Abbiamo premesso che quest’opera si inserirà senza troppe “gomitate” nella piccola folla delle sue più note consorelle; ne siamo certi perché indipendentemente dalle sue prerogative artistiche, quest’opera ha il pregio di amalgamare una vasta gamma di variazioni sinfoniche sì da suscitare la sensazione d’ascoltare tutto un mondo musicale, dall’800 al contemporaneo, il tutto in una mirabile fusione armonica e di facile assimilazione. Non poteva esservi varo più felice, per questa creazione concepita con arditezza e modernismo, di quello avvenuto il 21 scorso al nostro Teatro. L’ampio consenso del pubblico, manifestato con prolungate ovazioni, ha superato ogni aspettativa. Più volte chiamato alla ribalta, il maestro Porrino, nella sua innata semplicità, appariva commosso e quasi timoroso di aver suscitato tale entusiasmo. Ma la vittoria non è soltanto sua; è anche degli interpreti, della regista e di tutti coloro che hanno lavorato con zelo per conseguirla” (I Shardana: un capolavoro di Ennio Porrino, in: Mondo Lirico).

  Dopo l’improvvisa morte del compositore (Roma, 25 settembre 1959) l’opera venne rappresentata il 18 marzo del 1960 nel Teatro Massimo di Cagliari, città natale di Porrino, e replicata il 20 della settimana successiva con vivissimo successo di pubblico e di critica. Anche in quest’occasione una “vittoria” tale da prevedere un futuro certo. Parve quasi che I Shardana per un attimo potesse divenire un’opera lirica canonica: “Ci sembra che uno spettatore abbia colto nel segno, quando in un intervallo de I Shardana, affermava ascoltatissimo e rispettatissimo da tanti numerosi gli stavano intorno, che il teatro in musica italiano da trentacinque anni a questa parte, dal tempo cioè della Turandot di Puccini, aveva sofferto anemicamente tra i tanti e quasi sempre sfortunati tentativi, sino a fare languire l’opera lirica, divenuta un personaggio pressoché secondario nell’attività teatrale, proprio nella patria dei Verdi, dei Puccini e dei Mascagni.

Ora, secondo quello spettatore, insospettabile di “sardismo” perché continentale – si trattava, infatti, di un nomade superstite sognatore che insegue le stagioni liriche in Italia e che aveva raggiunto Cagliari al richiamo di un’opera nuova, poiché aveva mancato all’appuntamento napoletano de I Shardana – l’opera di Porrino colmava quel trentacinquennio di assenza, di vuoto nel teatro italiano. «Vedrete, egli diceva, ammiccando con convinzione un amico sardo, che I Shardana non si fermeranno a Cagliari. I Sovrintendenti dei maggiori teatri la includeranno presto nei propri cartelloni e presto se non prestissimo l’opera di Porrino spiccherà il volo anche per l’estero». Possiamo sottoscrivere in pieno quanto lo sconosciuto e disinteressato nomade continentale andava dicendo de I Shardana che si è conclusa ieri sera al Teatro Massimo con un autentico trionfo” (L’Unione Sarda, Cagliari, 19 marzo 1960).

      L’affermazione dello spettatore non si rivelò purtroppo profetica: infatti, quella, se si eccettua una rappresentazione romana del 24 settembre 1960 eseguita in forma oratoriale nell’Auditorium del Foro Italico, fu quella l’ultima volta che I Shardana andò in scena. Come profetica non fu neanche l’affermazione dell’illustre etnomusicologo tedesco Felix Karlinger il quale riteneva che I Shardana avesse “[…] imboccato la strada giusta per diventare l’opera nazionale sarda par exellence” (Musica, 1960). Ma non fu così, eppure siamo certi che oggigiorno la rappresentazione de I Shardana nei teatri sardi (e non) potrebbe costituire e garantire una cospicua affluenza di pubblico. Per ciò che concerne la nostra opera lirica ne siamo più che certi, anche perché due acuti articoli sull’andamento della stagione musicale cagliaritana 1959-60 confermano come una tendenza in questo senso fosse percepibile già da allora: “Il repertorio operistico era costituito da La dannazione di Faust di Berlioz, La Fiamma di Respighi, I Shardana di Porrino e quattro operine del Settecento. Delle opere in cartellone I Shardana e le operine sono state quelle che hanno chiamato in teatro un pubblico maggiore.

Si comprende facilmente la ragione di tale fenomeno per quel che riguarda la degna commemorazione del maestro Porrino, figura notissima ed apprezzata nell’ambiente cagliaritano, ma l’affluenza all’esecuzione delle operine del Settecento […] smentisce l’assioma secondo il quale il pubblico della nostra città preferisce un repertorio a base di spartiti ben noti, vale a dire Verdi, Puccini e Giordano, tanto per citare i nomi più noti anche agli sprovveduti” (Il popolo sardo, 12 aprile 1960).

Mentre Gavino Gabriel tuonava: “Il problema del «repertorio operistico» nella lirica ci potrebbe indurre qui a un’estesa parentesi. Ci limitiamo a dire che l’audizione de I Shardana di Porrino, l’altra sera alla radio, è servita solo a ispirarci un sentimento di rammarico […] per la prevedibile impossibilità di poter presto riascoltare un’opera che i Sardi non possono non sentire come espressione della propria tradizione musicale. E tanto è maggiore il rammarico, se si considera la sfilza di opere arcinote che riascolteremo di anno in anno in stanche riedizioni. Come si potrà interessare il grosso pubblico alla musica nuova, quando lo si impigrisce con quattro romanze che tutti sanno a memoria? Parentesi chiusa” (L’Unione Sarda, 30 ottobre 1960).

  […] Nostro obiettivo iniziale era anche quello di accennare a quali potrebbero essere state le ragioni del perché I Shardana non sia mai più stata rappresentata in alcun teatro – né sardo né del «Continente» – dall’ormai lontano 18 marzo del 1960. La mancata rappresentazione de I Shardana rappresenta, a nostro avviso, soltanto la punta dell’iceberg di una politica culturale distorta che affonda le sue radici negli anni Cinquanta e Sessanta in Sardegna.

Proprio in quel ventennio nell’isola andava sacrificandosi una cultura millenaria sull’altare di un’industrializzazione assolutamente inadatta al tessuto socioculturale isolano. La cultura sarda intesa come segno portatore di una diversità storica, linguistica, letteraria e musicale completamente differente da quella dell’Italia continentale, facevano dell’isola una vera e propria nazione (culturalmente intesa) all’interno dell’Italia.

L’operazione economica, soprannominata allora Piano di Rinascita, convogliò nell’isola ingenti somme destinate appunto allo sviluppo dell’isola ma nel contempo significò per la Sardegna la rimozione di tutti quei saperi millenari di cui essa era depositaria: la storia (sarda), la lingua (sarda), la letteratura (sarda), la musica (sarda).

Nella didattica dell’insegnamento della lingua italiana una cospicua fetta del corpo docente non tenne assolutamente in considerazione che allora la stragrande maggioranza dei bambini proveniva da famiglie sardofone e che l’italiano era per gli scolari una vera e propria lingua straniera. L’abbandono scolastico raggiunse livelli da record e generò nei sardi un autentico rifiuto della propria lingua e cultura respinta violentemente dalla cultura dominante. Anche le antichissime tradizioni musicali sarde, basti pensare all’antichissima polifonia vocale e strumentale sarda, subirono una battuta d’arresto.

La “vera” modernizzazione, anche musicale, non parlava, come naturale, in due lingue, ma solo in italiano, e i sardi la seguivano, affascinati… nonostante il monito di alcuni etnomusicologi stranieri, tra cui Felix Karlinger: “Ciò che in senso speciale è musica sarda può in senso lato valere come musica della civiltà occidentale, come fonte primordiale di quel retaggio dal quale furono alimentati molti secoli di storia musicale europea.

Ciò che qualche ignorante deride come primitivo e barbaro, ciò che qualche sardo stesso solo con un po’ di vergogna scopre davanti al forestiero, perché egli crede che la sua musica sia troppo semplice, appartiene in realtà a quel sostrato comune dal cui seno uscirono tutti i grandi e famosi compositori del nostro continente: dal Palestrina a Verdi, da Orlando di Lasso a Mozart, Beethoven, Wagner. Ché se in un museo contempliamo con muta venerazione i resti di civiltà da lungo passate, tanto più dobbiamo apprezzare i tesori che sono contemporaneamente antichi e vivi, che non hanno perduto nulla del loro splendore, che continuano a fiorire, in dimessa semplicità e grande bellezza, in mezzo alla falsità del nostro tempo” (1958).

  In un momento storico-politico in cui le peculiarità regionali iniziavano timidamente ad assumere carattere distintivo e, politicamente, a divenire “significanti”, si pensò evidentemente, più per ignoranza e incapacità didattica che per effettiva volontà, di operare in Sardegna una sorta di manipolazione semiotica discriminando, soprattutto all’interno della scuola, la lingua e la cultura sarda che purtroppo sfociò in un autentico saccheggio culturale. Ma gli anni Cinquanta sono ancora all’insegna della speranza.

Ma nel campo musicale, infatti, sarà ancora Porrino, ben consapevole del rischio che correva la cultura musicale sarda, a sferzare un vero e proprio “colpo da Maestro” quando, proprio nel 1957, anno successivo alla sua nomina di Direttore del Conservatorio Giovanni Pierluigi da Palestrina, darà l’annuncio dell’istituzione di una cattedra di Etnofonia Sarda presso il medesimo conservatorio cagliaritano.

Così Porrino: “Nessuna regione italiana, forse, ha un patrimonio etnografico così importante […]. Più volte mi sono preoccupato, nel timore che questo prezioso materiale andasse disperso a causa della evoluzione dei tempi e del gusto che comporta un logoramento e una corruzione di tutto ciò che si tramanda per via mnemonica di generazione in generazione… Mi ero anche chiesto perché le autorità e gli studiosi sardi non provvedessero a tamponare questa specie di «emorragia» o di «leucemia» come dir si voglia; assunto lo scorso anno l’incarico della Direzione del nostro Conservatorio […] proposi al Ministero della Pubblica Istruzione, d’accordo col Presidente Crespellani, la creazione di una nuova cattedra, cioè della Cattedra di Etnofonia Sarda […].

È tema dire che questo corso avrà un carattere culturale, estensibile quindi a tutte le categorie di studiosi; cioè non solo agli studenti di musica di qualsiasi corso, ma anche a studenti e studiosi in genere che, per i loro studi (letterari, critici, filosofici ecc.) e per la loro preparazione oltreché per la particolare disposizione, siano desiderosi di approfondire questa materia e portare anche il loro eventuale contributo di personali esperienze. Perché questo corso vuole essere anche il punto di partenza per la realizzazione di un Centro di studi e di raccolta di materiale […]. Il Corso verrà affidato al più illustre ed emerito cultore della materia: al prof. Gavino Gabriel che […] inizierà le sue lezioni con una prolusione su L’etnofonia nello studio delle tradizioni popolari e l’etnofonia sarda.

Proseguirà il Corso soffermandosi su tre aspetti della materia: le voci, gli strumenti musicali, le «forme» di espressione musicale […] (Il Tempo, 1957). Ma la cattedra di Etnofonia Sarda “muore” con la scomparsa di Porrino, e anche I Shardana, non solo capolavoro musicale ma opera con chiare connessioni identitarie fu occultata e considerata politicamente non opportuna, quindi, “pericolosa” al pari della lingua, della letteratura e della musica sarda, verrà “dimenticata” o meglio “fatta dimenticare” e verrà, volontariamente o no (con la solita scusa che Porrino tanto era stato “fascista”), bandita dai teatri sardi e, soprattutto, rimossa dalla memoria dei sardi, da tirare fuori dopo “cinquant’anni” […]

E, in effetti, il 19 e il 21 febbraio, dopo 50 anni, l’opera lirica I Shardana di Porrino verrà rappresentata (in forma di concerto) nel teatro lirico di Cagliari, a chent’annos! e… meglio tardi che mai!

Pigaus sa navi… totus narian: pigaus sa navi

Emigrati Sardi - Gio, 04/02/2010

Annus e annus de disterru e a s'acabara tòcara a biri sèmipri sa pròpiu cosa: su Buginu... E làbai ca su Bùginu est sèmpiri su pròpiu, sèmipri issu est: "Is meris allenus" de is Sardus...

Calìncunu pòriri fintzas cambiai nòmini, ma chi no est cìxiri est fà buddia: is pulìticus itallianus, s'Alcoa, Portovesme, Otzana, Sarrocu, is centralis nucrearis, sa telebisioni, s'aliga nucreari, is basis mìlitaris allenas, sa basi de Cuirra, is tzèracus de is pàrtidus cuntìnentalis, su meri mìlanesu, Cuntzillus Arregìonallis s'unu prus lingidori de s'atru, nisciunu sardu in su parlamentu europeu, sa lìngua e s'istòria sarda pigara a puntas de pei... 
 
S’Urrei est diaderus spullincu, ca est arribara s'ora de dd'acabai de andai a Roma a preguntai sa limùsina, tocara a pretendi, cùmenti iat fatu Soru po s' I.V.A., su tanti cosa nosta pò nci bogai a foras is fràbricas pudèscias de is multinatzionallis allenas e itallianas, po lìmpiai su logu de is arrastus afèrenaus e de s'àliga industrialli, de is basis militaris e de totu su pudesciori allenu chi no nc'aturat nudda cun sa terra sarda, poita is Sardus depint torrai a éssiri is meris de is Sardus. 
 
Tanti cussas fràbricas funti giai trasferias in atrus logus, no nci bòlliri meda a ddu cumprendi... Totu cussu dinai arregalau a is meris allenus pò no serrai de oi a cras est totu dinai fuliau, mellus a ddu imperai po su benidori e po mantenni is famìllias de is chi ant pérdiu su trabballu e is de i cussus chi su trabballu no dd'agatanta... 
 
Sceti po limpiai sa Sardìnnia de sa merda allena nc'est trabballu po trint'annus...
Po no pigai arremoni de totu su trabballu chi nd’iara a bèssiri de is ofiìzius nous chi oi funti totus a Roma, is postus in sa scola, is trasportus marìtimus, is operadoris linguìstigus, is ofitzius turìstigus, me in servitzius pùbricus, in su cumèrciu cun is mercaus internaztzionallis chentza dèpiri domandai su pirmissu e abetai is trenus e is navis de sa bregùngia chi nci portant sa cosa a Civitavechia a pudesci abetendi a passai sa dogana... poita no nc'est nudda de fàiri, indipendentzia po is Sardus est libbertari, trabballu, prugresu e dinai... totu su dinai chi no nd'arribara de candu eus pèrdiu sa libbertari.
 
Ma tocara fintzas chi totus is partidixeddus indipendentistas de s'unu o su duus po centu e is de is sardistas, de su duus po centu issus puru, cumprendant ca certendu apitzus is bideas de Bellieni, Lussu o Simon Mossa pò su chini est, de is partidixeddus de oi, su prus mèllus o su prus indipendentista de s'atru no nc'aturant a nisciunu logu... ca est s'indipendentzia s'obbietivu prus mannu, scet’isssu, totu s'atru bèniri apustis, tanti a s'acabara in su "parlamentu" sardu de su benidori e de su disigiu nc'iat èssiri logu po totus. 
 
Duncas teniara arrexoni etotu Antoni Cossu, fintzas a candu is Sardus de Sardìnnia e is de terramanna no si detzìdint a "pigai sa navi" - sa navi de sa responsabbilidari po torrai at artziai sa conca e castiai in faci s’arrealidari e a nci bogai a su Buginu - no nc'ant'arranesci mai a cambiai s'arrest'e nudda...( Red. )

Pigaus sa navi… totus narian: pigaus sa navi.
Pigaus sa navi est sa crai a fuedhu po brintai in s’arrumanzu. Custus fuedhus funt imperaus cumenti a torrada po dexeotu bortas in duas pàginis; sexi bortas scéti in d-una pàgini de trintaduas arrigas.

Is navis a s’acabbada si scuberrit ca funt duas: s’Ocitània e sa Catalùnya. Funt is navis chi ndi torrant a furriai in Sardìnnia is disterraus spratzinaus in totu s’Oropa. Fiat ora! Chini benit de su mari no benit prus, e sceti, po si sdorrobbai. Is disterraus sardus iant tentu làstima meda de sa Sardìnnia e ant pentzau sa manera de dha agiudai a ndi bessiri de is arroris chi dhis fiat cuncodrendi sa crassi pulìtiga, arregionali. Sa matessi crassi pulìtiga chi, agiumai, nci fiat fendi arrui sa Sardìnnia in d-unu spérrumu chene speràntzia peruna.

E issus intzandus narian: pigaus sa navi.
“ Pigaus sa navi… …tres paraulas - pigaus sa navi - a lenu a lenu…
… totus narian: pigaus sa navi.

… no tenian ateru de narrer: pigaus sa navi... E s’ateru risponniat: pigaus sa navi.
... ch’infrechian cuddu: pigaus sa navi. …sa torrada fuit: pigaus sa navi.

... a su postu de «salude» narian: pigaus sa navi; pigaus sa navi? pigaus sa navi!
... a si biri, pigaus sa navi; ... a nos bier cun salude, e, pigaus sa navi. 
... Su «pigaus sa navi», in pagas chidas,.. ...narian in Frantza; pigaus sa navi

... pigaus sa navi, ripitian in Olanda… ...e in su Belgiu; pigaus sa navi...
In s’Europa de sos sardos pariat totu una boghe: pigaus sa navi.

Sas paraulas puru naschen e creschen. Naschen chi cheren narrer una cosa, cussa e basta, pustis, in caminu, s’acontzan, altzian, si prenan e si ufran, cambian colore, lean ateru ispizu.

E contat s’intonu, su chi ddas narat, sa boghe russa o sa boghe fine, sa mesu boghe o su bassu o sa contra, sa die e s’ora e su logu e su tempus, si proet o bessit su sole, si frocat o rannnidat, s’ispetzia de onzunu,a manzanu e a sero, sos pentzamentos, su forrogu s’intentzione. Pigaus sa navi. Insandus.”

Su rétulu de s’arrumanzu est una manera de nai chi tenint in Santu Lussurzu sa bidha de Antoni Cossu. Issu etotu si dhu spricat in s’ùrtima pàgini de s’arrumanzu, Mannigos de memoria totunu a “Sustentamentu” de is pentzamentus, is bisionis.

Su personali pulìtigu, totu sa crassi “digerente” de Sardìnnia in custu arrumanzu benit pigada a brullas, antzis benit amostada cun totu sa poboresa cosa sua.
S’Urrei est spullincu.


S'arrogu "Pigaus sa navi" est liau de s'artigulu: Mannigos de Memoria

Alcoa, tensione a Portovesme: I lavoratori cacciano i dirigenti

Emigrati Sardi - Gio, 04/02/2010

Cagliari

Appena tornati dalla trasferta romana e dal presidio a Palazzo Chigi i dipendenti (circa 500) hanno  allontanato i tre responsabili presenti

Un operaio dell'Alcoa è finito al pronto soccorso con una contusione a un piede e un dirigente sindacale del Sulcis è stato urtato, assieme a un altro lavoratore, dall'auto condotta dal direttore della fabbrica di Portovesme (Sulcis) durante un parapiglia scatenatosi nel pomeriggio nel parcheggio della direzione dello stabilimento.

Al rientro da Roma dopo l'ultima mobilitazione per scongiurare la fermata degli impianti, circa 400 operai hanno trovato un centinaio di colleghi che li aspettavano a Portovesme per ascoltare gli aggiornamenti della vertenza. La rabbia fra i lavoratori è alta da mesi, da quando si paventa lo stop delle due fabbriche italiane di alluminio della multinazionale, che chiede garanzie su costi concorrenziali dell'energia e non vuole incorrere in nuove sanzioni dell'Unione europea.

Ai tre dirigenti presenti negli uffici nel pomeriggio i lavoratori, delusi dal comportamento dell'azienda, hanno chiesto - secondo quanto riferito da fonti sindacali presenti - di uscire e lasciare la fabbrica, alla luce del fatto che la vertenza non si sblocca. L'auto del direttore che stava per lasciare il parcheggio è stata circondata dagli operai al culmine dell'esasperazione di fronte al rischio di finire in cassa integrazione e - sempre secondo quanto riferito da alcuni dei presenti - durante questa manovra sono rimasti contusi due lavoratori e il dirigente della Fiom del Sulcis, Franco Bardi, che stava cercando di riportare la calma. Il direttore è riuscito a lasciare il piazzale, ma la sua auto è stata danneggiata da alcuni operai infuriati.

(04 febbraio 2010) - Fonte: www.repubblica.it/economia/2010/02/04/news/alcoa_tensione_a_portovesme_i_lavoratori_cacciano_i_dirigenti-2188206/

«Mandiamoli a casa», i luoghi comuni | Razzismo e pregiudizi: istruzioni per l’uso.

Emigrati Sardi - Mer, 03/02/2010

«MANDIAMOLI A CASA», I LUOGHI COMUNI.   
Razzismo e pregiudizi: istruzioni per l’uso.

«Gli stranieri sono il 23%!»   

È la percezione della presenza degli stranieri in Italia: gli italiani hanno la percezione che gli immigrati siano il 23% della popolazione residente, ovvero pensano che gli stranieri presenti siano quasi quattro volte quelli che risiedono realmente in Italia (il rapporto più alto di tutto l’Occidente).

In realtà le cose stanno diversamente. Vediamo, nel dettaglio, ‘come’, cercando di rispondere ai luoghi comuni che attraversano il Paese e animano il dibattito pubblico.
Fonte: Transatlantic Trends Immigration 2009

Quanti sono gli immigrati regolari e irregolari

Per tentare di comprendere il fenomeno migratorio senza pregiudizi e condizionamenti è indispensabile osservare i numeri della presenza straniera in Italia.

4,4 milioni di stranieri regolari e 420mila irregolari. Al 1° gennaio 2009 gli immigrati presenti in Italia erano oltre 4,8 milioni (circa mezzo milione in più rispetto al 2008) di cui i regolari sono 4,4 milioni.

La comunità più numerosa è quella romena con 968mila presenze (21% del totale), seguita dall’albanese e dalla marocchina (538mila e 497mila). Rispetto al 2008, gli immigrati irregolari diminuiscono sensibilmente, secondo le stime (un calo superiore al 30%).

Rispetto al 2008 e nonostante la crisi economica, si registra un aumento dell’occupazione straniera nel corso dell’anno di 222mila unità, a fronte di un calo dell’’occupazione italiana di 426mila unità.

Parallelamente all’occupazione però, si registra anche un incremento della disoccupazione tra gli immigrati di 200 mila unità.

Rispetto alla popolazione italiana, la presenza degli immigrati si situa tra il 5,8% dell’inizio 2008, al 6,5% del 2009, al 7,3% (stima) del 2010.
Fonti: analisi Ismu e dati Istat

Da dove vengono?   
La provenienza della popolazione straniera è differente.
Questo è un dato che ci differenzia dai paesi europei di più antica immigrazione e con un passato coloniale, dove la prevalenza di “minoranze etniche” (come vengono definite nel mondo anglosassone) provenienti dalle ex-colonie è molto forte e radicata territorialmente in alcune aree geografiche o, all’interno delle stesse città, in quartieri periferici specifici e connotati etnicamente.

In Italia la pluralità delle provenienze nazionali e l’insediamento diffuso sul territorio (anche se con alcune “punte” nel Centro Nord) favorisce i processi d’integrazione e di mix sociale.

La provenienza degli stranieri in Italia
Rumeni 968.000 +21%
Albanesi 538.000 +11,7%
Marocchini 497.000 +10,8%
Cinesi 215.000 +4,7%
Ucraini 200.000 +4,3%
Filippini 145.000 +3,1%

Dopo l’ingresso della Romania nella UE, i rumeni sono divenuti la prima etnia presente. Questo dato non è frutto di una speciale propensione dei rumeni a trasferirsi nel nostro paese, bensì dell’ingresso nell’Unione europea della Romania dal 1 gennaio del 2007: come qualsiasi cittadino dell’Unione, essi godono della libertà di circolazione nei 27 paesi aderenti all’Unione Europea.

Inoltre molti cittadini di origine rumena registrati statisticamente dal 2007, sono  semplicemente ‘emersi’ da una condizione di clandestinità precedente.

Il dato sulla presenza di stranieri in Italia va necessariamente considerato, prestando maggiore attenzione agli immigrati senza permesso di soggiorno (definizione più corretta di ‘clandestini’, termine impreciso e inteso in senso strumentale). Costoro sono la componente che più spesso entra nel dibattito politico e che desta maggiore allarme sociale nell’opinione pubblica.
Fonte: Ismu

«Tutti questi clandestini!»   

Chi sono gli irregolari?
L’immigrazione irregolare ha varie origini, spesso sorprendenti: infatti, la maggior parte degli irregolari sono asiatici. In particolare, le stime della Fondazione Ismu del 2008 rilevano che la comunità asiatica proveniente da Cina (10% di tutti gli irregolari), Bangladesh (9,9%), India (7%) e Pakistan (5%) raccoglie più di 207.000 individui irregolari complessivamente pari a quasi un terzo dei 651.000 totali.

La nazionalità dove si ritrova il maggior tasso di irregolarità è quella marocchina (17,1% di tutti gli irregolari, pari a 111.300 persone irregolari): la presenza irregolare di origine nordafricana è pure molto forte, con un totale di circa 135.000 persone se ai marocchini si aggiungono gli Egiziani (3,7%). La provenienza dell’Est Europa tra Ucraina (6,3%) e Moldova (5,1) vede 72.500 irregolari.

Come si diventa clandestini?   
Quasi tutti gli immigrati che giungono in Italia sono, all’inizio del loro percorso, «clandestini». Altri, lo diventano dopo essere stati regolari. La Caritas segnala che numerosi immigrati iniziano da regolari la loro storia migratoria e finiscono nell’irregolarità, per la complessità e la contraddittorietà di alcuni aspetti della normativa.

Alcuni casi sono esemplificativi. Un lavoratore che ha un incidente sul lavoro
lo denuncia all'INAIL, è dichiarato inabile al lavoro dall'Asl e avrebbe diritto alla pensione di invalidità Inps.

Però, essendo inabile al lavoro, non ha più un contratto di lavoro e non può rinnovare il permesso di soggiorno, quindi diventa irregolare. Ancora: un minore disabile (regolarmente registrato sul permesso di soggiorno dei suoi genitori) al compimento dei 18 anni in quanto inabile al lavoro non può avere un contratto di lavoro quindi non può avere il permesso di soggiorno. Non è previsto nessun tipo di "affidamento in tutela" ai suoi genitori.

«E vengono tutti qui!»   
Guardando ai dati del 2008 (gli ultimi che consentono una comparazione tra l’Italia e gli altri Paesi europei, gli immigrati rappresentano complessivamente circa il 6% della popolazione: tale dato è in linea con la media UE a 27 che si attesta al 6,2%.

Questo dato tuttavia tiene conto di Paesi, come quelli neocomunitari, dove la presenza straniera è praticamente inesistente. Invece, se si compara il dato italiano con quello di paesi nostri competitor osserviamo che quello italiano è tra i più bassi.

Per cogliere il reale significato di questi dati è necessario anche conoscere le legislazioni nazionali sull’acquisizione della cittadinanza. Mentre in Spagna vige una normativa simile alla nostra (principio dello jus sanguinis: la cittadinanza dipende dalla nascita da genitore cittadino italiano e da quello della residenza prolungata nel paese ospitante), in Francia vige sia il principio dello jus soli (chi nasce sul territorio ha la cittadinanza), sia quello dello jus sanguinis. In Gran Bretagna fino al 1983 la cittadinanza era largamente concessa anche ai cittadini delle numerosissime colonie.

È chiaro dunque che i dati britannici e francesi devono essere ricalibrati in aumento, se si vuole considerare il reale impatto sociale del fenomeno migratorio.

Percentuale di stranieri nei Paesi UE (2008)
EU27 6,2%
EU25 6,6%
EU15 8,9%
Irlanda 12,6%
Spagna 11,6%
Austria 10,2%
Germania 8,8%
Gran Bretagna 6,6%
Italia 5,8%
Francia 5,7%

È nato il bambino 60 milioni    
Nel dicembre del 2008 la popolazione italiana ha raggiunto il traguardo di 60 milioni di individui
sostanzialmente grazie all’apporto degli immigrati: la popolazione italiana cresce per il 92% grazie agli stranieri; il saldo naturale italiano (differenza fra nati e vivi) inoltre rimane prossimo al pareggio grazie alla popolazione straniera (saldo degli stranieri uguale a +60.379 contro quello degli italiani di - 67.249). Sul totale dei nati in Italia l’11,4% ha genitori di origine non italiana.

È evidente dunque che gli stranieri sono una componente indispensabile a livello demografico per mantenere l’Italia un paese giovane. Contrastare il costante invecchiamento italiano e combattere le sue gravi conseguenze sociali in termini di spesa pensionistica ed assistenziale si rivelerà una sfida imprescindibile per l’Italia: in questi termini la presenza straniera si sta dimostrando essenziale.

Fonti
Dossier Caritas/Migrantes sulla Criminalità – Ottobre 2009
Comunità di Sant’Egidio, Immigrazione e sicurezza. Rapporto 2009
Rapporto Ismu 2009

«Non gli facciamo costruire le moschee, perché al loro paese non ci fanno costruire le chiese»
Nei paesi islamici sono presenti molte chiese cattoliche

Molti politici invocano la reciprocità, un concetto del tutto erroneo, perché induce a negare diritti a individui per il semplice fatto che provengono da Paesi dove questi diritti sono negati.

Questo argomento è spesso richiamato quando si parla di luoghi di culto.
Nei paesi islamici i cristiani sono un numero molto esiguo, ma è comunque loro garantito un luogo di culto. Ancora una volta i dati sono eloquenti: ad esempio in Marocco i cattolici sono circa 27 mila, pari a meno dello 0,1%, su una popolazione di 33.757.750 abitanti. Il Marocco ospita 3 cattedrali e 78 chiese.

Il Marocco non è l’unico esempio dove sia garantita ampia libertà di culto. È agevole accertare in tutti i paesi islamici la presenza di basiliche e cattedrali per le quali esistono statistiche più attendibili rispetto a quelle riferite alle chiese.

Citando solo i principali paesi islamici, dove è il caso di ricordare che spesso i cristiani costituiscono una piccolissima minoranza: si contano trentadue cattedrali in Indonesia, una cattedrale in Tunisia, sette cattedrali in Senegal, cinque cattedrali in Egitto, quattro cattedrali e due basiliche in Turchia, quattro cattedrali in Bosnia, una cattedrale negli Emirati Arabi Uniti, sette cattedrali in Pakistan, sei cattedrali in Bangladesh.

L’unico paese in cui non vi è la presenza di luoghi di culto cristiani è l’Arabia Saudita il cui governo ha avviato una campagna contro le religioni diverse da quella islamica. Come tutti sanno, dall’Arabia Saudita provengono pochissimi immigrati.

In ogni caso, negare luoghi di culto riconosciuti è del tutto contrario alla nostra Costituzione (artt. 19 e 20). Secondo l’Ismu è del tutto auspicabile che vi siano luoghi di culto riconosciuti anche sotto il profilo della sicurezza.

Da ultimo, leggendo un’analisi del Comune di Monza (sindaco leghista), si può notare che su 24mila persone che si dichiarano musulmane in Brianza, solo 4mila sono osservanti.

La maggioranza degli stranieri è cristiana   
Ridurre il problema della libertà di culto alla costruzione o meno di moschee non è rappresentativo delle religioni professate realmente tra gli immigrati; infatti, tra gli stranieri i cristiani sono quasi il doppio dei musulmani.

Religioni tra gli stranieri
Musulmani 1.200.000
Cattolici 860.000
Altri cristiani 1.100.000
Altre confessioni (induisti, buddisti, sikh) 200.000
Atei 230.000
Non dichiarati 80.000

Non ci sarà nei prossimi anni un’esplosione di fedeli musulmani
In termini di crescita l'aumento dei musulmani, tra il 2009 e il 2030, sarà nell'ordine del 139% e risulterà simile a quello dei cattolici (+137%), sia a quello dell'insieme degli aderenti alle altre religioni minori (+130%).
Fonte: Rapporto Ismu 2009

«Vengono qua e ci rubano il posto, lavorando in nero»   

Gli immigrati hanno lavori regolari
La quasi totalità di immigrati adulti con permesso di soggiorno presenti in Italia sono iscritti all’Inps: ciò significa che questi lavori contribuiscono al sistema statale italiano senza alimentare il fenomeno del lavoro nero. I dati che si riferiscono all’anno 2007 sono abbastanza eloquenti: gli assicurati stranieri sono 2.173.545, pari al 92% di tutta la popolazione straniera regolare censita.

È evidente che il lavoro nero sarà invece l’unica opzione per gli immigrati senza permesso di soggiorno, in quanto la legge impedisce loro di essere assunti in modo regolare, non avendo i documenti in regola.

Gli immigrati fanno lavori che gli italiani non farebbero
Occupati totali (%) Occupati stranieri (%)
Dirigenti e imprenditori 4,69 1,25
Professioni intellettuali 10,79 1,58
Professioni tecniche 21,57 4,74
Impiegati 10,68 3,23
Vendite e servizi personali 15,67 16,92
Artigiani, operai specializzati, agricoltori 18,21 29,36
Conduttori di impianti 8,38 12,84
Personale non qualificato 8,75 30,15
Forze armate 1,05 0,0
Totale 100,0 100,0
Fonte: Istat, Rilevazione sulle forze di lavoro, I trimestre 2008.

Gli occupati stranieri svolgono lavori che si concentrano tra quelli manuali e poco specializzati, anche se non mancano quelli professionali e impiegatizi; il 72% è personale non qualificato, conduttore di impianti, artigiano o operaio specializzato, mentre il rimanente svolge professioni intellettuali o tecniche ovvero è dirigente, imprenditore, impiegato o dipendente nel settore del commercio e dei servizi.

Tra gli italiani queste percentuali sono esattamente invertite con un 37% di lavoratori che svolgono mansioni manuali. A confermare il dato che gli immigrati svolgono lavori che non sarebbero occupati da italiani arrivano anche ricerche condotte dall’Inps. Gli studiosi statistici dell’Istituto confermano che il lavoro straniero ha quasi naturalmente colmato un vuoto provocato da fattori demografici.

Infatti le classi d’età più presenti tra gli stranieri nel mondo del lavoro regolare sono
quella dei 25/29 anni e quella 30/35. Le corrispondenti generazioni italiane sono quelle meno numerose in seguito al calo delle nascite e al basso tasso di natalità.

I dati dei vari Decreti Flussi confermano ancora la grande richiesta di lavoro da parte di imprenditori italiani. Le richieste di lavoro nominative nel 2006 sono state 500.000 e nel 2007 ha superato le 740.000. Per la gran parte, il 48,9%, queste domande si riferiscono a lavoro domestico o assistenziale alla persona; nel settore edilizia sono state il 17,7% e per altri settori produttivi, operai o agricoltori, il 33,4%. Le mansioni che svolgono i lavoratori assunti con questa modalità sono nel 95% dei casi non specializzate.

Gli immigrati migliorano la possibilità d’impiego degli italiani
L’incremento del numero di stranieri non si è associato a un peggioramento delle opportunità occupazionali degli italiani. In particolare il lavoro straniero permette alle donne italiane, che hanno tassi di occupazione bassissima rispetto alla media europea, di essere impiegate, in quanto gli immigrati svolgono mansioni di assistenza domestica e familiare che altrimenti sarebbero svolte dalle potenziali lavoratrici italiane.

Dalle analisi Bankitalia l’esistenza di tale complementarietà tra gli stranieri e le donne è un dato specificamente italiano ed è evidente: «per le donne la crescente presenza straniera attenuerebbe vincoli legati alla presenza di figli e all’assistenza familiare dei più anziani, permettendo di aumentare l’offerta di lavoro». Inoltre, l’effettuazione di mansioni tecniche da parte di individui stranieri permette alle imprese di espandersi e dunque di assumere personale che svolge mansioni dirigenziali: si afferma che il lavoro di stranieri impiegati con mansioni tecniche «può aver sostenuto la domanda di lavoro per funzioni gestionali e amministrative».

Infine, non bisogna sottovalutare il lavoro che imprenditori stranieri danno a lavoratori italiani: a fine 2008 si contavano circa 240mila cittadini stranieri titolari di impresa (il 7% del totale), in prevalenza a carattere artigiano, che garantiscono il lavoro anche ad alcuni dipendenti (attorno ai 200mila, secondo la stima riportata in ImmigratImprenditori della Fondazione Ethnoland). Il Dossier Caritas 2008 stima che questo settore, tenendo anche conto dei soci e delle persone coinvolte in altri ruoli, impieghi mezzo milione di persone.

Gli stranieri contribuiscono al PIL in modo significativo
Nel 2007 il contributo degli stranieri è stato del 9,1% del PIL. Considerato che la loro presenza era pari al 5,8% della popolazione, il contributo al PIL di uno straniero è mediamente più alto di quello di un italiano. Questo dato può essere solo in parte spiegato con una differenza anagrafica della popolazione straniera, in quanto gli italiani svolgono lavori più specializzati a più alta produttività e che dovrebbero contribuire maggiormente al prodotto economico italiano.
Fonti:
Dossier Caritas/Migrantes sulla Criminalità – Ottobre 2009
Rapporto Ismu 2009
Comunità di Sant’Egidio, Immigrazione e sicurezza. Rapporto 2009
Laura Squillaci, Inps, il «tesoro» degli immigrati, Il Sole 24ore, 1.9.2008
Giuseppe Maddaluna e Francesco Papa, I giovani stranieri danno ossigeno ai conti del welfare, Il Sole 24ore, 1.9.2008
Dossier Banca d’Italia, L’economia delle regioni italiane nell’anno 2008

«Quelli che vengono sono i peggiori!»
L’Associazione Naga da anni aiuta immigrati senza permesso di soggiorno nella zona di Milano: nel 2008 ha considerato la condizione dei 4.400 immigrati che hanno chiesto assistenza.
Gli immigrati al loro arrivo non conoscono la lingua e non si sanno orientare nel paese; una volta avuto il tempo di ambientarsi in Italia trovano facilmente occupazione: questo vale tanto per gli stranieri irregolari che regolari.

A parità di “voglia di lavorare” le occasioni di lavoro dovrebbero aumentare in relazione alla durata della loro permanenza. Ed è proprio quello che succede sul campione “Naga”: le percentuali di occupati per coloro che risiedono in Italia da meno di un anno è solo del 34%, ma dopo due anni arriva a circa il 65% fino ad arrivare al 76% dopo quattro anni.

I dati Naga segnalano che la quota di immigrati irregolari che lavorano è assolutamente uguale a quella della popolazione italiana. La media di occupati nella popolazione italiana tra i 15-65 anni è del 58,7% che sale in Lombardia al 66,7%: il campione Naga registra un tasso del 60% ma bisogna comunque tenere conto che un quarto del campione è in Italia da meno di un anno: al crescere della permanenza gli irregolari occupati arrivano a superare il dato riferito agli italiani.

Tassi di occupazione (15-64): popolazione italiana e dati Naga
Rapporto Naga 2008
In Italia da anni:
Popolazione Italiana Istat 2007
Totale 0-1 1-2 2-3 3-4 4 o più Pop. it. Pop. lomb.
Tasso di occupazione (%)
61,6 33,8 65,1 73,9 76,1 70,4 58,7 66,7

Gli immigrati hanno studiato
Gli immigrati hanno spesso un titolo di studi superiore conseguito nel proprio Paese d’origine e sono comunque istruiti. La comunità di Sant’Egidio segnala che su circa 32.000 studenti che hanno frequentato la scuola di lingua italiana evidenzia che l’86% ha studiato nel loro paese di origine oltre 11 anni e il 37% è in possesso di un diploma di laurea.

La stessa realtà è evidenziata dal già richiamato rapporto Naga 2009 che riguarda solo immigrati senza documenti in regola: gli analfabeti sono il 4,2%, coloro che hanno un titolo di scuola media superiore sono il 42,8%, mentre i laureati sono il 10,2%.

Gli immigrati hanno spesso un’istruzione uguale o superiore alla media agli italiani.
Se consideriamo i dati della popolazione con cittadinanza italiana, le percentuali sono  assolutamente paragonabili (se non addirittura peggiori). Interessante notare come un decimo degli irregolari considerati abbia una laurea contro il 12% della popolazione italiana.

Rapporto Naga, 2008 Popolazione italiana, Istat 2007
Totale 15-64 25-34 35-44  Totale 15-64 25-34 35-44
Analfabeta 4,0 3,3 4,6 - - -
Scuola elementare 11,0 9,9 11,6 12,7 3,6 5,9
Scuola media inferiore 31,7 30,6 30,1 36,5 28,9 39,1
Scuola superiore 43,1 44,2 41,9 38,8 48,7 41,0
Università 10,1 12,0 11,7 12,0 18,9 14,0

Non esiste un aumento del tasso di criminalità legato all’immigrazione
La popolazione straniera, nella condizione di migrante, è più esposta della popolazione residente alle attività criminali. Ciò è un dato confermato in tutti i Paesi europei. Parlare, però, di un’equazione tra immigrazione e aumento della criminalità è errato e fuorviante. Nonostante la percezione vada nella direzione opposta, infatti, non si può affermare che i flussi migratori hanno aumentato i pericoli per la popolazione italiana.

È senz’altro vero che da quando l’immigrazione è divenuto un fenomeno allarmante, cioè dal 2001 al 2005 (anno in cui vi sono rilevazioni di Istat e Ministero dell’Interno), le denunce a carico di stranieri è aumentato del 45,9%, ma bisogna considerare che la popolazione straniera regolare è allo stesso tempo raddoppiata e che nel dato sulle denunce si tiene conto degli stranieri senza permesso di soggiorno.

La quota di stranieri denunciati sul totale degli stranieri regolari in Italia si ferma al 2% circa. La tesi della corrispondenza tra consistenza numerica degli immigrati e reati da loro commessi è rigettata in una ricerca del 2008 della Banca d’Italia: il numero dei permessi di soggiorno nel periodo 1990-2003 si è quintuplicato, mentre la criminalità ha mostrato una lieve flessione.

Il rapporto della Banca d’Italia conclude che «in linea teorica non c'è stato un aumento diretto della criminalità in seguito alle ondate di immigrazione in nessuno dei reati presi in considerazione (reati contro la persona, contro il patrimonio e traffico di droga)».

I clandestini non sono criminali per natura
Non vi è un parallelismo tra la presenza di stranieri e il numero dei reati commessi. Ad esempio, abbiamo visto che circa un terzo della popolazione straniera senza permesso di soggiorno ha provenienza asiatica; i dati del Ministero dell’Interno segnalano anche che gli arrestati e denunciati di queste etnie è ridotta.

Gli stessi dati del Viminale lo evidenziano che un’equivalenza fra criminalità ed irregolarità è
semplicistica e non rappresentativa del fenomeno criminale.
Fonti
Paolo Buonanno e Paolo Pinotti, Do immigrants cause crime? - Paris School of Economics Working Paper
Dossier Caritas/Migrantes sulla Criminalità – Ottobre 2009
Rapporto Naga 2009
Comunità di Sant’Egidio, Immigrazione e sicurezza. Rapporto 2009
Carlo Devillanova, Francesco Fasani e Tommaso Frattini, Lavorare a Milano. Da Clandestini, Lavoce.info, 28.12.2009

«Infatti sono tutti in galera»
E il reato di immigrazione clandestina?
I detenuti stranieri costituiscono una buon parte del totale: sono il 37,4% con differenze importanti da zona a zona. Nel Nord l’incidenza è particolarmente forte: si va dal 69,7% della Valle d’Aosta al 46,4% della Lombardia e in tutte le Regioni la percentuale si attesta sopra il 50%. Al Sud il dato è meno drammatico ma comunque rilevante: spicca il Lazio con il 40,9% e seguono le altre con percentuali che si aggirano nella media del 20-25%, fino alla Campania con il 13,1%.

È senz’altro vero che la popolazione carceraria è composta in maniera preponderante da stranieri soprattutto se in rapporto alla popolazione. È anche vero che bisogna analizzare i reati per i quali sono perseguiti per comprendere la loro effettiva pericolosità sociale.

Moltissimi immigrati finiscono in carcere per infrazioni legate alla loro condizione di clandestinità: sul totale delle denunce a carico di stranieri, infatti, quasi il 30% delle denunce è legato all’immigrazione  clandestina. In particolare: trasgressione delle leggi in materia di immigrazione (14,7%), false dichiarazioni sull’identità (4,2%), resistenza a pubblico ufficiale (3,8%), falsità di privati in atti pubblici e atti falsi (3,4%). In questa rassegna non è ricompresa la nuova fattispecie di immigrazione clandestina (il ‘reato’ introdotto dal governo Berlusconi) che potrebbe aumentare di molto le statistiche.

Su un totale di circa 65mila detenuti, il 37%, è composto da immigrati provenienti per lo più dal Nord Africa, dalla Romania e dall’Albania. Più precisamente sono circa 4.333 i detenuti stranieri provenienti da paesi comunitari e 19.666 quelli da paesi extracomunitari. Negli istituti penitenziari del Nord la percentuale di detenuti stranieri oscilla tra il 60 e il 70% e in alcune carceri si arriva all’83% (Padova).

La motivazione dell’arresto degli stranieri è spesso legata a piccoli reati, per i quali è prevista una pena detentiva di breve durata, in alcuni casi inferiore a sette giorni, e alla mancata concessione di misure alternative alla pena detentiva, che – invece – sono usualmente concesse agli italiani.

Agli stranieri, infatti, proprio in ragione del loro status sociale e del loro mancato radicamento all’interno di una comunità territoriale, le forme alternative di esecuzione della pena previste dall’Ordinamento Penitenziario sono raramente applicate.

Tuttavia, i dati forniti dallo stesso Ministero della Giustizia confermano che la mancata concessione delle misure alternative influisce negativamente sui comportamenti recidivanti dei condannati. In altri termini, sussiste un maggior numero di recidivi tra coloro che hanno dovuto scontare l’intera pena in carcere rispetto a quelli ai quali è stata concessa una misura alternativa per i quali, pertanto, è maggiormente facilitato il reinserimento nel tessuto sociale. Ciò vale per gli italiani e per gli stranieri.
Fonti
Osservatorio ItaliaRazzismo
Ministero della Giustizia, Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria
Rapporto Ismu 2009
Rapporto sulla criminalità in Italia. Analisi, Prevenzione, Contrasto, Ministero dell’Interno, 2007
Transcrime

«Vengono qui e si fanno curare a nostre spese»
Per la verità pagano le nostre pensioni
Il sistema previdenziale è costruito su un sottile equilibrio tra lavoratori e pensionati: i primi pagano la pensione ai secondi, in attesa di andare in pensione. Quindi più pensionati ci sono, più lavoratori sono necessari perché il sistema non collassi.

I lavoratori immigrati hanno contribuito a tenere alto il rapporto tra lavoratori e pensionati con la loro partecipazione all’Inps. Lavoce.info ha sottolineato come l’istituto di previdenza sia in attivo sostanzialmente per i contributi stranieri: l’apporto degli immigrati appare il fattore più rilevante proprio perché rappresenta il fatto nuovo e più significativo dell’ultimo decennio in termini di crescita degli occupati e dei relativi contributi previdenziali, in grado di spiegare, quasi da solo, accanto all’aumento delle aliquote, il mutamento nei conti economici dell’Inps.
La tabella riportata lo dimostra.

Anno 2001 2002 2003 2004 2005 2006 2007 2008
Lavoratori stranieri Inps (in milioni) 1 1.4 1.5 1.6 1.8 1.9 2.1 2.2
Bilancio Inps: Risultato di esercizio
(in miliardi di euro) +1 +3.1 +0.4 +5.2 +2 +1.2 +6.9 +6.9

I dati dell’Inps mostrano come i contributi degli immigrati nel 2008 siano circa il 4% del totale, pari a circa 6,5 miliardi; tali cifre sono incrementate nettamente negli ultimi anni con un aumento di 4 miliardi dall’inizio del decennio. Quindi, i contributi degli stranieri pagano il 4% delle nostre pensioni.

Gli stranieri saranno pensionati solo fra molti anni, non “pesando” così sul bilancio dell’Inps. Questo in quanto l’età media degli stranieri residenti è 30,9 anni, mentre quella degli italiani è di 43,5 anni.
Inoltre, Lavoce.info sottolinea che gli immigrati stranieri realmente percettori di una prestazione Inps sono un numero esiguo, inferiore al 2%.

Gli immigrati pagano le tasse (e pochissimi le evadono)   
L’Agenzia delle entrate ha reso noti i dati che si riferiscono alle dichiarazioni dei redditi per l’anno 2004, quando sono state presentate 2.259.000 dichiarazioni da parte di cittadini stranieri. L’81% degli stranieri regolari all’epoca aveva dichiarato di percepire redditi. Dal 2004 al 2008, l’apporto degli immigrati al gettito è passato da 1,87 miliardi a 3,2 miliardi di euro.

Quanto ci abbiamo guadagnato dalle sanatorie   
La regolarizzazione del settembre 2009 si è chiusa con 294.744 domande di assunzione di lavoratori non comunitari come collaboratori familiari o badanti: l’operazione ha fruttato 154 milioni di euro in contributi arretrati e marche, mentre nel periodo 2010-2012 farà entrare nelle casse dell’Inps 1,3 miliardi di euro supplementari.

Contribuiscono più di quanto percepiscano   
È evidente che per il sistema previdenziale gli immigrati sono più una risorsa che una zavorra.
Il rapporto Caritas 2008 evidenzia che secondo i dati del 2005, per interventi diretti rivolti specificamente agli immigrati sono stati spesi dai comuni 136,7 milioni di euro, il 2,4% della loro spesa sociale, pari a 53,9 euro pro capite.

Tenendo conto che gli immigrati sono anche beneficiari dei servizi rivolti alla generalità della popolazione, le somme utilizzate a loro beneficio potrebbero salire al massimo a 1 miliardo di euro e dunque sarebbero abbondantemente coperte dalle entrate che essi garantiscono.

Altre studi della Banca d’Italia, pur nella difficoltà di calcolare l’incidenza degli immigrati sulla spesa sociale, confermano che agli immigrati vada circa il 2,5% di tutte le spese di istruzione, pensione, sanità e prestazioni di sostegno al reddito, al massimo la metà di quello che assicurano in termini di gettito.
Fonti
Dossier Caritas 2008 e 2009
Rapporto Ismu 2009
Comunità di Sant’Egidio, Immigrazione e sicurezza. Rapporto 2009
E l’immigrato aiuta le pensioni degli italiani, Andrea Stuppini, 01.12.2009, Lavoce.info

«Nelle graduatorie per la casa sono favoriti gli stranieri»
Gli immigrati non sono favoriti nei criteri
Per considerare l’incidenza degli stranieri sulle case popolari è stata considerata la situazione del Comune di Torino dove esistono circa 18.000 alloggi pubblici.
I criteri per assegnare le case popolari non favoriscono gli stranieri, anzi. Infatti i parametri di cui si tiene conto in prima battuta per stilare le graduatorie sono reddito (che però assegna un punteggio poco rilevante) e numero di componenti solo se superiore a 5 unità. In seconda battuta si tiene conto dell’età e di eventuali disabilità che abbia il soggetto. Gli immigrati sono tendenzialmente giovani, perfettamente abili e con nuclei familiari sotto le 5 unità.

Prima gli italiani: gli immigrati non vincono nelle graduatorie
Negli ultimi anni a Torino i bandi per l’assegnazione degli alloggi pubblici sono stati nel 2004 e nel 2009. Le domande presentate da cittadini stranieri sono state una buona parte del totale (nel 2004 sono il 31% e nel 2009 salgono al 45%), tuttavia solo pochi sono effettivamente assegnatari di case popolari: rispetto al bando 2004 solo il 10% è rappresentato da stranieri.
Fonte: Assessorato alle politiche per la casa, Comune di Torino

Il dato reale   
Spesso si sete dire «gli stranieri rubano le case agli italiani», oppure che nella graduatoria per l'assegnazione delle case popolari «loro hanno sempre la precedenza»? I dati dell'assessorato alle Politiche della casa del Comune di Genova spazzano via i luoghi comuni. Meno del 5% degli alloggi a disposizione è stato assegnato ad un "nuovo" genovese. Il riferimento è all'ultimo bando pubblicato a fine 2007: dal primo gennaio 2009 al 15 dicembre passato, sono stati assegnati 115 alloggi ad altrettanti cittadini italiani. È il 69,28%.

Ai genovesi di origine straniera sono andati 9 alloggi in tutto, il 7,83%. Vanno anche considerate le 61 sistemazioni provvisorie: di queste solo 10 relative ad extracomunitari. Insomma, per 185 abitazioni messe a disposizione dal Comune ci sono 9 contratti stipulati da extracomunitari. Erano state presentate 3.182 domande, poco meno di un quarto da non italiani: di questi, 52 con cittadinanza europea, gli altri 702 provenienti da continenti diversi.

A Bologna, le richieste di una casa al Comune da parte di stranieri nell´ultima graduatoria (aggiornata ad agosto 2009) sono il 46% del totale, mentre nelle assegnazioni si fermano a quota 35% (77 alloggi contro i 142 assegnati a italiani). Sui 12.458 alloggi popolari attualmente assegnati dal Comune di Bologna, 1.122 sono occupati da stranieri (9,64%). Dato da confrontare con la percentuale dei residenti che arrivano dall'estero: a Bologna sono l’11,2%.

Per quanto riguarda le graduatorie, facendo riferimento al Comune di Monza, graduatoria 2008 (terzo bando, 2° semestre), nelle prime 100 assegnazioni, sono 22 gli stranieri assegnatari.
Fonti
Repubblica Metropoli su dati Comune di Genova e di Bologna.
Comune di Monza.

Gli immigrati comprano casa   
Prato è la provincia italiana con la più alta percentuale di acquisti di stranieri, sul totale mercato immobiliare (23%), seguita da Roma (16,5%), Torino (11,5%), Venezia (9,2%), Milano (7,8%) e Bologna (6%). Nel 2009 a comprare una casa sono stati soprattutto rumeni, cinesi e indiani. Prima della crisi, che ha visto un calo molto sensibile nelle transazioni, erano gli immigrati a contribuire decisamente all’attenuazione della flessione del mercato immobiliare italiano (circa 130mila nel 2006 e 2007, più di 100mila abitazioni acquistate nel 2008, 78mila nel 2009).

Il dato dell’acquisto sul totale del mercato nel 2008 (prima della sensibile diminuzione di cui abbiamo parlato): Provincia di Milano 9%. Bergamo 13,6%. Brescia 14%. Como 14,9%, Padova 10,4%. Torino 18,4%. Treviso 13%. Varese 11%.
I dati più significativi: Alessandria 32%. Cremona 24,6%. Vicenza 23,2%.

Se è vero, quindi, che hanno accesso al patrimonio di case popolari di cui l’Italia si è dotata nel corso del secolo scorso, è altresì vero che contribuiscono a creare ricchezza per gli italiani che dispongono di un patrimonio abitativo.
Fonte: Scenari immobiliari

«Ci portano via le nostre donne»   

Sono gli italiani che sposano le “loro” donne
Vediamo quanti stranieri sposano italiane, quanti italiani sposano straniere.
Nel 2006 si sono celebrati 245.992 matrimoni, il 9,8% sono misti (24.020).
La maggior parte, esattamente 19.029, riguarda un cittadino italiano che sposa una cittadina straniera. L’80% dei casi.
Fonte: Comunità di Sant’Egidio, Immigrazione e sicurezza. Rapporto 2009.

«Meno male che c’è la Lega»   
Il fallimento delle “ronde di governo” è sotto gli occhi di tutti. Prima del decreto Maroni c’erano 68 ronde (di cui 17 in Lombardia, 10 in Veneto, 5 in Piemonte, Liguria, Emilia, Toscana), dopo il decreto solo 6 di queste hanno chiesto di essere ‘regolarizzate’ (2 a Roma, 1 a Milano, 1 a Treviso).

Molta enfasi e poca sostanza: quasi nulla. L’attività della Lega, con l’indifferenza del Pdl, si è distinta per la promulgazione di numerose ordinanze e delibere contro gli stranieri, a livello locale e regionale.

Quasi tutte le norme regionali sono state impugnate e bocciate dalla Corte Costituzionale, a cominciare dalla legge contro i phone center in Lombardia, così come alcune norme riguardanti il criterio di residenza per l’accesso ai servizi (casa e trasporti, ma anche bonus bebè).
In generale, numerose sentenze del Tar hanno invalidato ordinanze e delibere comunali discriminatorie.

Nessuno conosce i risultati di simili iniziative, se non dal punto di vista della penalizzazione degli stranieri, spesso imprenditori o liberi professionisti, che in molti casi si trovano costretti a chiudere.

Norme cattive, discriminatorie, strumentali, elettorali, poco concrete e nella stragrande maggioranza dei casi del tutto inutili, che creano tensioni e, anziché risolvere i problemi, li rinnovano e li rilanciano.

«Ci vogliono classi per soli stranieri»   

Gli alunni stranieri sono nati in Italia e parlano italiano
Gli alunni figli di genitori stranieri, nell’anno scolastico 2008/2009, sono saliti a 628.937 su un totale di 8.943.796 iscritti, per un’incidenza del 7%. L’aumento annuale è stato di 54.800 unità, pari a circa il 10%; l’incidenza più elevata si registra nelle scuole elementari (8,3%).

Di questi studenti 1 ogni 6 è rumeno, 1 ogni 7 albanese e 1 ogni 8 marocchino, ma si rileva di fatto una gran varietà di nazionalità. Gli alunni stranieri sono tali solo all’anagrafe, essendo in buona parte dei casi nati in Italia e vissuti per tutta la loro vita con coetanei italiani: per costoro evidentemente la lingua non è un problema. Quasi 4 su 10 (37%) sono nati in Italia, ma il rapporto sale a 7 su 10 (71,2%) tra gli iscritti alla scuola dell’infanzia.

Le maestre non ricorrono a tetti o classi d’inserimento   
Dal rapporto Ismu 2009 emerge che lo strumento al quale maestre e professoresse più ricorrono per l’integrazione dell’alunno straniero è l’inserimento in classi a stretto contatto con i coetanei; viene trascurato il ricorso a tetti per classi o al raggruppamento degli studenti di uno stesso paese. Invece, si ricorre a strumenti specifici per l’accoglienza come protocolli, linee guida, commissioni d’accoglienza e test d’ingresso: queste azioni si svolgono all’interno del normale corso scolastico.

Adozione di criteri specifici da parte degli insegnanti per l’inserimento nelle classi di alunni di origine immigrata per area territoriale.

Valori percentuali:
Nord-ovest Nord-est Centro Sud e isole  Totale
Si preferisce inserire l’alunno in classe con i coetanei 79,7 67,5 70,1 91,3 75,2
Si accolgono tutte le domande di iscrizione dell’anno 77,7 62,6 76,3 84,8 73,7
Rispetto delle linee guida per accoglienza e integrazione 72,3 82,1 50,6 47,8 67,4
È stata istituita una specifica commissione d’accoglienza 48,0 65,1 48,5 13,0 49,3
È stato predisposto un protocollo di accoglienza 48,6 64,2 33,0 15,2 45,8
Ci si avvale anche della collaborazione degli Enti locali 42,6 60,1 37,1 26,1 44,7
Sono previsti test di ingresso per definire la classe 40,5 43,9 33,0 34,8 39,1
La famiglia viene consultata nella scelta della classe 43,3 35,8 32,0 23,9 36,2
Ci si avvale anche della collaborazione del terzo settore 22,3 42,3 10,3 10,9 24,2
Si tende a raggruppare alunni di uno stesso paese 14,2 23,6 10,3 32,6 18,1
Stabilito un tetto massimo di alunni immigrati per classe 4,7 19,5 11,3 34,8 14,0
Gli ingressi di immigrati sono coordinati con altre scuole 8,8 12,2 17,5 8,7 11,8
Fonte: Censis 2008

Ci vorrebbe più integrazione e sostegno nel corso degli studi
Nel percorso scolastico, s’incontrano differenze tra gli studenti immigrati e quelli italiani a causa di problemi di ritardo, dispersione, insuccesso, specialmente nella scuola secondaria superiore.

Gli studenti immigrati sono promossi in misura sostanzialmente uguale nella scuola elementare, dove i programmi d’inserimento sono più specifici e mirati (99,9% di studenti italiani contro il 96,4% di stranieri), mentre le differenze si accentuano nella scuola media e superiore, dove sono pressoché assenti programmi d’integrazione (nella media 97,3% contro il 90,5% e nella superiore l’86,4% contro il 72%). Tra primaria e secondaria, lo stesso trend si riscontra nel ritardo negli studi degli studenti immigrati rispetto a quelli italiani: le difficoltà sono minime o molto basse nella scuola primaria e crescono con il passaggio alle scuole secondarie.

Alunni in ritardo (in valori percentuali), per livello scolastico. A.s. 2007/2008
Ordine e grado di istruzione Italiani

Non italiani
Primaria 1,8 21,1
Secondaria di I grado 6,8 51,7
Secondaria di II grado 24,4 71,8
Totale 11,6 42,5
Fonti
Elaborazioni su dati del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Dossier Caritas 2009
Rapporto Ismu 2009

«Gli vogliono dare il voto perché votano tutti a sinistra»   
Un’indagine Ismu-Orim della Regione Lombardia precisa che gli stranieri voterebbero in modo molto diverso. Alcuni, soprattutto i neocomunitari (Europa dell’Est), voterebbero a destra, con percentuali bulgare (e non è una battuta). Si distinguono per il voto a favore di forze conservatrici soprattutto i rumeni (nel 64,2% dei casi voterebbero a destra). Così anche i cinesi (53,3%). A sinistra guarda il ‘collegio’ Africa e le persone che provengono dall’America Latina.

Lo stesso vale per le religioni, che indicano un voto verso sinistra di induisti, musulmani e sikh, mentre a destra guardano ortodossi, buddisti e copti.

L’Italia è al settimo posto in Europa per numero di concessioni della cittadinanza, proprio in conseguenza di un impianto normativo restrittivo (Caritas).

Secondo un’indagine Ministero dell’Interno-Makno (2008), i cittadini italiani che si dichiarano favorevoli alla cittadinanza dopo 5 anni erano il 51,8% nel 2007. Nel 2008 erano diventati il 59%.  A questi (favorevoli incondizionatamente) vanno aggiunti i favorevoli «purché le verifiche siano effettive»: 11,5% nel 2007, 13,1% nel 2008. In totale il 72,1% degli italiani si diceva favorevole già più di un anno fa alla concessione della cittadinanza dopo 5 anni.
Fonti
Ismu e Orim
Quindicesimo Rapporto sulle migrazioni 2009, FrancoAngeli, Milano 2009, p. 165.

«Non si vogliono integrare»   
Nella presentazione della proposta di legge Granata-Sarubbi, presentata il 30 luglio 2009, così si legge: «Nel 2007, i nati di cittadinanza non italiana hanno superato quota 64.000, corrispondenti a circa l’11,4 per cento del totale, con un incremento di quasi il 90 per cento rispetto alla situazione di soli sei anni fa.

Importanti sono anche le cifre riguardanti il mondo del lavoro (stranieri sono poco meno del 10 per cento degli occupati), l’incidenza sul lavoro autonomo (165.000 nel 2007 sono stati i titolari di impresa; 52.000 i soci e 86.000 le altre figure societarie) e di chi acquista casa (120.000 i mutui accesi dagli stranieri). Tutti dati che dimostrano come la popolazione straniera tenda a scegliere l’Italia come Paese di adozione.

Notiamo la differenza macroscopica tra questi Paesi: nel 2005, 19.266 stranieri hanno acquisito la cittadinanza italiana; nello stesso periodo erano 154.827 in Francia, 117.241 in Germania e 48.860 in Spagna. Utile è anche l’analisi delle cittadinanze concesse in Italia negli ultimi anni: un aumento importante (dalle 10.645 nel 2002 alle 35.766 del 2006) ma che non raggiunge mai il livello degli altri grandi Paesi europei di immigrazione.

La proposta di legge poggia su due capisaldi: da un lato mira a fare sì che il minore nato in Italia da un nucleo familiare stabile acquisisca i pari diritti dei coetanei con i quali affronta il percorso di crescita e il ciclo scolastico; in tal modo si evita il crearsi di una «terra di mezzo», dove i bambini nati da genitori non italiani crescano con un senso di estraniazione dal loro contesto, pericoloso per il futuro processo di integrazione e di inserimento sociali del minore.

Questo si ottiene passando dall’attuale principio dello «jus sanguinis» al principio dello «jus soli», temperato e condizionato dalla stabilità del nucleo familiare in Italia o dalla partecipazione del minore a un ciclo scolastico-formativo.

L’altro caposaldo della presente proposta di legge prevede una svolta paradigmatica nella concezione del meccanismo di attribuzione della cittadinanza in Italia, passando da un’ottica «concessoria e quantitativa» a un’ottica «attiva e qualitativa». La cittadinanza deve diventare per lo straniero adulto un processo certo, ricercato e formativo; il punto di arrivo di un percorso di integrazione sociale, civile e culturale e il punto di partenza per il suo continuo approfondimento.

«Fermiamo gli sbarchi!»   
Qualcuno le chiama «carrette del mare», altri, più volgarmente, i «barconi» (ricordate il famoso slogan di Prosperini, assessore della giunta Formigoni: «Ciapa su ‘l camel, la barcheta e te turnet a ca»).

Eppure solo una piccola parte di immigrati arriva in Italia via mare: questa modalità costituisce un canale di ingresso marginale sotto il profilo della dimensione e contribuisce in misura comparativamente modesta e decrescente allo stock di immigrati irregolari presenti in Italia.

Dal 1998 al 2007, gli stranieri sbarcati sulle nostre coste variano da 13.000 a 50.000 a seconda dell’anno. Rispetto ai principali indicatori, i clandestini sbarcati dalle «carrette del mare» non abbiano mai superato il 15% del totale e spesso siano stati inferiori al 10%. La ragione della popolarità di questa immagine risiede nella maggiore visibilità di tale modalità di ingresso regolare.

Pochi entrano eludendo i controlli di frontiera. La maggior parte degli immigrati viene in Italia con visto turistico, attraverso un transito regolare dalle frontiere (in particolare orientali), molti, tra l’altro, sono neocomunitari. È questa, e non quella dei clandestini, la componente più cospicua della presenza straniera irregolare.
Fonte: Ministero dell’Interno, Rapporto criminalità 2007.

«Come fanno ad accettare di lavorare per pochi euro?»     
A Rosarno gli immigrati che lavoravano nella raccolta degli agrumi percepivano 20 euro al giorno, di cui 5 da restituire al caporale. La giornata di lavoro è di quattordici ore. La paga oraria, quindi, di un euro o poco più. In alcuni Paesi del mondo, da cui questi individui provengono, la paga giornaliera, per chi ha un lavoro, è di 2 dollari al giorno. Il cambio fatelo voi. E, almeno in questo caso, datevi anche la risposta.

«Aiutiamoli a casa loro»   
Ecco cosa dice Bill Gates a proposito del protagonismo dell'Italia nei confronti degli aiuti ai Paesi poveri: «Nella comunità internazionale c'è solo un paese che ha ridotto gli aiuti allo sviluppo e questo è l'Italia. Io la chiamo la mia lista della vergogna, ma sono felice che in questa lista fino ad ora ci sia solo un Paese. Se ci fossero dieci paesi, sarebbe grave».

Percentuale aiuti su Pil
Svezia 0.99%
Norvegia 0,98%
Obiettivo Onu 0,7%
Media Paesi occidentali 0,45%
Spagna 0,43%
Svizzera 0,42%
Austria 0,42%
Germania 0,38%
Francia 0,38%
Portogallo 0,25%
Italia 0,21%
Usa 0,19%
Fonte: Gates Foundation.

Il presente prontuario è dedicato alla sciura Maria.   
Da un’idea di Andrea Civati. Hanno collaborato: Giuseppe Civati, Ilda Curti, Ernesto Ruffini, Roberto Tricarico.
Grazie a Alessandro Capriccioli e Francesca Terzoni.

È un’iniziativa de La «banda» larga – www.ibandalarga.it
La presente è la versione 1.1.

I “Mannigos de memoria” sono i “cibi del pensiero” (fantasticherie)

Emigrati Sardi - Mer, 03/02/2010

Antoni Cossu (Santu Lussurgiu 1927-2003) nel 1984 pubblicò, per iniziativa dell’Istituto Superiore Regionale Etnografico di Nuoro, unu romanzu in limba sarda, notevole dal punto di vista formale per l’efficace giustapposizione e alternanza delle diverse parlate sarde.

Gli emigrati sardi dovrebbero conoscere e leggere questo romanzo, che ha per titolo Mannigos de memoria e per sottotitolo Paristoria de una rivoluzione, perché parla di loro. Anzi li fa diventare protagonisti di una rivoluzione che concretizza il sogno estremistico di un gruppo di emigrati che al governo della Regione vogliono sostituire in toto i sardi residenti! Il romanzo è una metafora letteraria - quindi portata all’estremo - di un’esigenza che di tanto in tanto traspare presso le comunità degli emigrati sardi nel mondo.

All’uscita del romanzo Giovanni Mameli ne scrisse sul “Messaggero Sardo” (ottobre 1984) dando una preziosa informazione: “Come ha precisato lo stesso autore, il titolo del libro è un modo di dire di Santu Lussurgiu e di altri paesi sardi e significa ‘fantasticherie’ (letteralmente: ‘cibi del pensiero’). È  stata una precisazione utile perché molti avevano equivocato il significato dei due vocaboli”.

Voglio riprendere questa precisazione semantica autorevole, in quanto proviene dall’autore,  in rapporto all' interessante intervento di Gianni Cilloco (dal titolo «“Mannigos de memoria”, “Granai della memoria”: nella Memoria sussiste la speranza del futuro”»)  sull'iniziativa “Mannigos de memoria in limbas dae su disterru” (interviste in limba)  promossa dalla FASI (Federazione delle Associazioni Sarde in Italia) in collaborazione  con l'Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione Autonoma della Sardegna.

Nel contributo di Cilloco  si opera una poco convincente, alla luce di quanto ho riportato (e di quanto è detto, come vedremo, nel libro di Cossu),  “digressione etimologica”. Scrive infatti Cilloco: «Premesso quanto sopra, si rivela opportuna una digressione etimologica sull'espressione "mannigos de memoria": essa indica, in senso figurato, i cosiddetti mannelli di memoria.

La dizione "Mannigos", infatti, deriva da "mannigiu, manniju, mannigu", ossia il mannello, termine derivante, a sua volta, da mano, ed in particolare alle mani colme di spighe di grano, che stanno in una mano per formare il covone (in sardo indicato prevalentemente con l'espressione "sa manna").

Già M.L.Wagner, nel suo Dizionario Etimologico Sardo - DES (si veda l'edizione Ilisso, Nuoro, 2008, a cura di G.Paulis), a tale proposito indicava un lemma ad hoc, sa Mánika [nuor.; mániga camp. (Villacidro, S.Antioco: máinga; Mògoro: mágia: AIS 1454); log. mániga (Spano), non localizzato, "bica, mucchio di covoni", = MANĬCA nel senso di "una manata". La mániga consiste di cinque mannúgos (→ mánna); cfr. LLS 28].

Il titolo del progetto, quindi, già nel suo nome porta i caratteri strutturali della vita e della fecondità, in quanto la Lingua Sarda costituisce un vero e proprio "cibo dello spirito", un elemento di unione e di conforto, anche per chi è lontano, ieri come gli emigrati, ed oggi come i giovani della Brigata Sassari impegnati nella missione internazionale in Afghanistan».

“Mànnigu” o  “màndhicu” (cfr. il Dizionariu di Mario Puddu ), da “mannigare”, “mandhicare”, non è da confondersi con “mannúciu”, “mannúcru” (mannúgia, mannugru, mannugu, mannuja, mannuju, manucru, manugu: sempre Mario Puddu). Il primo sostantivo significa “cibo”, “vivanda” mentre l'altro significa “manipolo”, “covone” ( “mannello”).

Nella seguente tesi di laurea, reperibile in Internet, «Universidadi de Castedhu, Annu académigu 2005/2006, Facultadi de Lìteras e Lìnguas,  Maistraxu de Segundu Livellu in "Linguìstiga, Filolugia e Literadura de sa Sardìnnia", Professori: Màriu Pudhu, Scienti: Francu De Fabiis, Tesi de acabbu:"Piessinnus me in sa scridura de Antoni Cossu in s’arrumanzu Mannigos de Memoria” » si trova la ragione dell'espressione “Mannigos de memoria”: «Antoni Cossu nascit a Santu Lussurzu in su 1927, fait is scolas superioris in Aristanis e si pigat sa laurea in Lìteras in s’Universidadi Stadali de Milanu, ingudheni, in Cuntinenti, atóbiat e cannoscit a Adrianu Olivetti, industrialli dimugràtigu chi iat donau inghitzu a su Movimento di Comunità, Antoni Cossu abarrat trabballendi cun custu de sighiu po cincu annus a Turinu e a Ivrea. Custu moimentu si fut cuncordau fintzas is Edizioni di Comunità po prentzai giorronnalis e lìbburus.

Antoni Cossu fùrriat in Sardìnnia in su 1959 e cun Dedegu Are e Arbertu Maister incumintzant totu unu trabballu sotziali e curturali in sa cussòrgia issoru e dhu testimóngiat su lìbburu Autonomia e solidarietà nel Montiferro. Intzaras brintat a trabballai cumenti a dirigenti in s’Arregioni Sarda, in su tzentru de sa programatzioni. [...]

A un’ómini de aici, de custu importu mannu meda, acapiau a totu is caras de sa vida sotziali e curturali de sa Sardìnnia, no podiat fai a mancu de pubrigai in lìngua sarda, aici bieus Mannigos de memoria bessiu in su 1984, ma chi tenit arrastus a partiri giai de su 1978 cumenti scrit Antoni Cossu etotu in s’ùrtima pàgini de su matessi arrumanzu
».

«Su rétulu de s’arrumanzu est una manera de nai chi tenint in Santu Lussurzu sa bidha de Antoni Cossu. Issu etotu si dhu spricat in s’ùrtima pàgini de s’arrumanzu, Mannigos de memoria  totunu a "Sustentamentu" de is pentzamentus, is bisionis»
«A sa pàgini 167, s’ùrtima de s’arrumanzu, est cussa innui Antoni Cossu torrat a craru, a chini dhu est ligendu, ita bolit nai Mannigos de memoria  chi donat su rétulu a su lìbburu
».

Dato a  Mannigos il suo vero significato, chiarisco  che la mia puntualizzazione filologica vuole essere  un modo per far convergere di nuovo l’attenzione sullo scritto di Cilloco, che presenta spunti  di notevole interesse.

Capisco infine che la suggestione della parola  “granai” è troppo forte perché uno possa resistere alla tentazione di chiamarla in causa dato che ormai è conosciuto non solo dagli addetti ai lavori l’ormai classico pronunciamento della scrittrice Marguerite Yourcenar: “Fondare biblioteche è un po' come costruire ancora granai pubblici: ammassare riserve contro l'inverno dello spirito che da molti indizi, mio malgrado, vedo venire”.

Con i “cibi del pensiero” o con i “granai della memoria” l’obiettivo da raggiungere non può non essere comunque quello indicato dalla Yourcenar: naturalmente le biblioteche oggi non sono più soltanto  quelle cartacee ma anche  quelle elettroniche. In effetti, come sottolinea Cilloco, “nella memoria sussiste la speranza del futuro”.

Paolo Pulina

(N.b: altri due articoli inerenti il romanzo  "Mannigos de memoria" e il suo autore, ad opera di Francu De Fabiis,  sono consultabili nella vers. precedente di questo stesso sito, tutt'ora online: http://www.emigratisardi.com/old/Mannigos-de-Memoria.html  e http://www.emigratisardi.com/old/Mannigos-de-memoria,202.html -  Red.)

FASI: Solidarietà degli emigrati sardi agli operai in lotta dell'ALCOA

Emigrati Sardi - Mer, 03/02/2010

Milano, 03 febbraio 2010
COMUNICATO STAMPA   

Solidarietà degli emigrati sardi agli operai in lotta dell'ALCOA
Gli emigrati sardi organizzati nell'Italia continentale nei circoli della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI) hanno seguito con  crescente preoccupazione l'evolversi della situazione degli operai dello stabilimento dell'ALCOA  (fabbrica di alluminio) di Portovesme fin da quando alcuni dipendenti nel novembre scorso  sono saliti in cima a un silos (a circa sessanta metri di altezza dal suolo) dello stabilimento nell'area industriale per protestare, a nome di tutte le maestranze, contro la prospettiva di chiusura della fabbrica.

Abbiamo apprezzato le parole di solidarietà espresse dal Papa  (domenica scorsa, all'Angelus)  ai lavoratori dell'Alcoa, che ormai da tre mesi lottano per impedire la fermata della fabbrica, ribadita anche nell'ultimo vertice del 7 gennaio dalla proprietà americana. La chiusura dello stabilimento dell'ALCOA rappresenterebbe un colpo micidiale al  già debole tessuto produttivo del Sulcis-Iglesiente: non a caso al sit-in a Roma hanno partecipato rappresentanti di tutte le fabbriche in crisi del polo industriale di Portovesme: oltre ad Alcoa, Eurallumina, Portovesmesrl, Rockwool e Otefal, ex Ila.

Gli emigrati sardi, esprimono la propria solidarietà ai lavoratori in lotta per il diritto al lavoro. La multinazionale americana deve essere obbligata a sedersi al tavolo delle trattative; non le si può  permettere di pensare che la  salvaguardia dei suoi profitti  dipenda dalla riduzione sul lastrico di alcune migliaia di  persone. Tanto più se si considerano gli ingenti aiuti finanziari ricevuti dal Governo Italiano.

In rapporto agli esiti del  confronto a Roma tra Governo e azienda, gli emigrati sardi dichiarano la propria disponibilità a mobilitarsi a fianco delle giuste rivendicazioni degli operai dell'ALCOA di Portovesme e delle altre fabbriche in lotta nel Sulcis.

Per la FASI

Il responsabile Comunicazione
Paolo Pulina

Presentazione del romanzo “SOLDAMORE”, di Renata Asquer, al Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, Sabato 06 febbraio 2010

Emigrati Sardi - Mar, 02/02/2010

“SOLDAMORE”, di Renata Asquer, al Circolo culturale sardo “Logudoro” di Pavia, SABATO 06 febbraio  2010, con inizio alle ore 16,30,

presso il Salone del Circolo Logudoro
Via Santo Spirito 4/a, 27100 Pavia  

INFO: Circolo culturale sardo “Logudoro”,
Tel. e fax 0382/470209

circolosardopv(at)libero.it
 
Il presente vale invito

PROGRAMMA

SALUTI E INTRODUZIONE
Gesuino Piga, presidente del Circolo “Logudoro”   

RELAZIONI
Angelo Stella, Università di Pavia
Clelia Martignoni, Università  di Pavia  

INTERVENTO
Paolo Pulina, responsabile Comunicazione F.A.S.I.

DIBATTITO

A conclusione, buffet a base di prodotti sardi

Renata Asquer è nata a Varese da una famiglia aristocratica e originaria di Cagliari ed è  salentina d'adozione. Autrice di biografie e romanzi,  in Soldamore fa rivivere mezzo secolo di vita di Cagliari (tra il 1912 e il 1945), in un affresco di storia attraverso una saga familiare. Protagonisti di Soldamore sono don Francesco Sallinguer,  discendente di una famosa casata di origini spagnole e i suoi familiari.

La band sarda dr.drer & crc posse in concerto a Torino al Centro Sociale Askatasuna Venerdì 5 febbraio

Emigrati Sardi - Mar, 02/02/2010

saludi a totus!   
cenabra su 5 sonaus in Torino a su CSOA Askatasuna
www.crcposse.org/public/eus2.JPG
e sàbudu su 6 in Pavia a su CSA Barattolo
www.crcposse.org/public/manifesto%20CRC.png
si tenis amigus in zona, narasiddu
saludi et trigu
dr.drer & crc posse
 
La band sarda dr.drer & crc posse, reduce dalla vittoria al Festival Euroep delle Lingue Minoritarie Liet International, in questo finesettimana si esibirà oltretirreno in due distinti appuntamenti.

Venerdì 5 febbraio saranno presenti a Torino al Centro Sociale Askatasuna alle ore 22, nel Corso Regina Margherita 47, all'interno del programma della Settimana Internazionalista di Solidarietà con il Popolo Basco.
Aprirà la serata lo storico gruppo basco Skatu.
www.csoaskatasuna.org/2010/01/settimana-internazionale-in-solidarieta-con-il-paese-basco%E2%80%8F/
 
Sabato 6 febbraio invece chiuderanno la serata di riapertura del Centro Sociale Barattolo, in Via dei Mille 130a a Pavia.
 
I link ai manifesti delle due iniziative:
www.csabarattolo.org/immagini/iniziative/2010-2-6%20serata%20riapertura%20WEB.jpg
www.crcposse.org/public/manifesto%20CRC.png
 
www.crcposse.org
www.myspace.com/crcposse
www.youtube.com/crcposselive

Sardegna: Statuto e Sovranità: Progetti ed esperienze di autodeterminazione in Europa"

Emigrati Sardi - Lun, 01/02/2010

Riporto il resoconto, l'unico attuamente in circolazione, ad opera di Michela Murgia, del convegno organizzato dalla Fondazione Sardinia, domenica 24 gennaio a Santa Cristina di Paulilatino per discutere di "Sardegna: Statuto e Sovranità: Progetti ed esperienze di autodeterminazione in Europa" a cui hanno preso parte Bustianu Cumpostu di Sardigna Nazione, Gavino Sale di iRS, Carlo Sechi di Sinistra Ecologia e Libertà, Giovanni Colli del PSd'Az., Pietrino Soddu e Renato Soru. (n.d.r)

All'incontro, coordinato da Salvatore Cubeddu della Fondazione, erano presenti Uriel Beltrand, Jordi Mirò e Elizenda Paluzie che hanno raccontato del referendum autopromosso di autodeterminazione in corso in Catalogna e che sta diventando strumento per raggiungere l'indipendenza di quella regione storica.

Incontri indipendentisti del terzo tipo (ma anche del primo e del secondo)
Per quanti seguono o si interessano al dibattito politico sull'autodeterminazione della nazione sarda, riporto questa trascrizione - senza pretesa di letteralità se non per le parti esplicitamente virgolettate - che ho fatto domenica scorsa all'incontro di Santa Cristina - voluto da iRS (che io sostengo) e dalla Fondazione Sardinia - tra gran parte dei partiti e movimenti politici della Sardegna.

Il tema dell'incontro riguardava lo strumento dello statuto e il concetto di sovranità, declinato dai vari intervenuti ciascuno secondo la sua sensibilità politica. L'incontro è stato impreziosito dalla presenza dei rappresentanti del movimento indipendentista catalano, che hanno portato la loro esperienza verso l'autodeterminazione democratica e pacifica, evidenziando soprattutto i limiti dell'autonomia politica e le potenzialità dell'indipendenza.
 
Oltre a questa trascrizione non ci sono altri documenti neutri di questo incontro a mio giudizio importantissimo. In seguito all'incontro è uscita invece una fiorita interpretazione del PD sul sito Sardegna Democratica e un comunicato chiarificatore di iRS.

Introduce l'incontro il professor Salvatore Cubeddu, chiarendo lo scopo dell'incontro e specificando che è promosso dalla Fondazione Sardinia che lui qui rappresenta, e dal movimento politico iRS. Il concetto principale che esprime nell'introduzione è che è importante in questo momento decidere non solo COSA c'è da fare in Sardegna, ma anche CHI deve farlo, chi è il soggetto che detiene la facoltà di agire sul presente e sul futuro dei sardi.

Citando un bellissimo passo di Montesquieu tratto dall'Esprit des lois, evidenzia come sia diventato prioritario approfondire il discorso su chi detenga al momento in Sardegna la possibilità di prendere le decisioni che occorrono. Il sottinteso è che non siano i sardi, o non lo siano nella misura in cui dovrebbero e potrebbero esserlo.

Per i Rossomori interviene Carlo Secchi in sostituzione di Claudia Zuncheddu, malata.
Parte facendo un rapidissimo inquadramento storico del percorso di autodeterminazione della Catalunia, e conseguentemente fa il parallelo con il percorso sardo, che gli appare evidentemente più arretrato. L'esempio che fa è l'incapacità dell'attuale consiglio regionale di negoziare con il governo italiano soluzioni valide per la crisi economica che sta colpendo la Sardegna, con il licenziamento di centinaia di persone dall'industria.

Mettendo a fuoco la questione delle origini, ci tiene a presentarsi come nazionalista sardo di lingua catalana, ma rivendica l'appartenenza di Alghero all'identità sarda (cosa che secondo lui non è sempre capita da tutti). Leggendo lo statuto catalano mette in luce come la prima frase sia quella del riconoscimento della Catalunia come nazione, punto di partenza che per la Sardegna è invece un punto di arrivo.

Considerando questo tema come centrale, afferma che la vera rivoluzione che attende l'isola deve partire dalla questione identitaria, che per lui si declina sui temi di lingua, cultura e scuola.

Pietrino Soddu interviene in rappresentanza del movimento Democrazia Federale, alleato del PD in consiglio regionale.

Viene introdotto da Salvatore Cubeddu con una citazione sua propria, risalente al 1981, dove Soddu puntava già il dito sul fallimento dell'autonomia sarda. Sulla stessa scia Soddu ribadisce - con una affermazione che genera il primo applauso tra i presenti - che nel 1848 i sardi fecero un errore a rinunciare alla propria indipendenza chiedendo al Piemonte di diventare parte dell'unità nazionale italiana.

Nonostante questa affermazione forte, chiarisce che per lui la strada per il recupero di quella posizione di completa autodeterminazione non è l'indipendenza, ma una unità federale all'interno del nascente federalismo italiano per "porsi davanti allo stato italiano in una posizione di autodeterminazione e negoziazione".

La contraddizione tra i due termini non gli appare, il pubblico invece la coglie e mormora vistosamente. "Io sono su queste posizioni perché tutti i tentativi che abbiamo fatto con l'autonomia non hanno dato frutto, e il mio timore è che noi si arrivi ad una Italia federale portati dagli altri", cioè Bossi, Maroni e Calderoli. In conclusione propone di sfidare il consiglio regionale sardo a fare non "la repubblica sarda, ma una dichiarazione politica, impegnativa, storicamente fondata che oggi è nella coscienza dei sardi: questo lutto della rinuncia all'autonomia lo dobbiamo chiudere".


Bustianu Cumpostu parla per Sardigna Natzione.
Si dichiara immediatamente indipendentista e chiarisce la distinzione tra stato, che non siamo, e nazione, che invece siamo e non abbiamo mai smesso di essere, perché la nazionalità è un bene indisponibile di tutti i sardi, che non può essere "ceduta", e che non è stata ceduta nemmeno nel 1847, diversamente da quel che ha detto Soddu.

Per Cumpostu quella occasione è stata un esercizio di tutta la sovranità che i sardi disponevano in quel momento, con la quale hanno deciso una fusione politica, statale, ma non nazionale. Non siamo stati noi (i sardi) a strumentalizzare il concetto di nazione, sono stati loro (ovvero il potere politico italiano che ha confuso i termini di nazione e stato). Con perfetta chiarezza rivendica un medesimo atto di autodeterminazione nel ritrattare quel patto politico, proprio perché la nazionalità non solo non è persa, ma quel patto ne è il segno visibile, per quanto fallimentare.

E' il momento di ritrattare, ed è una prima via. Un'altra via potrebbe essere che sia l'Italia dal canto suo a riconoscere lo stato oggettivo di nazione della Sardegna, presa di coscienza da cui può partire il nostro percorso verso l'indipendenza. La terza ipotesi che può verificarsi, quella definitivamente fallimentare, è che la Sardegna - nell'esercizio pieno della sua sovranità - stabilisca di suo che non ci sono percorsi possibili verso l'indipendenza, e sancisca stabilmente la propria sudditanza.
Conclude auspicando una nuova assemblea costituente e una Carta de Logu per il presente e il futuro.

Salvatore Colli parla in qualità di segretario del Psd'Az, attualmente alleato del PdL in consiglio regionale.
Cubeddu lo introduce citando un documento pubblico del Psd'Az risalente al 1989, in cui ci si proponeva di aprire la fase costituente della nazione sarda, che però non si è mai aperta. Lo sollecita a dire a che punto è la posizione del suo partito su questo. Gli ricorda il simbolico nodo tra il tricolore e i 4 mori fatto in occasione delle ultime elezioni regionali, e gli domanda se questo nodo stia dando frutto, e in che termini.

Colli chiarisce che la proposta di statuto in senso più autonomista si arenò non per colpa del psd'az, ma perchè una volta giunta in parlamento italiano, lì morì. Non dice per colpa di chi, o per quale mancanza di volontà. Rircorda che l'altra strada percorsa, quella più recente, è stata quella della Consulta, che ha generato la proposta di statuto, poi però cassato dall'Italia perché conteneva la parola "sovranità" riferita al popolo sardo.

La proposta del psd'az all'interno della coalizione attuale del consiglio regionale è quella di aprire una assemblea costituente che elabori uno statuto con vincolo di recezione da parte del consiglio regionale stesso, "e vedremo chi voterà a favore e contro questa proposta". Ma, afferma pragmaticamente, "noi ci stiamo muovendo all'interno delle norme date (ndr. dallo stato italiano)", per questo che è importante è che lo statuto non lo riformi il consiglio regionale, perché avrebbe un carattere di norma, ovvero quello di una legge costituzionale italiana.

E' necessario che sia invece una assemblea costituente a formularlo, perchè può essere in via mediata - in quanto misurerà il consenso che il popolo sardo darà ai candidati all'assemblea costituente, e come la vorrà composta - un referendum sull'indipendenza, e per questo i partiti italiani presenti in Sardegna la temono. I contenuti sarebbero di grande valore politico, proprio perchè slegati dalla contingenza elettorale.

Renato Soru parla per il PD.
Dichiara di sentirsi male a questo incontro di indipendentisti, non in quanto tali, giacchè spesso ha raccolto gli inviti di iRS a partecipare a discorsi comuni, e sempre si è sentito di legittimare il sentire indipendentista. Chiarisce invece che il suo disagio è quello che deriva dal vedere il lancio lungo, lunghissimo, del discorso indipendentista sul piano tecnico, politico, che però a suo avviso non può inserirsi fuori da una libertà culturale, da una indipendenza esistenziale di popolo sardo, che però non c'è.

Ricorda che chi ha vinto e governa oggi la Sardegna non ha vinto chiamando a raccolta la libertà dei sardi e il loro senso di appartenenza alla nazione sarda, ma promettendo prebende e favori personali, clientele e contributi. Polemicamente chiede a chi stiamo parlando quando parliamo di indipendentismo. A quali interlocutori? Quelli che hanno venduto il voto per la promessa di un lavoro? Le cose di cui parliamo qui sono frutto di una consapevolezza che tra i sardi manca completamente. Stigmatizza l'operato del psd'az in senso antiautonomista in questo governo regionale, e la cosa genera un momento di tensione con i sardisti presenti in sala.

Conclude dicendo di essere interessato alle cose che può fare oggi, domani mattina, non tra tre anni o tra trent'anni. Ricorda le lotte sul diritto di tassare autonomamente, sulla rimozione delle servitù militari, sulla questione della sovranità nello statuto, lotte concrete possibili oggi anche senza aprire costituenti. Non è possibile proporre l'astrazione politica dell'indipendenza a gente che ha messo in discussione persino questi esercizi minimi di sovranità, e che ha dimostrato di non aver ancora la responsabilità di bastare a sè stessa.
Chiude con "Innanzitutto parliamo di questa responsabilità".

Gavino Sale interviene in qualità di promotore dell'incontro odierno.
Ricorda la presenza degli osservatori di iRS al referendum sull'autodeterminazione della Catalunia, nato per l'intuizione geniale di un sindaco che ha scelto come campione un comune simbolico per iniziare a mostrare che la nazione era matura per un passo di questa portata. Può darsi che in Sardegna ci sia un sentire di questo tipo, ma certo non c'è ancora una maturità diffusa della gente verso l'indipendenza: non c'è bisogno di fare un referendum di questo tipo oggi in Sardegna per sapere che sarebbe sicuramente fallimentare. Però fino a tre anni fa era impossibile persino parlare di cose come queste, e oggi invece siamo qui a discutere insieme di questa possibilità, segno certo di una elevazione di coscienza tra di noi e anche tra la gente.

I tempi ci sono favorevoli, anche in Europa: la Scozia, la Catalonia, il Kosovo, persino i Paesi Baschi che hanno appena rinunciato alla lotta armata per muoversi verso una determinazione democratica, che ha dato ad altri frutti maggiori. Altre nazioni stanno crescendo politicamente e pacificamente verso la propria presa di coscienza. Non saremo pronti per l'indipendenza, ma certo siamo maturi per andarle incontro, sì con decisioni politiche, come dice Soru, ma anche con l'autoaffermazione della nostra identità di nazione, che è necessaria e fondativa sul piano teorico.

La proposta non è una alleanza politica verso gli altri movimenti dichiaramente indipendentisti, i tempi non sono maturi e i percorsi scelti ancora diversi, ma la costituzione di un blocco concettuale sui punti comuni, un blocco concettuale che al momento rappresenta il sentire del 20% del popolo sardo, affinchè cresca la coscienza di tutti. Questo soggetto, questa zona neutra, può condividere pubblicamente già oggi il principio di autodeterminazione nazionale della Sardegna, e costringere gli altri a parlarne, a usare il nostro vocabolario, con parole che fino a ieri erano tabù.

Interviene il primo rappresentante catalano, la signora Elisenda Paluzie, preside della facoltà di Economia e Commercio dell'università di Barcellona.
Ricorda la conquista dell'autonomia catalana nell'80, la lingua catalana come lingua d'uso amministrativo e l'inserimento nel percorso scolastico, le maggiori competenze acquisite sulla sanità e su altre questioni. Sembra una grossa conquista, ma è stato difficile applicarla per il continuo contrasto dello stato centrale, che ha cercato di porre lacci economici e costituzionali continui all'esercizio dell'autonomia, anche riconoscendo strategicamente finte "autonomie" a zone della Spagna che non avevano alcuna storia, cultura o lingua particolare a giustificare lo statuto di nazione.

I catalani hanno vissuto da subito l'insufficienza dell'autonomia e hanno cercato di liberarsene riformando lo statuto in senso più indipendentista, operazione cassata dallo stato spagnolo centrale.

La frase riportata da Carlo Secchi come articolo primo dello statuto catalano purtroppo è rimasto proposta: al momento il nuovo statuto è ancora al vaglio costituzionale, e l'unico riconoscimento per ora è quello della nazionalità culturale dei catalani all'interno della nazionalità politica spagnola, un modo per negare alle nazioni di essere tali. In Spagna essere spagnoli è un diritto e anche un dovere, essere catalani è solo un diritto, che non determina obbligazioni: le leggi della Spagna non riconoscono il diritto all'autodeterminazione della Catalunia, ma questa limitazione paradossalmente ha fatto crescere il sentire indipendentista nella regione.

Il 13 settembre 2009 il gesto simbolico è stato quello di chiedere agli abitanti di un piccolo comune (che ha riconosciuto il diritto di voto anche a tutti i suoi migranti), di pronunciarsi sulla Catalonia indipendente democratica. Il giorno dopo centinaia di comuni in Catalonia hanno fatto lo stesso gesto, ripetendo la stessa iniziativa.

I media nazionali hanno ricevuto l'input di non dare nemmeno la notizia prima del referendum, mentre dopo, specialmente visto il risultato, non hanno potuto farne a meno. L'ultimo comune a pronunciarsi, a causa della sua molto maggiore rilevanza internazionale, sarà Barcellona.

Interviene il catalano Uriel Bertran, rappresentante del Partito Indipendentista della Catalunya.
(L'intervento è stato fatto interamente in castigliano per venire incontro a noi, ma la traduzione è comunque approssimativa).

"Per molti anni la Catalunia ha avuto l'autonomia politica, ma in questo periodo abbiamo misurato bene che limiti ci poneva, e quanto era insufficiente per esprimere tutte le potenzialità del nostro popolo. Ci è servita come inizio, ma non può essere la conclusione per noi." Uriel espone la copia di un quotidiano nazionale del partito socialista che, davanti al risultato di un sondaggio sulla volontà indipendentista dei catalani, nonostante la dissimulazione dei risultati in senso riduttivo, ha dovuto ammettere che c'era, e che cresceva su percentuali sempre maggiori.

E le percentuali erano già maggiori di quelle che loro riportavano! Indica l'ammissione come una vittoria politica molto significativa, la dimostrazione che parlare di indipendenza impone il vocabolario anche a chi non ci crede, e fa crescere la coscienza indipendentista dove non c'era.

Sul piano pratico, cioè sulla convenienza della strada indipendentista, solleva il caso del Montenegro, che in questi non molti anni di indipendenza ha centuplicato il prodotto interno lordo, ha ridotto la disoccupazione e ha moltiplicato la sua economia complessiva. Caramba - esclama - con l'indipendenza! Vuol dire che l'indipendenza conviene a chi la pratica, e non solo esistenzialmente.

Il referendum simbolico che la Catalunia ha vissuto dimostra che la strada per noi è quella di convocare un referendum ufficiale che sancisca la volontà indipendentista della nazione. Al momento il paradosso in Catalunia è che mentre non c'è una maggioranza parlamentare che voglia l'indipendenza, questo moto della società civile li ha messi davanti al fatto che la maggioranza popolare invece la vuole. Non possono più fare finta di niente. Il gesto ha avuto il valore di ribaltare il rapporto democratico in Catalunia, facendo capire ai governanti che se il referendum non lo convocano loro, lo convoca la società civile, la gente, riprendendosi la propria sovranità in modo pacifico e chiaro.


Ornella Demuru interviene come segretario di iRS.
Mattina interessante, al termine della quale la cosa che emerge con maggiore chiarezza è che iRS è una forza assolutamente aperta al dibattito sui temi dell'indipendenza, e che lo è in modo realista, fatto di proposte che rigettano l'inclinazione ad abbattersi che è uno dei filoni serpeggianti anche in alcuni degli interventi che mi hanno preceduto. Proprio perchè la nostra visione è propositiva, rinnoviamo il nostro impegno anche a spronare le altre forze politiche a visioni più chiare, meno contradditorie.

L'autodeterminazione certamente nasce come percorso individuale, ma poi diventa anche percorso collettivo se diamo prospettive chiare a chi ci segue. Se siamo noi quelli confusi, quelli contradditori, continueremo a fare del nostro popolo un popolo confuso e in contraddizione con sè stesso. Per questo non possiamo parlare di "indipendenza in uno stato federale", perché questa frase non vuol dire niente.

Essere chiari su dove vogliamo arrivare è un dovere: se vogliamo l'autodeterminazione, dobbiamo essere anche capaci di dire che la strada è l'indipendenza, imparando la lezione che ci ha dato Uriel: l'indipendenza, anche ai minimi termini, è comunque indipendenza, non altre cose.

Condivido invece quello che ha detto Renato Soru: non svendiamoci, non dobbiamo svenderci. Ma in questo iRS non chiede aiuto a nessuno, perdonate, non è presunzione, è che la costruzione della coscienza nazionale dei sardi è da sempre nel nostro DNA, è dal primo momento del nostro percorso ormai quasi decennale che noi affermiamo che la nazione sarda è diversa da quella italiana, e lo abbiamo affermato con forza. Avere posizioni chiare è un punto di partenza imprescindibile per non creare altre confusioni su dove stiamo andando.

Prende la parola Giacomo Meloni, segretario della Confederazione Sindacale Sarda.
In un intervento molto appassionato ha chiarito subito che sulla questione autonomia è quasi una ovvietà dire adesso che il re è nudo. Ma è una ovvietà talmente necessaria che la CSS, che da anni non aderiva a uno sciopero con gli altri sindacati, il prossimo 5 febbraio scenderà in piazza, e lo farà portando uno striscione con su scritto: AUTODETERMINAZIONE = SVILUPPO.

Al sindacato sardo non interessa investire in una "nuova rinascita" sul modello di quella industriale che tanto fallimentare si è rivelata. Sono arrivati alla conclusione che in Sardegna il lavoro si difende investendo su percorsi produttivi legati al territorio, e sarà utile la pur disperata vicenda dei licenziamenti di Alcoa, se servirà a far capire che la soluzione per lo sviluppo sardo non può essere quella di chiedere agli americani (o chi per loro) di restare ad ogni costo.

Soddu stesso, che chi parla considera uno dei padri dell'autonomia, è arrivato alla conclusione che come strumento l'autonomia ha fallito. Il futuro sono i giovani, e i giovani sono nei movimenti indipendentisti, non nelle vecchie forze politiche. Il testimone della responsabilità del futuro è passato ad altri, e il sindacalista invita i giovani presenti a farsene carico, contro i tentativi di quella che chiama una "nuova annessione", quella della testa.

Salvatore Cubeddu invita i relatori al secondo giro di interventi, spingendo ad essere propositivi nell'ottica di mttere a fuoco gli elementi che sono comuni e tralasciare quelli che sono oggetto di divergenza.

Interviene nuovamente Secchi, per i Rossomori.
In passato abbiamo avuto grandi momenti di convergenza delle forze politiche territoriali, poi abbiamo scelto percorsi diversi e ci siamo divisi, ma ora il tempo di ricongiungerci in un percorso comune sembra arrivato. Tuttavia non dobbiamo dimenticare che la Sardegna non è la Catalunia, noi rappresentiamo un sentire minoritario, proprio le scelte del governo Soru maggiormente mirate ad una maggiore autodeterminazione si sono rivelate minoritarie.

Invece in Catalunia i partiti indipendentisti governano, e fanno patti con le forze politiche nazionali, pur con denominazioni distinte da queste. La strada per l'indipendentismo non può quindi prescindere da percorsi di gradualità, e per questo sostengo la proposta di Pietrino Soddu per porre il consiglio regionale davanti alla scelta di prendere le distanze dall'autonomia come percorso storicamente fallito.
Secondo intervento per Pietrino Soddu

Si dichiara interessato soprattutto alla posizione apparentemente rinunciataria di Renato Soru, e dichiara di volerla recuperare. Riconosce che certamente non c'è una coscienza popolare formata verso l'indipendenza, ma un primo passo per superare le secche di questo vuoto di consapevolezza potrebbere essere quello di riconoscere pubblicamente che l'autonomia ha fatto il suo tempo, cosa su cui - almeno tra i presenti - tutti sono ormai d'accordo.

Ribadisce dunque la sua proposta - già raccolta da Secchi - di sfidare il consiglio regionale a revocare il patto autonomista con lo Stato italiano.

Bustianu Cumpostu per SN
Noi quando parliamo di indipendenza non aspiriamo a diventare uno stato sul modello ottocentesco, questo nemmeno un matto oggi lo perseguirebbe. Ma dobbiamo essere consapevoli che è il nostro interlocutore, quello italiano che ci tiene in scacco, ad essere uno stato ottocentesco. Per questo mi sta a cuore riprendere la posizione di Renato Soru, di cui ho molta stima e a cui ho riservato un angolo del mio cuore, perché secondo me ha parlato senza rendersi conto di chi è lui.

Lui è stato il primo presidente di regione a non venire dalla politica di regime, ma ad essere espressione pura del territorio sardo. E' stato catalizzatore di forze che non avevano radice nei partiti nazionali italiani. Mai un esponente del PD o del PDL avrebbe potuto maturare decisioni sul territorio come quelle che lui ha portato avanti. Renato Soru è un investimento che abbiamo fatto tutti, e deve cominciare a rendersene conto e comportarsi di conseguenza.

Poi certamente noi faremo il nostro percorso verso l'indipendendenza e altri faranno altre scelte, ma che quel percorso sia fattibile, che noi sardi siamo un popolo normale, con le stesse potenzialità degli altri in termini di autodeterminazione, da queste cose è stato già dimostrato.
Mi scuso, quello che ha detto a questo punto il segretario del psd'az l'ho perso perché avevo necessità di uscire un attimo dalla sala alla ricerca di una doppia presa.

Renato Soru per il PD
Quello che dirò prescinde dalla mia vicenda personale, quindi credetemi, non è dettato dall'amarezza di essere stato quello che sono stato e di non esserlo più. Quello che mi premeva dire è che siamo capaci tutti qui dentro di vedere il giogo italiano, ma non di vedere che ben più pesante è il giogo sardo, maggiormente colpevole perché ce lo siamo imposto da soli, e ogni volta che sembra che possiamo liberarcene, ce ne mettiamo addosso uno più pesante, come se proprio ci fosse impossibile avvicinarci alla nostra libertà. Noi le sfide le abbiamo già poste, e sono servite forse non ad ottenedere risultati, ma a rendere argomento di discussione temi che mai erano arrivati sui tavoli di chi doveva prendere le decisioni.

Un anedotto che pochi sanno è che la famosa questione della sovranità cassata dallo statuto non fu una decisione automatica, ma dibatterono molto, perché Bassanini, grande costituzionalista e anche marito della Linda Lanzillotta che allora era ministro per gli affari con le regioni, era uno di quelli che evidenziava come il principio di sovranità oggi - con l'Europa come entità normante sovrastatale, con le autonomie sempre maggiori alle regioni - abbia cambiato soggetto a cui stare in capo, e debba essere ridefinito.

Per questo non è vero che l'Italia è ancora uno stato ottocentesco, la II guerra mondiale ha cambiato molte cose, anche il modo in cui l'Italia si concepisce come stato. Poi è prevalsa l'altra linea, quella di non riconoscercela, anche perché avrebbe costituito un precedente per il fattore Lega che premeva in modo molto meno negoziato del nostro. Andate nelle valli bergamasche a fare lo stesso referendum che ha fatto la Catalunia, e vedrete che i risultati si somiglieranno. I leghisti da quel punto di vista sono i catalani italiani.

(mormorio in sala, che lo costringe a specificare che sa benissimo che la padania non esiste come entità nazionale, a differenza della catalunia)
Fare le proposte, anche provocatorie e anche sapendo che ti saranno cassate, serve a sollevare discussioni su cose su cui altrimenti nessuno si porrebbe il problema. Per questo approvo la proposta di Soddu, purché la mozione sia scritta da una elite intellettuale che la nobiliti come super partes.

Quando sembra avviato a concludere, aggiunge una stoccata polemica al psd'az invocando azione nelle cose piccole. Testuale: "io non ci credo che uno voglia essere indipendentista mentre va a discutere delle cose politiche sarde ad Arcore, anzichè a palazzo Chigi, come fa il servo con il suo barone. Lo dica ai suoi consiglieri in regione, che comincino a chiedere indipendenza in queste cose apparentemente minime, ma simboliche. Per quanto riguarda me, lo dico chiaramente: sono indipendentista e penso che la Sardegna diventerà indipendente per un processo che probabilmente non saremmo noi a governare, lo faranno altri, ma che avverrà."

(applauso, ma lui fa il gesto di interromperlo)
"Non così in fretta. Sono indipendentista nel senso del mio primo intervento, perché io voglio... cioè vorrei una sardegna indipendente, ma mi sento anche italiano, mi riconosco nei valori della resistenza, dell'antifascismo, nelle lettere di gramsci. Sono sardo, ma sono anche italiano, e sono anche europeo."

Gavino Sale e Salvatore Cubeddu chiudono l'incontro auspicandone di ulteriori, e soprattutto che la proposta di Pietrino Soddu possa tradursi in una mozione concreta in consiglio regionale, in modo che gli eventuali rappresentanti in consiglio delle forze politiche presenti possano sostenerla davanti al governo della regione.

Fonte: michelamurgia.altervista.org/content/view/428/2/

I circoli sardi augurano buon lavoro a Roma al prof. Franco Locatelli

Emigrati Sardi - Dom, 31/01/2010

I circoli sardi augurano buon lavoro a Roma al prof.  Franco Locatelli 

I circoli degli emigrati sardi nell’Italia continentale  organizzano  costantemente manifestazioni che servono a creare  sensibilizzazione e solidarietà  sui problemi della talassemia (in Sardegna  c'è un'alta concentrazione di soggetti che soffrono di questa malattia ereditaria del sangue), favorendo  le occasioni pubbliche di confronto  tra i talassemici e gli specialisti scientifici della cura.

In molte circostanze è  stato il prof. Franco Locatelli (ricordiamo che  nel 2004  televisioni e giornali nazionali si occuparono  di lui per aver guarito un bambino talassemico grazie  alle cellule staminali del sangue prelevato dal cordone ombelicale di due fratellini gemelli) l’invitato d’onore  a questi incontri ed egli ha sempre partecipato con cortese disponibilità affrontando  a viso aperto tutte le questioni, anche etiche, sollevate dalle sue “operazioni”. (Cito dal resoconto di una sua relazione ad un convegno organizzato dal circolo sardo di  Magenta pubblicato nel dicembre 2002 dal mensile della Regione Sardegna per gli emigrati, “Il Messaggero Sardo”: “Il prof. Locatelli ha anche parlato del trapianto di cellule di sangue placentare che sta dando risultati straordinari. Ha anche posto il problema di bioetica sulla possibilità che si decida di fare un figlio solo per ‘produrre’ le cellule per salvarne un altro”).

Il prof. Locatelli con la sua presenza  alle manifestazioni  organizzate dai circoli sardi  ha notevolmente favorito  la raccolta di fondi  necessari per finanziare  gli studi  sulla talassemia cui si dedicano diverse associazioni sarde e nazionali (in particolare la Fondazione italiana "Leonardo Giambrone" per la guarigione dalla talassemia, che  promuove  in tutt'Italia, ogni anno,  la  Giornata Nazionale della Ricerca Scientifica sulla Talassemia).

Sono degni di  elogio  quanti  (poeti, scrittori, editori, comuni volontari) si  impegnano con continuità per dare un  aiuto economico alla ricerca scientifica sulla talassemia e un sostegno morale ai talassemici. Merita sicuramente un plauso e un incoraggiamento ( in particolare  da parte dei sardi) il prof. Locatelli per i risultati eccezionali raggiunti in questi anni nella battaglia contro la talassemia, che danno qualche ragione di conforto e di speranza ai talassemici.

Alla luce di tutto questo i  circoli sardi rivolgono al prof. Locatelli (fino a ieri direttore del Reparto di Oncoematologia pediatrica del Policlinico San Matteo di Pavia), nel momento in cui  comincia a Roma, presso l'Ospedale Pediatrico Bambin Gesù,  una nuova esperienza ospedaliera (a Pavia manterrà però l’incarico come docente all’Università), i migliori auguri di buon lavoro.

Paolo Pulina

responsabile Comunicazione della Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI)

Circulu Su Nuraghe de Biella | Unu fogaroni nasciri de sa pampixedda de unu alluminu

Emigrati Sardi - Ven, 29/01/2010

Atobiu in su Circulu Su Nuraghe de Biella "Mannigos de Memoria" - Su bintisesi de Gennarxu de su duamilla e dexi - fueddus in sardu campidanese-sulcitanu "maurreddinu" - s'importanzia chi podeus tenni nosu disterraus cun is Circulus chi funti is laboratorius po fai sa Limba sarda sempri prus bella.

Resoconto dell'incontro (martedì 26 gennaio 2010) “Mannigos de Memoria" - Granai della Memoria” - “Veglie” postmoderne - conversazioni in Limba coordinate da Piero Pinna per raccontare, ricordare e tramandare attraverso l’oralità - narrazioni nelle varianti locali della Lingua antica dei Sardi.

Pigara su fueddu Pieru Pinna nendi ai sozius arreunius: labai ca custu atobiu pori parri mera pretenziosu, imbecis deu seu cunvintu ca unu grandu fogaroni puru, nasciri de sa pampixedda de unu alluminu e poi, acciungendi arrogheddus de linna, bessiri mannu.
Nosu puru arregordendi arrogus de sa vira nostra a partiri de candu fustus piticus e contendi is istorias nostras, in sardu, portaus de certu unu cuntributu po una mezoria de sa limba nostra.

Deu penzu ca sa cosa non depiri essi lassara a is proffessoronis universitarius poita ca su populu, in fatus de vira bera, tenniri de prus de contai; arregordus, bellus o leggius chi siant, funti is nostrus e si donant s'ocasioni po fueddai in limba, po donai a sa limba sarda e a is istorias sa manera de no essi screscias mai.

Su chi funti cumprendendi pagu in Sardigna est s'importanzia chi podeus tenni nosu disterraus cun is circulus chi funti is laboratorius po fai sa limba sempri prus bella, cumprendia e chistionara de totus i sardus. In cali citari o bidda de Sardigna suzzediri cussu chi nosu fareus dogna dì: unu grupu de prassonis chi s'agatant a pari, logudoresus, campidanesus, tatharesus, ogliastrinus, maurreddinus o cabesusesus e dogniunu chistionara su sardu de su logu su e totus ascurtant e imparant a si cumprendi totus a pari.

Custu depiri essi su mori chi depiri pigai sa limba po essiri fueddara sempri de prusu e cumprendia totu. Nosu seus ditzidius de si ponni de inpinniu a acciungi calincunu arrogu de linna a-i custu fogu.
Zelinu Puxeddu contara de candu furiara piciocheddu pitiu e andara a cassai pillonis de taculas. Intzandus po tastai su saboi de sa petza tocara a s'ingeniai. Is cabesusesus custa cosa no dda connoscinti beni poita est una usantzia prus campidanesa e sulcitana chi no di atrus logus.

Spiegara chi oindì, e giai de annus meras, custa cassa est proibida, e cali funta is maneras de cassai trullus e meurras: si pararànta, in monti, lacius, asuta de is matas de olioni e de murta opuru si cassanta cun is arrecias. Poi spiègara comenti si coxinànta: si spinniànta is pillonis e si ponenta a buddiri in sa pingiada senza de ddu su smazzai, candu furianta cotus si ndi bogànta de s'acua, s'imbuscinànta de sai e si acarrasciànta de folla 'e murta. Si papànta frirus apustis chi ianta pigau beni su fragu de sa folla 'e murta.

Battista Saju, su Presidenti de su Circulu, arregordara ca candu fu pipieddu fura ammainau de-i cussus chi passanta a bendi ainas e cocomancinas po domu: frochitas, culleras e turras de linna, cirius e seracius e palias de forru. Candu arribànta ddus ponera in fatu e fera su giru de sa bidda cun is bendidoris.

Mariu Falche ari arregordau s'areu suu, famillia de massaius, nomenendi is nominis de is ainas chi si manixanta e adi chistionau de sa treua de su trigu e de su lori: fa e cixiri, in is argiolas, cun i bois e is cuaddus.

Fu presenti Brai Picciau, su bibliotecariu de su Circulu chi, comenti totus is anzianus, fainti pigai prusu interessu a ascurtai is atrus, pighendi fueddu sempri in totus is arrejonus, cun cumpetenzia, fendi currazionis, acciungendi stiddius de su sciri, chi anti arrichiu totus is contus e fendi fai bella presentara a totus.
De parti nostra ddi naraus: Brai, Deus ti ddu paghiri.
Pieru Pinna

In sa fotografia: Franziscu Mura, “johos de Olìena”, su cadditteddu de ferula.

Alcoa, riaperto l'aeroporto Cagliari dopo gli scontri | intanto, in Italia, il numero dei senza lavoro raggiunge il record degli ultimi sei anni

Emigrati Sardi - Ven, 29/01/2010

CAGLIARI  
 I 400 lavoratori dell'Alcoa che questa mattina avevano bloccato l'aeroporto di Cagliari Elmas per protestare contro la decisione dell'azienda Usa produttrice di alluminio di chiudere l'impianto di Portovesme, in Sardegna, hanno abbandonato lo scalo, che è stato quindi riaperto.

Lo riferiscono testimoni e fonti aeroportuali, aggiungendo che la situazione è tornata alla calma, sebbene i voli in arrivo e in partenza da Cagliari subiranno inevitabili ritardi.

Durante la protesta di questa mattina, si sono verificati scontri tra la polizia e i dimostranti, che hanno sfondato il cordone di agenti in assetto antisommossa e sono giunti sino alla pista di atterraggio. Gli aerei in arrivo a Cagliari erano stati dirottati verso Olbia ed Alghero.

Alcoa ha annunciato ieri che intende chiudere i suoi due impianti in Italia, oltre a quello sardo anche quello di Fusina in provincia di Venezia, entro il 6 febbraio per almeno sei mesi, in attesa che l'Ue dia il via libera agli sconti sull'energia concessi dal governo.

In Sardegna sono a rischio circa duemila posti di lavoro, in un'area già fortemente depressa come l'Iglesiente.

Toccherà ora al Consiglio dei ministri doversi pronunciare il 5 febbraio prossimo. "Troppo tardi", per i sindacati, visto che scadono il 4 le procedure per la cassa integrazione, già avviate da Alcoa.
Fonte: (Reuters)
nella foto: Klaus Kleinfeld, amministratore delegato di Alcoa, foto d'archivio.

MILANO/ROMA
Supera le aspettative degli uffici studi per portarsi al record degli ultimi sei anni il numero dei senza lavoro nel mese di dicembre.<qtlend></qtlend>

Le statistiche destagionalizzate a cura di Istat mostrano un tasso di disoccupazione pari a 8,5%, due decimi oltre novembre e uno oltre il consensus raccolto da Reuters, livello secondo Istat più elevato "da almeno gennaio 2004".

Parallelamente alla pubblicazione del dato nazionale Istat, da Bruxelles Eurostat diffondeva l'aggregato per i sedici paesi della zona euro sempre a dicembre: un tasso di 10% dal 9,9% di novembre, di un decimo inferiore alle attese ma record da agosto 1998.

Pubblicati sempre questa mattina, i dati Ine fotografano per la Spagna un tasso di 18,8% negli ultimi tre mesi dell'anno dopo il 17,9% del periodo luglio-settembre.

Tornando alle cifre Istat, emerge intanto che tra i giovani nella fascia 15-24 anni il tasso balza a 26,2%, mentre tra le donne torna a 10% per la prima volta da novembre 2005. I dati disaggregati si inseriscono nel dibattito interno alla maggioranza di governo sulla riforma fiscale che vede l'introduzione del quoziente familiare, secondo recenti dichiarazioni del premier Berlusconi, come prima direzione da affrontare "appena la situazione lo renderà possibile".

Né i numeri italiani né quelli europei dipingono comunque a parere degli analisti uno scenario inedito o imprevisto.

"Il tasso italiano rimane più basso di quello della zona euro, per quanto i dati siano da considerare lievemente distorti al ribasso in quanto non tengono conto della rete di salvataggio della cassa integrazione" commenta Giada Giani di Citi.

Per Laura Cavallaro di Aletti Gestielle il risultato di dicembre è "il massimo dal primo 2003" ma va considerato di fatto in linea alle attese, il proseguimento di una leggera tendenza rialzista che porterà a una stabilizzazione intorno a fine anno.

Trattandosi di un indicatore ritardato rispetto alla dinamica della crescita economica, concordano gli analisti, il tasso di disoccupazione dovrebbe continuare quest'anno ad aumentare a dispetto di un'economia in espansione.

L'aggiornamento del programma di stabilità 2010 approvato soltanto ieri dal consiglio dei ministri proietta infatti per quest'anno una crescita di 1,1% dopo il -4,8% del 2009 accompagnata però da un tasso di disoccupazione in netto rialzo a 8,4% dal 7,7% dello scorso anno.

Tornando brevemente al singolo dato del mese scorso, non manca tra gli economisti una sfumatura di marcato ottimismo.

"La dinamica occupazionale su base mensile è stata in realtà positiva, con un netto incremento netto delle persone con un lavoro" spiega Marco Valli di UniCredit.

"Contestualmente, grazie alla percezione di un miglioramento dell'economia, è tornato sul mercato un consistente numero di persone che potremmo definire scoraggiate, cioè che fino al mese scorso non cercavano lavoro e quindi non venivano contabilizzate nelle statistiche" .
Fonte: Reuters

A Cesano Boscone grande successo del convegno su “Berlinguer e la 'questione morale'” organizzato dal Circolo dei sardi “Domo Nostra”

Emigrati Sardi - Gio, 28/01/2010

Nel pomeriggio di domenica 17 gennaio, presso il Teatro “L. Piana”, a Cesano Boscone, il locale Circolo dei sardi “Domo Nostra”, in collaborazione con la Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro e con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), con il patrocinio del Comune, ha organizzato un riuscito convegno (120 partecipanti)  su “Enrico Berlinguer e la 'questione morale' ”, dedicato alla memoria del grande politico di origini sarde (Sassari, 1922) a 25 anni dalla morte (Padova, 1984).

Ha aperto i lavori Marinella  Panceri, presidente del Circolo, che ha illustrato le motivazioni dell'incontro citando un concetto espresso da Berlinguer nel  1980: “La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del Paese e la tenuta del regime democratico”. Questa – ha detto la Panceri –  è  solo una delle  tante riflessioni che testimoniano la  lungimiranza e l’attualità del pensiero di Berlinguer. Non a caso, nel venticinquesimo anniversario della morte,  Gianfranco Fini, presidente della Camera dei Deputati, così ha voluto ricordarlo: “Capì il rischio di una degenerazione del sistema politico e ponendo la questione morale pose in realtà il problema della democrazia e delle sue basi di consenso e di legittimazione che si sgretolano se viene meno il nesso tra etica e politica”.

La presidente ha dato quindi lettura di un messaggio di saluto trasmesso da Sveva Dalmasso, consigliere (di origini sarde) della Regione Lombardia.  Il sindaco di Cesano, Vincenzo D'Avanzo, non ha mancato di elogiare l'attivismo culturale del circolo dei sardi di Cesano, confermato dall'iniziativa di presentare la figura di Berlinguer come “grande sardo” ma anche come indimenticabile protagonista della vita politica italiana nel periodo fine anni Sessanta-inizi anni Ottanta.

Sono seguite quindi  le due  relazioni, la prima di Paolo Soddu (docente di Storia contemporanea nell'Università di Pavia; autore di una ricerca  su “La democrazia compiuta: la proposta di Enrico Berlinguer”, del 2004), l'altra di Salvatore Patatu (poeta e scrittore in sardo, “guardia del corpo”  di Berlinguer in due estati sarde).

Soddu ha dichiarato di aver voluto  inserire la cultura politica di Berlinguer  nel quadro del Novecento italiano in una dimensione di lungo periodo. In Berlinguer, così come per altri giovani provenienti da famiglie appartenenti all'area liberale e democratica, il rapporto con la tradizione famigliare è fondamentale. Berlinguer non può essere comprensibile senza il retroterra risorgimentale, laico e democratico della famiglia. Il fascismo, con il suo duro aspetto anche di classe, rappresenta la soluzione di continuità che avvicina questi giovani democratici al Pci.

Per Soddu la specificità della segreteria di Berlinguer consiste nel tentativo di innovare profondamente la cultura politica del Pci, inserendola però in una prospettiva evolutiva della cultura del Pci. Sul piano internazionale, egli ha una visione molto chiara che conduce dal rifiuto opposto come vicesegretario, nel 1969, al tentativo dei sovietici di riaffermare, per il tramite della scomunica cinese, il primato del modello sovietico, all'affermazione nel 1981 dell'esaurimento della spinta propulsiva della rivoluzione d'ottobre. Passando, nel 1976, attraverso la fondamentale affermazione sulla Nato.

Sul piano interno abbandona il linguaggio togliattiano dell'incontro con i cattolici e passa più politicamente alla proposizione del reciproco riconoscimento con la Democrazia cristiana e le altre forze politiche democratiche.

Secondo Soddu il  problema storico della democrazia italiana è per Berlinguer il superamento della frattura tra area della legittimità e area della rappresentanza per passare a un sistema politico capace di evolvere. È stato questo il suo assillo, con il compromesso storico, con l'alternativa democratica e anche con la celebre intervista sulla questione morale, che poneva in luce il rischio di morte per fallimento del sistema politico costruito dopo il fascismo. Sistema politico che era sorto dal dolore e dalle sofferenze di un paese sconfitto nella guerra e che si era in parte rigenerato con la Resistenza.

Ad avviso di Soddu,  Berlinguer comprende le difficoltà strutturali della democrazia italiana e su queste lavora, per la sua parte, trovando un'intesa con  Aldo Moro e con Ugo La Malfa, cioè con l'esponente di punta del partito di maggioranza relativa e con l'uomo politico più significativo della cultura politica democratica proveniente dal Partito d'azione. In ciò vanno trovate le ragioni del conflitto con Bettino Craxi.

Per Soddu il loro non è un contrasto tra un conservatore e un modernizzatore, come oggi si sostiene, ma tra un dirigente politico che nutre preoccupazioni sistemiche e un leader ossessionato esclusivamente dalla crescita del suo partito, divenuto l'obiettivo fondamentale. Certo, l'acuirsi del contrasto tra comunisti e socialisti rivela tutta la  debolezza della sinistra italiana, incapace di dare il segno allo sviluppo del paese. Berlinguer è stato un riformatore autentico che si è mosso all'interno di un disegno strategico. È morto nel 1984.

Secondo Soddu, le successive non scelte del Pci, che si lasciò sorprendere dalla caduta del muro di Berlino, non possono certo essere ascritte all'uomo che aveva avvertito per tempo sull'esaurimento del modello sovietico e, anziché trovare rifugio in una socialdemocrazia in declino, aveva saputo anticipare i nuovi dilemmi dell'umanità.

Salvatore Patatu è stato a stretto contatto con Enrico Berlinguer a Stintino durante le vacanze estive dell'agosto del 1972 e del 1973. Su questa frequentazione ha scritto nel volume di Nino Manca “Sassari 1944: i moti  del pane” (1993), da lui curato (il libro ricostruisce le lotte  di popolo che videro protagonista nella città natale il  futuro segretario nazionale del Pci).

Attraverso numerosi e gustosi aneddoti Patatu ha presentato di  Berlinguer un profilo inedito, non reperibile  nella storiografia ufficiale. Ha messo in rilievo i sentimenti intimamente umani dell’uomo Berlinguer, con le sue paure e le sue ansie,  i timori e le preoccupazioni, come quelle che lo assillavano prima di affrontare un comizio, che preparava con ossessiva precisione, soprattutto in relazione alla scelta delle parole e degli aggettivi; il suo affetto e la grande stima per il padre Mario, la sua particolarissima vena ironico-satirica, la passione per la vela e per il calcio, l’amore per la Sardegna e per Sassari e Stintino in particolare . . . Patatu ha concluso il suo intervento, riportando un simpatico dialogo, avvenuto tra Enrico e il presidente  Sandro Pertini, in occasione della sua visita a Sassari nel giugno del 1981, quando la Federazione del PCI regalò al presidente una “lepa pattadesa” (famoso coltello a serramanico, vanto degli artigiani di Pattada).

Un qualificato dibattito ( sono intervenuti:  Michele Tango, per l'Italia dei Valori; Giuseppe Gallo, coordinatore del Pd; Ferruccio Fabbri, presidente dell'Arci e responsabile di zona dell'Anpi) ha concluso  l'importante evento di rievocazione storico-politica e umana organizzato dal Circolo sardo di Cesano Boscone.
Paolo Pulina

Nurachi | “Sa Gara – 5° Cuncursu de sa gara poetica pro diletantes”

Emigrati Sardi - Mer, 27/01/2010

Prende il via il 21 febbraio 2010 a Nurachi la quinta edizione de "Sa Gara - Cuncursu de sa gara poetica pro diletantes". 
 
Organizzato dal Comune e dalla Pro Loco di Nurachi con il patrocinio della Provincia di Oristano e della Fondazione Banco di Sardegna e con il supporto del MIIT – Montiferru Institute of Informatics and Tecnology, il concorso è rivolto ai cantadores dilettanti, preferibilmente giovani, per favorire la pratica della gara poetica logudorese, l’incontro degli appassionati, l’abitudine al confronto davanti al pubblico, la scoperta e la crescita di nuovi talenti.
 
Nel contempo mira a recuperare, conservare e promuovere i contenuti tradizionali delle gare sul palco ripristinando la “gara a premio” e reinserendo nella struttura della gara sa moda che era stata abbandonata dai poeti professionisti negli ultimi anni settanta del secolo scorso.
 
La formula adottata è quella di un concorso ad eliminatoria che si svolge nell’arco di più serate. Alle giornate di gara viene abbinata una serata  con l’esibizione di cantadores professionisti ed una conferenza che riprende il tema de sa moda.
 
Lo svolgimento di ogni serata ricalca l’andamento di una gara poetica completa, con esordiu, tema, duinas e battorinas, moda. Trattandosi di concorso per dilettanti slegato da festività religiose particolari sono state apportate alcune modifiche formali allo svolgimento tradizionale della gara: l’esordio ha una durata limitata, come lo svolgimento del tema, mentre l’argomento de sa moda è prestabilito annualmente nel bando. Quest'anno il tema de sa moda è "su disterru".
 
Sono previsti rimborsi spese per tutti i partecipanti e premi in denaro per i primi tre classificati. Un premio è riservato al miglior poeta giovane e uno alla miglior moda, proprio per sottolineare le principali finalità del concorso: la promozione dei giovani ed il recupero della forma tradizionale della gara poetica.
 
La manifestazione prevede una serata inaugurale, il 21 febbraio, alle ore 18.00, con i poeti professionisti Giovanni Antonio Carta e Giuseppe Porcu.

Il concorso con i poeti dilettanti si terrà nei giorni 28 febbraio, 7, 14 marzo (eliminatorie) e 28 marzo (finale), sempre alle ore 18.00.

Il 24 marzo è dedicato ad una conferenza sul tema de “su disterru”, alla quale parteciperanno esperti ed emigrati, ed alla presentazione del volume “Modas de Sa Gara”, che raccoglie le modas cantate nelle prime quattro edizioni del concorso (ore 17.00).

Tutte le serate si svolgeranno nel Centro Sociale Polivalente di Nurachi in via Santa Lucia.

“Mannigos de Memoria”, “Granai della memoria” | Nella Memoria sussiste la Speranza del futuro

Emigrati Sardi - Lun, 25/01/2010

“Fare Memoria” per “far Vivere” - Mannigos de memoria, “Granai della memoria” - nuovo ciclo di incontri al Circolo Su Nuraghe di Biella - conversazioni in Limba per raccontare, ricordare e tramandare attraverso l’oralità - L’on. Lucia Baire dalla Sardegna al “seminario” di studi della FASI

Martedì 26 gennaio riprende Mannigos de memoria, “Granai della memoria un progetto di Su Nuraghe iniziato nel 1992, coordinato da Piero Pinna, con appuntamenti mensili.

“Fare Memoria” per “far Vivere”. Rianimare immagini e ricordi attraverso la parola dei “neo Biellesi”, i Sardi “appaesati” ai piedi delle Alpi. La memoria è il ricordo che si anima nel momento in cui viene raccontato,  diventando voce e immagine; una sorta di veglia postmoderna per superare la barriera spazio-tempo alla scoperta-riscoperta delle identità.

La storia dei Sardi a Biella è, ad un tempo, storia biellese e storia sarda. Sono molti i documenti conservati e custoditi nelle case biellesi che ci parlano di questi raopporti e legami. Le immagini e i filmati raccolti da Su Nuraghe, il primo dei quali risale al giugno 1992 riguarda aspetti della “storia minore della città”: l’intervista a Giuseppe Mighela, proprietario dell’omonimo bar, inaugurato nel lontano 1901, dallo zio Salvatore nella centralissima (attuale) via Italia.

In una didascalia “corposa” apposta sotto l’immagine dell’insegna del “Bar Mighela di Biella”, il giornale “Eco di Biella” (dicembre 1967), scriveva che “anche un’insegna acquista il valore di un documento”. L’insegna (immagine allegata), “fu innalzata da Salvatore Mighela nel 1904 sopra l’ingresso del suo bar allorché per la prima volta a Biella venne fatta funzionare la macchina per il caffè espresso. Il “Mighela” esisteva dal 1901”. Continua il bisettimanale: “Come abbiamo pubblicato giovedì 28 novembre, raccontando della storia di un bar che ebbe momenti di autentico splendore, il “Mighela” ha chiuso i battenti dopo 67 anni di brillante attività. Il bar fu aperto a Biella da Salvatore Mighela e ne continuò poi la gestione il nipote severino”.

Il Bar Mighela è stato luogo di approdo, incontri e di “smistamento” dei Sardi che prima e dopo le due grandi guerre emigravano a Biella.
Battista Saiu

Immagine:
insegna del 1904 del Bar Mighela a Biella;

Padova, 24 gennaio - “Mannigos de Memoria”, “Granai della memoria” progetto di interviste in Limba presentato dalla FASI - L’on. Lucia Baire, Assessore Regionale alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport, il dott. Tonino Mulas, Presidente della FASI (Federazione Associazioni Sarde in Italia) e il dott. Simone Pisanu, responsabile del progetto

Memoria dell’Identità   
di Gianni Cilloco

“Mannigos de memoria in limbas dae su disterru” è il titolo del progetto di interviste in Limba presentato dalla FASI al termine del 2008, iniziativa volta a promuovere e studiare la conservazione della Lingua sarda nel mondo dell'emigrazione, nonché a raccogliere la documentazione e le testimonianze di storie di vita dei numerosi sardi che hanno lasciato nel corso degli anni l’Isola per tentare la fortuna e col fine di garantire ai propri figli un futuro che difficilmente sarebbe stato possibile nei luoghi di nascita.

Proposta culturale che, ancora una volta, conferma la presenza del duplice filo conduttore costante nelle programmazioni e nei dibattiti intellettuali di questi tempi, costituito dal tema delle “Radici” e, più in generale, della “Memoria”, da una parte e, dalla questione dell’ ”Emigrazione”, dall’altra, come anche recentemente testimoniato dall’inaugurazione, nell’Ottobre 2009, del Museo Nazionale dell’Immigrazione Italiana a Roma, presso il complesso del Vittoriano, simbolo per eccellenza dell’Unità Nazionale.

Come già evidenziato in occasione del Convegno Internazionale Etno-Antropologico dal titolo “Reti di Memoria - Esperienze, archivi, patrimoni”, tenutosi a Rocca Grimalda (AL) il 19 ed il 20 Settembre scorsi, due sono gli atteggiamenti consueti in questo vastissimo e problematico campo, nel quale il tema dell’Identità Linguistica si inserisce a pieno titolo. Spesso la Cultura di origine viene presentata al pubblico in modo cristallizzato, rappresentazione di un tempo ormai passato e non più rispondente al presente, immutato ed immobile come in una vecchia fotografia istantanea; tale atteggiamento palesa, così, una sottesa coscienza nella quale il mondo dell’identità si rivela essere estraneo all’attuale vita quotidiana, in quanto sussiste una frattura profonda tra quello che è stato il passato e quanto è il presente, invece, ed il fatto di porre un fatto od un oggetto in una dimensione da museo significa considerarlo come “non vivente” ma proprio solo del passato, da custodire proprio perché in quanto prossimo alla scomparsa (Cfr. M.Aime, Eccessi di culture, Ed.Einauidi, Torino, 2004, pp. 32 e ss.).

Altre volte, invece, il presente non trova una cesura rispetto al passato, ma al contrario ne è una evoluzione in cui la Tradizione ed i suoi caratteri contraddistintivi hanno continuato a vivere ed a trasformarsi: in tali circostanze gli studiosi sono soliti parlare di “Reti di Memoria”. A tale proposito si segnala come M. Bloch, nella sua Apologia della storia o Mestiere di storico, (si veda l’Ed.Einaudi – Collana Piccola Biblioteca, Torino, 2009, pp. 36 - 55), abbia enunciato, oltre mezzo secolo addietro, come qualità sovrana dello studioso degli eventi umani sia l’afferrare quanto è “vivente e vissuto”, attraverso l’importanza delle testimonianze, della Memoria, da raccogliere e trasmettere. Anche alla luce di tutto ciò, quindi, come più studiosi delle varie discipline ribadiscono, e come a Padova è stato ripetuto a più riprese, attuale e vitale è più che mai è il discorso sulla Memoria

Anche il tema della Lingua dei Padri ha a che fare con la storia e, quindi, con la vita. In essa si rispecchiano tutte le problematiche connesse al flusso del tempo e si evidenzia il bisogno di identità, il quale pare delinearsi tanto più profondo col passare degli anni e delle generazioni, quando oltre alla distanza territoriale dalle Comunità di origine, si aggiunge il flusso del tempo e lo stratificarsi delle esperienze personali dei soggetti coinvolti, fatti che comportano una vera e propria trasformazione degli stessi e delle loro parlate, in quanto colmi di un esigenza esistenziale di narrare e tramandare. Col tempo i vernacoli tendono a non essere più completamente aderenti alla matrice originaria, ma altre in quanto terze sia rispetto alla Comunità di origine sia in relazione a quanto trovato e vissuto nel sito di arrivo e di vita attuale.

In tale quadro si riscontrano due possibili modi di essere diversi: da una parte l’evoluzione nell’integrazione, dall’altra la conservazione nell’appartenenza impermeabilizzata  verso l’esterno, sostanziale chiusura, quasi ostinata, con effetti di cristallizzazione temporale e di auto - “ghettizzazione” nei confronti delle Comunità e dei territori che hanno dato e garantiscono tuttora ospitalità. L’ostilità o l’atteggiamento di impermeabilizzazione può, a sua volta, essere più o meno parziale o completa a seconda dei casi, come constatabile emblematicamente presso le Comunità Catalana di Alghero o quella dei Tabarchini di Calasetta: ivi gli idiomi locali utilizzati conservano un lessico riconducibile a quello delle terre di origine del tempo della partenza e, a loro volta, contemporaneamente, nuove e terze rispetto a quelle attuali riscontrabili rispettivamente in Catalogna ed in Liguria, ove, col passare del tempo, si è assistito ad una trasformazione della lingua evidenziata dal riscontro e dal confronto di diversità nelle parlate odierne.

Queste considerazioni, quindi, evidenziano come sa Limba (articolata in cadenze, modi di dire e varianti lessicali differenti, utilizzati in paesi e luoghi anche a breve distanza gli uni dagli altri all'interno dello stesso territorio, sostanziali veri e propri sinonimi riconducenti a medesimi significati e concetti, come ricorda la Prefazione a M.L.Wagner, a cura di G.Paulis, La Lingua Sarda: storia, spirito e forma, Ed.Ilisso, Nuoro, 1997), sebbene minacciata oggi dal rischio sempre prossimo dell’oblio e del disuso, sia una Lingua che, comunque, continua a mantenere in sé i germi della vitalità ed, in quanto tale, le potenzialità dell’evoluzione, fatto che permette a chi la parla di rintracciare un senso delle origini e del proprio essere, della personale identità. L’idioma si rivela essere un connotato da conoscere per garantirne la salvezza, la vita, perché essa non si tramuti in una cosiddetta “parlata morta”, intento che anima la stessa ratio di tutela delle cosiddette Minoranze Linguistico-culturali, riconosciute nell'ordinamento giuridico nazionale dall'Articolo 6 della Costituzione e dalla Legge 15 dicembre 1999, n. 482, nonché dalla Legge Regione Sardegna 15 ottobre 1997, n. 26 e, da ultimo, dalla Legge Regione Piemonte 7 aprile 2009, n. 12, relativa alla "Promozione delle tradizioni culturali delle minoranze linguistiche storiche non autoctone presenti sul territorio regionale".

Premesso quanto sopra, si rivela opportuna una digressione etimologica sull’espressione “mannigos de memoria”: essa indica, in senso figurato, i cosiddetti mannelli di memoria. La dizione "Mannigos", infatti, deriva da “mannigiu, manniju, mannigu”, ossia il mannello, termine derivante, a sua volta, da mano, ed in particolare alle mani colme di spighe di grano, che stanno in una mano per formare il covone (in sardo indicato prevalentemente con l’espressione “sa manna”).

Già M.L.Wagner, nel suo Dizionario Etimologico Sardo – DES (si veda l’edizione Ilisso, Nuoro, 2008, a cura di G.Paulis), a tale proposito indicava un lemma ad hoc, sa Mánika [nuor.; mániga camp. (Villacidro, S.Antioco: máinga; Mògoro: mágia: AIS 1454); log. mániga (Spano), non localizzato, “bica, mucchio di covoni”, = MANĬCA nel senso di “una manata”. La mániga consiste di cinque mannúgos (→ mánna); cfr. LLS 28]. Il titolo del progetto, quindi, già nel suo nome porta i caratteri strutturali della vita e della fecondità, in quanto la Lingua Sarda costituisce un vero e proprio “cibo dello spirito”, un elemento di unione e di conforto, anche per chi è lontano, ieri come gli emigrati, ed oggi come i giovani della Brigata Sassari impegnati nella missione internazionale in Afghanistan.

Concetti e sensibilità sottolineate nel corso dell’incontro patavino dall’on. Lucia Baire, Assessore Regionale alla Pubblica Istruzione, Beni Culturali, Informazione, Spettacolo e Sport per la Sardegna. Ed i mannelli di memoria saranno capaci di garantire ulteriore frutto e prodotti nel futuro se del risultato consuntivo finale di tutte queste attività di ricerca, conservazione e recupero, sarà fatto buon uso in tutte le loro insite potenzialità, in primis sotto il profilo didattico.

Il lettore potrà chiedersi quali e quanti siano i “Granai della Memoria”. Effettivamente, nella ricerca di tali “siti produttivi”, ci si può imbattere in diverse tipologie di “raccolte” informative. Tra queste emergono in prima battuta quelle tradizionali, costituite prevalentemente dalle biblioteche cartacee. Ricercando e leggendo tra tali fonti è possibile constatare come già in passato fossero presenti nei nostri predecessori la necessità ed il desiderio mantenere un legame con le origini, di studiare e di approfondire “sa Limba”.

Nel primo ‘900, ad esempio, l’emigrato Antonio Gramsci, nella sua corrispondenza epistolare da Torino, chiedeva informazioni e chiarimenti alla sorella Teresina circa il significato e l’esistenza di parole ed espressioni in Sardo in relazione al frequentato corso universitario di glottologia del professor Matteo Batoli, atteggiamento che continuò a perpetuare anche in seguito come evincibile da diversi dei suoi scritti politici (Cfr. A.Gramsci, a cura di G.Melis, Scritti sulla Sardegna, Ed.Ilisso, Nuoro, 2008). E.E.Agnoletti, invece, nella sua Prolusione al Convegno di Studio, tenutosi a Nuoro tra il 25 ed il 27 Aprile 1980, dal titolo Emilio Lussu e la cultura popolare della Sardegna (si veda il relativo catalogo edizione ISRE, Nuoro, 1983), sottolineava come un elemento proprio della Sardità del personaggio storico fosse lo stile dello scrittore e dell’oratore, capace di rivelarne le origini e la formazione, attraverso una sottile e fredda ironia di rottura, una forma limpida, quasi geometrica, ed i periodi brevi, secchi e precisi, senza sbavature.

In queste circostanze si sottolineava, inoltre, come rispetto al Sardo l’Italiano fosse una lingua altra, separata ed imparata dagli stessi Isolani del tempo. Ma come ha fatto notare nel suo intervento all’incontro veneto della FASI l’on. Andrea Colasio, Assessore alla Cultura del Comune ospitante di Padova, lo stesso Emilio Lussu, grazie a questo suo modo d’essere, è stato il precursore di un’Italia composita, unita e moderna.

Un tempo esistevano i racconti domestici, intorno al focolare della casa, garantiti dai maggiorenti della famiglia o del Paese. Oggi, alle risorse tradizionali si sono aggiunte o sostituite, a seconda dei casi, le risorse reperibili nel web, distinguibili, talora, in quelle che Z.Bauman ha definito le comunità virtuali on line, mediate elettronicamente, non dirette, finzioni della reale comunicazione e creatrici di illusioni di intimità del rapporto diretto (Cfr., Id., a cura di Benedetto Vecchi, Intervista sull’identità, V Ed. Saggi Tascabili Laterza, Roma – Bari, 2006, pp. 25 e ss.).

Tuttavia, pur riconoscendo che il contatto di persona rimane insostituibile nella formazione degli individui e nella trasmissione di valori, lo strumento multimediale cela in sé utilità che potrebbero avere effetti positivi inaspettati se canalizzati nel modo più opportuno. Tra i vari strumenti di ultima generazione posto di spicco occupano oggi le biblioteche elettroniche della Memoria, archivi formati da contenuti digitali continuamente aggiornati. Tra di esse si distinguono quelle originate dalla cosiddetta “base” del web, ossia dai soggetti privati singoli o da enti associativi ed istituzionali.

Tra le prime si includono esperienze come la cosiddetta Banca della memoria costituita dal sito www.memoro.org, ove sono state raccolte le interviste di persone nate anteriormente al 1940, iniziativa che ha avuto un recente seguito editoriale presso la casa Einaudi col cofanetto (libro + dvd) dal titolo Io mi ricordo, o come analoghe idee progettuali volte alla conservazione della Memoria della Resistenza Italiana, tutte iniziative che hanno trovato ultimamente un certo rilievo presso i mass-media nazionali (Cfr. i vari articoli a riguardo pubblicati su Il Venerdì di Repubblica, n. 1124, 02 Ottobre 2009, pp. 14 - 21).

Tra le seconde, invece, eccelle, in primis, il sito www.sardegnadigitallibrary.it, che costituisce il primo caso nel quale un'istituzione, ossia la Regione Autonoma della Sardegna, ha messo a disposizione del pubblico, on line, una catalogazione di documenti multimediali diversi, tra i quali interviste in Limba ad esponenti ed abitanti di vari Comuni dell’Isola, cui è seguita l’apertura di una serie di siti web a tema da parte dello stesso ente locale citato, vere e proprie opere in progress nelle quali il patrimonio culturale della regione è stato digitalizzato. A queste raccolte, oggi, come accennato all’esordio del presente scritto, si sono aggiunte le interviste agli emigrati del progetto FASI “Mannigos de memoria in limbas dae su disterru”, a cura del glottologo Simone Pisano e del comitato scientifico nel quale hanno preso parte esponenti di rilievo della Cultura Sarda quali Bachisio Bandinu e Paolo Pillonca, attivi partecipi dell’incontro di Padova.

Tutte queste risorse pongono una riflessione critica sulla stessa struttura attuale delle attività in tema di trasmissione e promozione della Cultura Sarda da parte delle istituzioni, nonché del ruolo dei Circoli che, rispetto al passato, devono tendere a tornare ad essere dei salotti di casa allargati consapevoli delle esigenze dell’integrazione, pur garantendo la sopravvivenza di quelli che possono definirsi dei veri e propri “noccioli duri” nell’identità, ossia la continuità della Cultura Sarda presso le nuove generazioni. Una questione problematica che, come in passato segnalato, non si palesa di certa facile soluzione, considerato anche il fatto che lo stesso concetto di identità ha caratteristiche dinamiche ed evolventi, che evidenziano come la citata ricerca non possa essere affrontata con atteggiamenti superficiali od ottusità ideologiche.

In tale quadro si segnalano le iniziative e le proposte dalla Comunità Sarda di Biella che fa capo al Circolo Culturale “Su Nuraghe”. In esse si propone Cultura ed, al contempo, si tenta di attualizzare la Tradizione Isolana sposandola con quella Piemontese, attraverso la ricerca nelle reciproche reti di memoria, di volta in volta scoperte e analizzate, di punti di incontro e di contatto. Per conseguire ciò sono stati adottati, e si cercano di volta in volta, quasi in una sorta di navigazione a vista, nuovi approcci per tentativi per ovviare alla questione della continuità culturale presso le nuove generazioni.

Per coinvolgerle nella comunità si propongono iniziative cui partecipare personalmente contribuendo in prima persona, nelle quali gli aspetti della Tradizione, possono essere vissuti con l’entusiasmo per la “novità” dell’evento nella riscoperta di una parte di sé, con il risultato di aver suscitato, altresì, un ulteriore potenziale stato di attesa personale nella consapevolezza dell’eventualità di una ripetizione di tutto ciò nella vita quotidiana di ogni giorno. Tale filo conduttore ha animato ed anima anche le iniziative relative alla Lingua Sarda ed ai “lasciti” ai posteri.

Sabato 30 maggio 2009 (vedasi il link del relativo filmato) i “Ragazzi delle spade” di Su Nuraghe, in tradizionale copricapo, sas berrittas, o con su muccaloru in conca, il capo avvolto nel velo candido della festa, hanno recitato in Sardo il saggio di fine Corso del Laboratorio linguistico, organizzato dal Circolo, "Eya, emmo, sì, là dove il sì suona, s'emmo e s'eya cantant", dopo essersi esercitati ed impegnati per mesi nell'ascolto diretto e nella lettura di alcune varianti della Lingua Sarda (Logudorese, Campidanese e Nuorese), anche attraverso l’ausilio di cosiddetti “insegnanti madre-lingua”, di strumenti didattici tradizionali come le Fiabe di Fedro, la Grammatica della Lingua Sarda di Blasco Ferrer e dei citati modernissimi strumenti multimediali delle testimonianze e delle interviste in Limba reperibili sul citato sito: www.sardegnadigitallibrary.it, e le lezioni di Sardo disponibili nel sito: www.sardegnacultura.it/cds/cd2/, sempre a cura della Regione Autonoma della Sardegna, tratti dell'opera cartacea di M.T.Pinna Catte, Su Sardu Jocande, Ed. Condaghes, Cagliari, 2006. In tale occasione i brani recitati in Sardo sono stati interpretati anche in linguaggio LIS (Lingua Italiana dei Segni) da esponenti dell'Associazione Vedo Voci che, dall'anno 2000, lavora nel Progetto di Bilinguismo in atto nelle Scuole Pubbliche di Cossato (Biella), per promuovere l'integrazione tra bambini sordi e udenti.

Questo corso ha affiancato le già presenti iniziative in Limba attinenti al tema de “Il Sardo ed il Sacro”, nelle quali membri della Comunità Sarda di Biella, simpatizzanti e devoti, in continuità con il percorso di fede e di cultura iniziato dall’antesignano Sant’Eusebio da Cagliari (Vescovo di Vercelli, introduttore del culto mariano ad Oropa (BI) ed a Serravalle di Crea (AL) durante la missione di cristianizzazione del territorio affidatogli, oggi patrono del Piemonte), con l’approvazione dell’Autorità Ecclesiastica locale concessa nel Gennaio 2000, pregano, cantano e recitano Su Rosariu Cantadu, nonché hanno modo di ascoltare omelie e catechesi in Lingua sarda attraverso il cappellano don Ferdinando Gallu, dietro apposita autorizzazione del Vescovo di Biella. Un modo ulteriore per imparare in un tempo circoscritto, attraverso la ripetizione delle preghiere, le parole, i suoni e le espressioni del Sardo, nonché di nutrirsi, in modo poliedrico, del “cibo dello spirito”, ossia di “fare Memoria” per “far Vivere” e, usando rispettosamente il motto dell’ultimo Giubileo, “heri, hodie, semper”. In quanto nella Memoria sussiste la Speranza del futuro, di una “vita nel domani”, in tutti i sensi.

Premio Donna Francesca Sulis Sanna | 1° Concorso di poesia, saggistica e narrativa in lingua sarda e in lingua italiana, riservato alle donne.

Emigrati Sardi - Lun, 25/01/2010

FIDAPA SEZIONE QUARTU S.E.
Con il patrocinio del Comune di Quartu S.E.
il patrocinio del comune di Muravera
e il patrocinio gratuito de "S'Accademia De Sa Lingua Sarda Campidanese”

Premio Donna Francesca Sulis Sanna
1° Concorso di poesia, saggistica e narrativa in lingua sarda e in lingua italiana, riservato alle donne.
Selezione e premio di una imprenditrice locale.

Una nobildonna, il gelso e la seta in Sardegna   
Francesca Sulis nacque nel 1716 a Muravera, nella Sardegna sud orientale. Si sposò nel 1735 con don Pietro Sanna Lecca, giureconsulto, autore dei pregoni per i re di Sardegna. Dopo il matrimonio si trasferì a Cagliari Castello, e sviluppò una notevole attività culturale, sociale e imprenditoriale che la rendono una delle figure più importanti del Settecento nel campo dell’impresa tessile e della formazione professionale.
Trasformò i magazzini della casa di Quartucciu in laboratori per la lavorazione della seta, li attrezzò di telai moderni, promosse piantagioni di gelso e l’allevamento dei bachi da seta. Esportava la maggior parte del prodotto in Piemonte e in Lombardia (a Como in particolare).

Prima di cominciare a lavorare nei suoi laboratori, i giovani ricevevano una istruzione professionale in corsi mirati, da lei promossi e pagati.
Fu a Muravera e Quartucciu che si aprì la prima scuola professionale con veri e mirati piani scolastici di formazione di base per fanciulle, ove potessero apprendere la tessitura, grazie alla lungimiranza di Donna Francesca”, con docenti provenienti dalle zone più evolute dell’Italia ; le giovani alle loro nozze ricevevano un telaio in dote.
Nel 1779 Donna Francesca produceva una seta di qualità superiore, richiesta a più riprese in notevoli quantità dai commercianti comaschi. Il segreto di questo pregio sta probabilmente nel clima favorevole relativo al mese della schiusa dei semi, fra il 20 e il 25 di marzo, mentre nelle regioni a temperature più basse, la schiusa si verifica più tardi, tra il 15 e il 20 di aprile.”

Purtroppo, la morte di Francesca Sanna Sulis, avvenuta nel 1810 e l’avvento dei suoi successori nell’attività aziendale, segnò l’abbandono dei fruttuosi rapporti con le regioni dell’Alta Italia”.
“Nel 1808 Donna Francesca Sanna Sulis dona tutti i suoi beni ai poveri di Muravera con l’incarico di amministrarli.”
“Il suo impegno mira a predicare che ogni nuova attività dovesse dedicarsi ai più giovani”.


REGOLAMENTO DEL CONCORSO DI POESIA, SAGGISTICA, NARRATIVA   
Nell’intento di contribuire alla tutela e alla valorizzazione della lingua sarda in tutte le sue parlate, per valorizzare tutte  le donne scrittrici, la Fidapa  di Quartu S.E bandisce un premio letterario riservato alle donne, in lingua sarda e in lingua italiana denominato “ Donna FRANCESCA SANNA SULIS”.

Possono partecipare al premio tutte le poetesse sarde, e nazionali e internazionali (residenti e non). Le opere, redatte in lingua sarda e in lingua italiana  non dovranno essere state premiate in altri concorsi. La partecipazione al premio è libera e gratuita. Il tema del concorso è" DONNE."

 - possono concorrere poesie in versi rimati o sciolti in lingua sarda e italiana, di lunghezza non superiore ai quaranta versi, inediti e mai premiati in altri concorsi.

Sezione Ragazzi - Sub sezione a) scuola elementare - Sub sezione b) scuola media.
Questa sezione è riservata alle scuole elementari e medie. Si può partecipare con testi in lingua sarda e italiana, che non superino il limite dei trenta versi, rimati o senza vincolo di metro e rima. Per gli alunni delle elementari e medie è gradita la supervisione di un insegnante. I testi dovranno essere inediti e mai premiati in altri concorsi
Sono ammesse al concorso tutte le varianti dialettali presenti in Sardegna, comprese le varie derivazioni e parlate locali.
 
Modalità di giudizio
.  
La Commissione esaminatrice, sceglierà tra i concorrenti ammessi, i 3 finalisti per ogni sezione, che saranno dichiarati vincitori. Una o più menzioni di merito potranno essere assegnate ad altre opere ritenute particolarmente meritevoli. Le decisioni della Commissione esaminatrice sono insindacabili ed inappellabili.

Giuria esaminatrice.  
La commissione esaminatrice, che avrà il compito di valutare le opere pervenute, sarà composta da giurati e giurate  di comprovata esperienza, capacità e competenza in ambito culturale. Prima della data di proclamazione dei vincitori verrà reso noto l’elenco completo dei componenti la Giuria. Sono componenti di diritto della Giuria la presidente di sezione e la presidente distrettuale.

Cerimonia di premiazione.  
Le finaliste dovranno intervenire personalmente alla premiazione. In caso di oggettivo e comprovato impedimento sarà ammessa la delega ad un incaricato per il ritiro del premio. Nella cerimonia, che prevederà una breve presentazione degli elaborati ammessi, si procederà alla proclamazione ufficiale delle  vincitrici.

Invio elaborati.  
Le opere, unitamente alla scheda di partecipazione, dovranno pervenire, via posta (racc. a/r) o consegnate a mano, entro e non oltre il 28 febbraio  2010 (farà fede il timbro postale o la ricevuta, timbrata e firmata dal ricevente, indicante la data di consegna a mano) al seguente indirizzo: Fidapa  Quartu c/o Anna maria Demurtas via Spano n° 8 09045 Quartu S.E.

Confezione del plico e trattamento successivo.  
Gli elaborati dovranno essere forniti in Dieci copie dattiloscritte. All’interno della busta, oltre agli elaborati,  una busta dovrà contenere: nome e cognome dell'autrice indirizzo di residenza, indirizzo e-mail e numero di telefono. Le opere non verranno restituite. L’invio delle opere comporta completa accettazione delle norme indicate nel presente regolamento compresa l’autorizzazione all’utilizzo del materiale trasmesso per finalità non commerciali con obbligo di citazione della fonte.  L’organizzazione declina ogni responsabilità per eventuali ritardi o disguidi postali.

Premi.  
Le autrici  dei primi tre migliori componimenti saranno proclamate ufficialmente vincitrici e verrà loro consegnato un premio come riconoscimento merito creativo. Le scuole vincitrici verranno premiate con dei buoni acquisto per materiale scolastico. A tutte le partecipanti sarà poi consegnato un attestato di partecipazione.

Essendo il concorso intitolato ad una donna imprenditrice, la fidapa di Quartu premierà anche un imprenditrice locale in base all'allegato del bando.
 
Tempi.  
Almeno dieci giorni prima della cerimonia di premiazione verranno resi noti, i nomi delle finaliste La cerimonia di premiazione si svolgerà nel mese di marzo, mese dedicato alle donne.. L’organizzazione, in caso di necessità, si riserva di modificare il presente bando, a proprio insindacabile giudizio, per la buona riuscita dell’iniziativa. Le eventuali modifiche saranno tempestivamente comunicate.

REGOLAMENTO BANDO PER SELEZIONE DI UNA INIZIATIVA  IMPRENDITORIALE FEMMINILE.

Finalità:   Far conoscere lo spirito imprenditoriale femminile, al fine di trasmettere alle imprenditrici potenziali o esordienti, il coraggio e la passione per la libera iniziativa.

Requisiti di partecipazione   
La partecipazione alla presente selezione è riservata a donne imprenditrici titolari di impresa individuale o amministratrici di società delle quali possiedano partecipazione al capitale. Le imprese in questione dovranno:
avere sede legale in Sardegna
essere in regola con
iscrizione al Registro delle Imprese di pertinenza;
versamento dei contributi assicurativi e previdenziali;
rispetto della normativa in materia di sicurezza sui luoghi di lavoro.

Domanda di partecipazione   
La domanda di partecipazione, da redigere in carta libera, dovrà essere corredata da:
una breve descrizione della “business idea” realizzata;
un curriculum vitae della candidata dal quale emerga l’esperienza nella creazione di un’impresa;
copia di un documento di riconoscimento in corso di validità.

Selezione   
Verrà nominata apposita Commissione di selezione costituita dalla  Ppresidente di sezione FIDAPA e Presidente Distrettuale, imprenditrici che fanno parte della FIDAPA distretto Sardegna.

Criteri di selezione   
La selezione avverrà tramite l’esame delle domande pervenute nei tempi previsti;
verranno preferite le candidate la cui “business idea” sarà valutata la migliore,  ad insindacabile giudizio della giuria; inoltre saranno  presi in considerazione i tempi ed i modi di realizzazione della stessa.
Verrà infine valutata la partecipazione delle candidate alle attività di Associazioni che promuovano la cultura d’impresa o che agiscano per la tutela e la promozione delle donne nel mondo del lavoro e dell’impresa.

Informazioni.  
Chiarimenti ed informazioni potranno essere richiesti presso "fidapaquartu@libero.it oppure telefonicamente contattando i numeri "070 826462--3496438714
Il bando potrà essere visionato nel sito della Fidapa distretto sardegna.it

La presidente della sezione di Quartu
Adriana Olla

Pavia | Presentato il “Calendariu istoricu de sos Carbineris 2010” al Circolo culturale sardo “Logudoro”

Emigrati Sardi - Dom, 24/01/2010

A Pavia,  nel pomeriggio di sabato 23 gennaio 2010,  il Circolo culturale sardo “Logudoro”, in collaborazione con la Regione Sardegna-Assessorato del Lavoro e con la Federazione delle Associazioni Sarde in Italia (FASI), ha  presentato il calendario storico 2010 dell'Arma dei Carabinieri, per il terzo anno consecutivo tradotto in sardo da Luciano Carta. Il “Calendariu istoricu de sos Carbineris 2010” riporta questo sottotiolo: “Accant'a sos tres seculos de su Giuramentu de fidelidade”.

Dopo i saluti del presidente del “Logudoro”, Gesuino Piga,  ai numerosi uditori, tra i quali il prefetto di Pavia, Ferdinando Buffoni (di origini sarde), e  il colonnello Maurizio Bellitto, comandante provinciale dei Carabinieri, la relazione è stata  tenuta dal prof. Aldo Accardo, docente di Storia contemporanea presso l’Università di Cagliari.

Sia le tre edizioni “in limba” del calendario sia il recentissimo volume “I Carabinieri in Sardegna dal 1822 ad oggi. Origini, storia e presente” (con un saggio storico di Nicola Gabriele) sono stati realizzati sulla base di un progetto del comando Legione Carabinieri “Sardegna”,  in collaborazione con la  Fondazione Istituto storico "Giuseppe Siotto", di cui è presidente lo stesso Accardo.

L'attuale comandante generale dell' Arma dei Carabinieri, generale di C. A. Leonardo Gallitelli,che è succeduto al sardo generale di C. A. Gianfrancesco Siazzu (che aveva firmato la presentazione dei calendari 2008 e 2009), dopo aver ricordato “sos Eroes chi si lumenana Giovanni Battista Scapaccino, Salvo D'Acquisto, Vittorio Marandola, Fulvio Sbarretti, Alberto La Rocca, Carlo Alberto Dalla Chiesa, afferma: “ Sunu solu parizzos de sos medas martires de s'Arma, chi si sun'immolados pro mantennere fide a s'impignu 'e onore; issos sunu sa testimonia piu arta de sos prinzipios e de sa fidelidade pro su bene de tottus, ue tottu cantos sos Carbineris diriggini su servissiu issoro, bettandheche orgogliosemente s'Arma a su 'e tres seculos de vida”.

La pubblicazione “I Carabinieri in Sardegna dal 1822 ad oggi”, stampata in mille copie,  documenta con molte illustrazioni la presenza capillare dei carabinieri in Sardegna nei momenti più significativi della storia dell'isola. Il volume permette di ricostruire episodi noti e finora sconosciuti di quasi due secoli nei quali l'Arma è stata insostituibile presidio a tutela della sicurezza della vita quotidiana delle popolazioni.
Paolo Pulina

"A sarà dura" NO TAV: 40.000 persone in corteo contro le lobbyes politico-mafiose. Slogan: Fuori la mafia dalla Val Susa

Emigrati Sardi - Sab, 23/01/2010

No-Tav, la protesta in Val Susa   

TORINO
Grande manifestazione in Val di Susa contro la Tav-Torino Lione al grido di «Fuori le mafie dalla Valsusa - i valsusini non pagheranno il "pizzo"».

I manifestanti si battono per «respingere la campagna di sondaggi truffa, contro il partito trasversale degli affari che vorrebbe trasformare il nostro territorio in un enorme cantiere per almeno vent’anni, in solidarietà alle amministrazioni comunali sotto attacco».

Prosegue da ore la manifestazione a Susa contro la Torino-Lione. Al corteo partecipano 20 mila persone secondo le forze dell’ordine, oltre 40 mila per gli organizzatori.

Proprio per la partecipazione di massa, il corteo non si è fermato nella piazza prevista, ma ha proseguito per il cento di Susa fino al tramonto. «Sono venti anni che rispondiamo colpo su colpo - ha detto Alberto Perino, leader del Movimento no Tav - se pensano di fermarci, siamo pronti. Oggi siamo davvero tanti, dobbiamo essere ancora di più. Nei prossimi giorni le trivelle arriveranno alle stazioni di Sant’Antonino, Avigliana e Bruzolo: saremo anche lì».

Fonte: http://www3.lastampa.it/torino/sezioni/cronaca/articolo/lstp/121872/

Val di Susa, i No Tav in piazza, decine di migliaia contro la Torino-Lione

SUSA (Torino) - Decine di migliaia di persone hanno manifestato oggi a Susa a dispetto dei 2 gradi sottozero, per protestare contro la linea ferroviaria veloce Torino-Lione, un no al progetto ribadito nonostante "le indagini dell'Osservatorio tecnico e del sottosuolo".

"Altro che quattro gatti, siamo 40 mila (20 mila per le forze dell'ordine, ndr) e la Tav non si farà mai", hanno urlato.
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Il corteo di protesta è durato circa tre ore, una folla che ha ricordato le proteste del 2005: tante famiglie, in stragrande parte valligiani, un centinaio di amministratori e tra questi molti se non tutti i 23 sindaci che contestano l'osservatorio tecnico della Torino-Lione.

"Siamo tanti e possiamo, dobbiamo essere ancora di più", ha urlato al megafono Alberto Perino, leader del movimento 'No Tav' che ha invitato alla presenza "nei prossimi giorni quando le trivelle torneranno all'autoporto e arriveranno, sempre di notte, alle stazioni di Avigliana, Bruzolo, Sant'Antonino".

I carotaggi ripartiranno probabilmente lunedì. "La manifestazione di oggi - dice Il presidente dell'Osservatorio Mario Virano - suggerisce a chi è favore dell'opera di non perdere di vista la complessità della questione del consenso. Un percorso lungo e che richiede molta attenzione e molto lavoro. " Dal canto loro - prosegue Virano - il movimento No Tav e i rappresentanti delle istituzioni che si riconoscono in quella posizione devono decidere se vogliono andare alla contrapposizione frontale con governo, regione e provincia oppure se scelgono la strada della ricerca di un punto di equilibrio ragionevole".   

L'articolo completo è visionabile qui: www.repubblica.it/cronaca/2010/01/23/news/decine_di_migliaia_contro_la_torino-lione_matteoli_sono_una_minoranza_l_opera_si_far-2055098/