Dal Regno di Sardegna all’Esercito Italiano, dalla Brigata «Sassari» alla Repubblica: una storia di continuità, sacrificio e identità nazionale
Il 4 Novembre, nell’area monumentale di Nuraghe Chervu, Biella rinnova il proprio omaggio ai Caduti in occasione della “Giornata dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate”. Una ricorrenza che custodisce la memoria di quanti hanno sacrificato la vita per la Patria e rende onore alle donne e agli uomini in uniforme, impegnati quotidianamente al servizio della collettività, della sicurezza e delle istituzioni democratiche.
Per l’occasione, Francesco Fosci, fiduciario dell’Associazione Nazionale Brigata “Sassari”, intitolata al capitano Emilio Lussu, e Battista Saiu, presidente del Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe”, hanno issato insieme il Tricolore sul pennone più alto dell’area monumentale, affiancandolo alla bandiera dei «Quattro Mori di Sardegna». Un gesto dal forte valore storico e simbolico: due vessilli che, accostati, raccontano le radici di un percorso nazionale nel quale la Sardegna ha avuto un ruolo fondativo, non soltanto geografico, ma soprattutto politico, istituzionale e militare.
Per comprendere pienamente il significato di questa cerimonia occorre risalire all’antico Regno di Sardegna, protagonista del processo risorgimentale e matrice del futuro Stato italiano.
Il 17 marzo 1861, con la Legge sarda n. 4671, approvata dal Parlamento riunito a Torino, Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i propri successori il titolo di Re d’Italia. Nasceva ufficialmente il Regno d’Italia, ma senza una cesura completa con il passato: il nuovo Stato si sviluppava sulla struttura politica e giuridica del Regno di Sardegna, estendendone progressivamente ordinamenti e istituzioni ai territori della Penisola.
Un particolare tutt’altro che secondario testimonia questa continuità: Vittorio Emanuele mantenne il numerale dinastico «II», anziché assumere quello di «I». Anche la numerazione delle legislature parlamentari proseguì quella del Parlamento subalpino, avallando la continuità dell’ordinamento precedente. Il Regno di Sardegna diventava il nucleo sul quale si costruiva l’Italia unita.
La medesima continuità riguardò le forze militari. L’Armata Sarda, già protagonista delle guerre d’indipendenza e del processo unitario, costituì la struttura portante del nuovo esercito nazionale. Le operazioni di riorganizzazione e incorporazione delle forze disponibili erano iniziate negli ultimi mesi del 1859. Il passaggio definitivo venne sancito il 4 maggio 1861, quando il ministro della Guerra, generale Manfredo Fanti, con la Nota n. 76 comunicò a tutte le autorità, ai corpi e agli uffici militari che la denominazione di «Armata Sarda» era abolita e sostituita da quella di «Esercito Italiano».
Non veniva cancellata una storia militare: se ne raccoglieva l’eredità, trasformandola in patrimonio nazionale. L’organizzazione, le tradizioni, i quadri e l’esperienza maturati nell’esercito del Regno di Sardegna contribuirono alla costruzione della nuova Forza Armata.
Anche il Tricolore custodisce una vicenda che lega profondamente la Sardegna alla nascita dello Stato Italiano. Il 23 marzo 1848, nel proclama rivolto ai popoli della Lombardia e della Venezia, Carlo Alberto annunciò l’intervento del Regno di Sardegna a sostegno della lotta contro l’Impero austriaco, disponendo che le proprie truppe marciassero sotto il vessillo verde, bianco e rosso, con lo scudo sabaudo.
Era un passaggio epocale: il Tricolore, già affermatosi quale simbolo delle aspirazioni unitarie italiane, entrava ufficialmente nella tradizione militare del Regno sardo. La bandiera nazionale trovava nelle istituzioni e nelle forze armate del Regno di Sardegna uno dei veicoli fondamentali della propria diffusione.
Il vessillo, nato nel clima risorgimentale e divenuto bandiera del Regno d’Italia nel 1861, avrebbe attraversato le successive trasformazioni dello Stato, fino a essere riconosciuto dall’articolo 12 della Costituzione repubblicana del 1948 quale bandiera della Repubblica Italiana. Una continuità simbolica che trascende monarchia e Repubblica, conservando il Tricolore come segno di appartenenza e unità nazionale.
La Brigata «Sassari», il sacrificio dei Sardi e la Vittoria
Questa lunga vicenda trovò un’altra pagina di particolare significato durante la Prima Guerra Mondiale. L’ingresso dell’Italia nel conflitto, il 24 maggio 1915, riportò al centro della storia nazionale il contributo della Sardegna, grazie a migliaia di giovani chiamati a combattere sui fronti più difficili.
Tra le formazioni che maggiormente si distinsero vi fu la Brigata «Sassari», costituita il 1° marzo 1915, con i due reggimenti di fanteria 151° e 152° formati inizialmente da Sardi. Un reparto dalla forte identità territoriale, nel quale si riconoscevano uomini provenienti da paesi e comunità dell’Isola, uniti da legami di lingua, provenienza e appartenenza.
Fin dai primi combattimenti sul Carso, la Brigata si guadagnò una reputazione straordinaria. Le trincee delle Frasche e dei Razzi, conquistate nel novembre 1915, divennero il simbolo del valore dei suoi fanti. Trasferita sull’Altopiano di Asiago, nel giugno 1916 partecipò alla riconquista di Monte Fior, Monte Castelgomberto e Casera Zebio, pagando un prezzo altissimo in vite umane.
La tenacia dei suoi soldati, riconosciuta anche dagli avversari, valse loro il soprannome di Dimonios, diavoli: un appellativo che i fanti sardi accolsero trasformandolo in un preciso segno distintivo.
Il momento più drammatico arrivò nell’autunno del 1917, dopo la rotta di Caporetto. Nel ripiegamento verso il Piave, la «Sassari» contribuì a contrastare l’avanzata austro-ungarica, partecipando alla difficile difesa delle linee italiane. Nel gennaio 1918, durante la battaglia dei Tre Monti, i suoi reggimenti furono protagonisti della riconquista di Col del Rosso e Col d’Echele, sull’Altopiano dei Sette Comuni: un’azione di grande importanza per il ristabilimento del fronte e per la tenuta dell’esercito italiano.
Nel giugno dello stesso anno, durante la seconda battaglia del Piave, conosciuta come Battaglia del Solstizio, i fanti sardi contribuirono ancora una volta a fermare l’offensiva austro-ungarica, distinguendosi negli scontri sul fronte del fiume. Anche il sacrificio della Brigata impedì al nemico di raggiungere i propri obiettivi strategici e preparò il terreno alla successiva controffensiva.
Con la battaglia di Vittorio Veneto, avviata il 24 ottobre 1918, l’esercito italiano passò definitivamente all’offensiva. La «Sassari» partecipò alle operazioni conclusive, combattendo tra Santa Lucia di Piave e Sacile. Il 4 novembre entrò in vigore l’armistizio di Villa Giusti: la guerra sul fronte italiano era finita e la Vittoria segnava il compimento dell’Unità nazionale territoriale.
Per il valore dimostrato, i due reggimenti della Brigata furono insigniti complessivamente di due Medaglie d’Oro al Valor Militare ciascuno. Riconoscimento rimasto unico – nessun’altra brigata nella storia militare italiana ha mai ricevuto quattro Medaglie d’Oro complessive (due per ciascun reggimento) nel corso di un unico conflitto – che restituisce la misura del sacrificio dei giovani sardi e del loro contributo alla storia d’Italia.
Una memoria che continua a unire
È in questa prospettiva che l’area monumentale di Nuraghe Chervu assume un significato che va oltre la dimensione commemorativa. Sorto a Biella per custodire la memoria condivisa dei Caduti sardi e dei Caduti biellesi, il luogo rappresenta un ponte ideale tra la Sardegna e la terra di adozione, tra chi è partito e la comunità che lo ha accolto.
Il Tricolore e i Quattro Mori, issati insieme, rammentano visivamente questa storia. Non sono simboli in contrapposizione, ma testimonianze di un percorso nel quale la Sardegna ha contribuito alla formazione dello Stato italiano, donando generosamente il sacrificio di intere generazioni.
Il passaggio dall’Armata Sarda all’Esercito Italiano, dalla monarchia alla Repubblica, non ha cancellato tutto ciò. La Costituzione repubblicana ha raccolto e rinnovato il valore del Tricolore, riconoscendolo, con l’articolo 12, quale emblema della Repubblica e della comunità nazionale.
A Nuraghe Chervu, dunque, l’alzabandiera del 4 novembre si trasforma in un gesto capace di attraversare i secoli. Nel vento che muove i due vessilli si incontrano l’antico Regno di Sardegna, il coraggio dei Dimonios, il sacrificio dei Caduti e un’Italia alla cui costruzione la Sardegna, seconda isola del Mediterraneo per estensione dopo la Sicilia, ha contribuito concretamente con il sangue dei suoi figli.
Un patrimonio morale da custodire e trasmettere, perché conoscere il proprio passato significa comprendere meglio il presente e riconoscere il valore di ciò che unisce popoli, territori e comunità.
Simmaco Cabiddu
Nell’immagine: Biella, 4 novembre 2026. Vessilli italiano e sardo issati nell’area monumentale di Nuraghe Chervu.
