Una parola sarda al mese: T come TZURPOS

incipit T, in Giampaolo Mele, Die ac NocteRadici e semantica delle parole sarde, rivisitate mediante i dizionari delle lingue mediterranee (lingue semitiche, lingue classiche). Laboratorio linguistico di storia e di cultura sarda a Biella

THURPOS, tzurpos. Sono le famose maschere del Carnevale di Orotelli, totalmente nere, vestite con pastrano nero tessuto con lana di capra nera, incappucciati di nero, col viso nero di carbone. Gli unici termini da me trovati sono il babilonese ṭurpu ‘rimozione forzata, sequestro, confisca’ e bab. ṭupru ‘zoccolo (di bestia)’. Poiché il passo dei Thurpos (Tzurpos) è simile a quello dei Mammutthònes, una coppia in cui il primo thurpu imita l’animale che scappa mentre l’altro thurpu lo insegue e lo prende al laccio, è evidente l’origine dal bab. (ṭurpu: ‘sequestrare’).
Ma a ben vedere qui abbiamo anche un concorrere di altre forme e significati che tendono a fondersi. Perché c’è pure il bab. šurpu(m) ‘burning, incineration (of wood); firewood, combustible’, ossia ‘bruciatura, incinerazione di legna; legna da ardere, combustibile’. È esattamente la figura che appare nel travestimento del thurpu: che è un ‘tizzone’ vagante.
In ultimo va esaminata la base accadica zupru nella locuzione zupur pāni ‘scowl, cipiglio’, ‘an angry or bad-tempered expression, espressione adirata o poco gioviale’. In ogni modo va sottolineato che sos thurpos sono delle maschere aventi finalità religiose e legate tout court all’area babilonese. Paolo Matthiae 366 Rep. ricorda che «forme particolari e frequenti di preghiere sono quelle che accompagnano atti liturgici, come i sacrifici e le pratiche divinatorie, e tra questi sono assai importanti ed estese le serie denominate Maqlu e Shurpu, che si dovevano recitare in occasione di pratiche magiche vertenti sulla combustione».
Da quanto precede si capisce che chiamare in sardo thurpu un uomo cieco significa usare una metafora, in considerazione della figura dei Thurpos, che nell’aspetto generale sono di un nero totale, per giunta ricoperti da un grande cappuccio, onde dànno proprio l’impressione di essere dei ciechi vaganti.

Salvatore Dedola,
glottologo-semitista

Nell’immagine: l’incipit “T”, in Giampaolo Mele (a cura di), Die ac Nocte. I Codici Liturgici di Oristano dal Giudicato di Arborea all’età spagnola (secoli XI-XVII), Cagliari: AMD Edizioni, 2009.

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