La poesia di Nicola Loi, poeta di Ortueri, giunta al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella nell’immediatezza del tragico evento, si fa parola ferita e condivisa, eco di un dolore che ha attraversato l’Isola e il mare. I suoi versi nascono dalla tragedia di Ottana, dove, il 15 gennaio 2026, un bambino di appena due anni si è spento nel sonno. Inutili i tentativi di soccorso, vano ogni gesto umano di fronte all’implacabile silenzio della morte.
La comunità ne è rimasta profondamente scossa, tanto che l’Amministrazione comunale ha scelto, in segno di rispetto e lutto collettivo, di annullare i festeggiamenti di Sant’Antonio Abate previsti per il giorno successivo. Una rinuncia che pesa, perché Sant’Antonio segna tradizionalmente una giornata di marca, il tempo simbolico in cui Ottana si apre all’anno nuovo: l’uscita propiziatoria dei boes e merdules, maschere arcaiche e potenti, augurio di fecondità per l’annata agraria e soglia rituale dell’inizio del Carnevale.
A questa festa sospesa, interrotta dal dolore, fanno riferimento i versi della prima delle sette quartine dell’ode:
“S’ispera pro su tempus benidore,
Sas caratzas, de boes e merdules.
Tue de su giardinu su fiore,
E de santu Nigola sas angules.”
Vale a dire: “La speranza per il tempo che verrà,
le maschere di “boes” e “merdules”.
Tu del giardino il fiore,
e di San Nicola i dolci tipici.”
Il poeta associa il piccolo a “sas angules”, dolci tradizionali noti anche come s’Angule o is Angules, preparati in onore di San Nicola, patrono celebrato a Ottana nel mese di maggio. Questi pani votivi, benedetti durante la festa liturgica, sono ex voto di speranza e rinascita, legati a un’antichissima consuetudine, che unisce la dimensione religiosa a quella comunitaria. La chiesa romanica dedicata al santo, edificata nel XII secolo, è cuore spirituale e simbolo di una cultura in cui la fede si tinge dei colori della primavera e dialoga con riti precristiani, ancora vivi nella memoria collettiva.
La traduzione in lingua italiana, curata da Gabriella Peddes, di Tonara, accompagna il testo con rispetto e misura, restituendone l’intensità come gesto di consolazione verso la famiglia e, in particolare, verso i genitori. Come scrive il poeta:
“As postu in rughe sa pobera mama,
Est in fogu su poberu babbu”,
Ovvero: “Hai messo in croce la povera mamma,
è nel fuoco il povero babbo”.
Parole che inchiodano il lettore a un’immagine universale del dolore, quello che brucia e non si spegne, quello che attraversa i corpi e le coscienze.
È un cordoglio che non conosce confini, che si leva dal di qua e dal di là del mare. I Sardi originari di Ottana e di Dualchi, oggi residenti in Continente, insieme a tutte e tutti noi – donne, madri, figlie dell’emigrazione – partecipano a questo lutto con le “intragnas”, le viscere generatrici, il luogo più profondo dell’anima. Le stesse intragnas evocate nel tradizionale Deus ti salvet Maria, là dove si ricorda il grembo di Maria sconvolto davanti al Figlio crocifisso: “sas intragnas tuas, Gesus”.
L’ode di Nicola Loi, che si snoda lungo 28 endecasillabi, assume così i tratti di un “attitidu” contemporaneo, un lamento funebre che si colloca nel solco antico delle prefiche, donne custodi della memoria e del pianto rituale. Attraversa quadri successivi di sofferenza e silenzio, fino a trasformarsi, nel finale, in canto offerto al cielo, una ninnananna estrema e dolcissima:
“A su chelu ti mando custu cantu,
Coment’esserat dulche che ninnia.”
Cioè:” Al cielo ti mando questo canto,
come fosse dolce ninnananna”.
Con la revisione di Roberto Perinu, la poesia sarà inserita nell’antologia del prossimo appuntamento del laboratorio linguistico transoceanico in programma martedì 27 gennaio 2026, alle ore 21:00 (Italia), promosso insieme al Circolo Sardo “Antonio Segni” di La Plata, in Argentina. Il progetto, dal titolo “Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant”, nasce per imparare a leggere e scrivere nella lingua materna sarda contemporanea, rafforzando legami e identità.
È un contributo culturale di alto valore sociale, animato dai Sardi di su disterru, gli emigrati sparsi nei cinque continenti, che portano nel cuore due patrie e vivono gioia e dolore in un unico afflato, in sintonia profonda con chi è rimasto nell’Isola. Una comunità diffusa che, anche nel lutto, si riconosce e si stringe, perché il battito è uno solo.
Salvatorica Oppes
Nell’immagine: La Madre dell’ucciso di Francesco Ciusa, scultura marmorea custodita presso il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli di Pettinengo, divenuta icona universale della sofferenza sarda, del silenzio e della dignità del dolore.
A s’angheleddu de Otzana
S’ispera pro su tempus benidore,
Sas caratzas, de boes e merdules.
Tue de su giardinu su fiore,
E de santu Nigola sas angules.
Che ses boladu che una mariposa,
Prima de Sant’Antoni de su fogu.
Su tempus fritu chi sicat sa rosa,
Chi lassat sa ‘iddia in donzi logu.
As istudadu sa bella fiama,
Poninde a custa vida cuss’acabbu.
As postu in rughe sa pobera mama,
Est in fogu su poberu babbu.
E tue su fiore de beranu,
Dias esser su sol’e mesudie.
Isparghes alas, fiore galànu,
E donzi pensamentu andat a tie.
In Otzana as fatu sa niada,
De cuddas mannas chi cuan su logu.
S’anima chi cheriat amparada,
Pro ‘ider chentu, Antoni ‘e su fogu.
Manda consolu a su coro afligidu,
Sa domo tua est iscurigada.
Sa domo in sa cale ses naschidu,
Oe bidimus a fogu falada.
A su chelu ti mando custu cantu,
Coment’esserat dulche che ninnia.
Ma o’est frutu de su disincantu,
De penas, de anneu e angustìa.
Nigolau Loi, 15 de Bennarzu 2026
All’angioletto di Ottana
La speranza per il tempo venturo,
Le maschere di “boes” e “merdules”.
Tu del giardino il fiore,
E di San Nicola i dolci tipici.
Sei volato via come una farfalla,
Prima di Sant’Antonio del fuoco.
Il tempo freddo che secca la rosa,
Che lascia il gelo in ogni luogo.
Hai spento la bella fiamma,
Mettendo a questa vita quella fine.
Hai messo in croce la povera mamma,
È nel fuoco il povero babbo.
E tu il fiore di primavera,
Dovevi essere il sole di mezzogiorno.
Spieghi ali, fiore grazioso,
E ogni pensiero va a te.
In Ottana hai fatto la nevicata,
Di quelle grandi che coprono il luogo.
L’anima che andrebbe protetta,
Per vedere cento Antonio del fuoco.
Manda conforto al cuore afflitto,
La casa tua è abbuiata.
La casa nella quale sei nato,
Oggi vediamo a fuoco calata.
Al cielo ti mando questo canto,
Come fosse dolce ninnananna.
Ma oggi è frutto del disincanto,
Di pene, di dispiacere e angoscia.
Nicola Loi, 15 Gennaio 2026
