“Disterradu”, una voce sarda per tutti i migranti di ieri e di oggi nella poesia di Nicola Loi

descrizioneChi parte non recide le radici: le conserva, le tramanda e le trasforma in memoria viva.

Al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella approda “Disterradu”, parola che, già nel suono, evoca la eco lontana dello sradicamento, il respiro trattenuto di chi ha lasciato la propria terra portandola, tuttavia, intatta dentro di sé.

I “disterrados”, gli sradicati, non sono soltanto i figli di un’isola antica costretti a partire: sono uomini e donne di ogni tempo, sospesi tra partenze necessarie e ritorni sognati, tra il peso della memoria e l’urgenza del futuro.

Nel dettato poetico di Loi, la lingua sarda non rappresenta un limite, ma una forza espressiva che affonda nelle profondità dell’esperienza umana. È una lingua che custodisce il suono della casa, il ritmo delle stagioni, l’intimità degli affetti. E proprio per questo riesce a parlare a tutti: perché ciò che racconta — la nostalgia, lo spaesamento, il desiderio di riscatto — appartiene a ogni migrante, indipendentemente dalla latitudine o dall’epoca. Un canto che attraversa confini geografici e interiori, restituendo dignità e profondità all’esperienza dell’emigrazione.

In questi versi si condensa una verità che attraversa i secoli: l’emigrazione come ferita quotidiana, come nodo che stringe e non si scioglie. È il sentimento che accomuna i contadini e i minatori sardi partiti verso il continente, gli operai diretti alle fabbriche del Nord nel secondo dopoguerra, ma anche i migranti contemporanei che attraversano deserti e mari alla ricerca di una possibilità di vita dignitosa.

Nel solco di una tradizione letteraria ampia e stratificata — che dalla narrativa verista fino alla lirica contemporanea ha spesso interrogato il tema della partenza — la poesia si conferma come il linguaggio privilegiato per cogliere le sfumature più sottili del distacco. Non solo cronaca di un viaggio, ma racconto dell’anima: perché partire non è mai soltanto un gesto fisico, bensì una frattura esistenziale, un continuo oscillare tra perdita e possibilità.

È proprio su questa soglia che si colloca la riflessione poetica di Loi. Nei suoi versi, l’emigrato non è mai un semplice viaggiatore: diventa custode silenzioso della propria origine, archivio vivente di memorie, tradizioni e parole. La terra natia, pur lontana, continua a pulsare come un richiamo incessante, un luogo interiore che resiste al tempo e alla distanza. La nostalgia non è soltanto malinconia, ma forza generatrice di identità.

“In amargura dogni die passas,
S’annuzu ti nde mandigat s’intragna”.

Versi che, nella loro essenzialità, racchiudono una verità difficile da tradurre pienamente: l’amarezza quotidiana, il nodo che stringe le viscere, il ricordo che non concede tregua. È una lingua che non si limita a dire, ma incide; che non descrive soltanto, ma fa sentire.

Eppure, ciò che emerge con maggiore forza è il ruolo dell’emigrato come custode. Chi parte non perde la propria origine: la porta con sé, la protegge, la tramanda. Nei gesti quotidiani, nella lingua parlata in famiglia, nei canti, nelle feste, nei ricordi narrati ai figli. L’identità diventa allora un ponte, non un confine.

Sei ottave di endecasillabi che scorrono come un nastro riavvolto, dove il passato si ripresenta con forza ogni volta che si torna ai luoghi dell’infanzia. Ed è proprio nel ritorno che affiora la domanda più inquieta, quella che non trova risposta:

“Ma fit menzus inoghe s’esistentzia?
Tando est chi nde falas dae sa nue,
Ca no ti das risposta mancu tue”.

Il dubbio resta sospeso, irrisolto, come spesso accade nella vita di chi ha attraversato il mare della separazione. Perché l’emigrazione è anche questo: una domanda aperta, una ricerca che continua nel tempo, senza approdi definitivi.

La composizione di Loi, nella traduzione italiana di Antonio Ledda e nella rilettura curata da Roberto Perinu, confluirà nell’antologia del laboratorio linguistico “Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant”. Un progetto che si inserisce nel percorso culturale promosso dal Circolo “Su Nuraghe” di Biella (www.sunuraghe.it), da anni impegnato nella tutela e nella valorizzazione della lingua e dell’identità sarda, anche attraverso la trasmissione intergenerazionale del patrimonio immateriale.

L’iniziativa si lega al più ampio laboratorio linguistico transoceanico, che unisce idealmente Biella al Circolo Sardo “Antonio Segni” di La Plata, in Argentina. Un dialogo a distanza che supera oceani e latitudini, costruendo un ponte fatto di parole, di memoria e di appartenenza. In questo spazio condiviso, la lingua sarda si fa strumento vivo, capace di connettere comunità disperse e di alimentare quella “coscienza dell’origine” che ogni emigrato porta con sé.

Così, tra poesia e impegno culturale, “Disterradu” diventa molto più di un titolo: è una condizione, una testimonianza, ma anche una promessa. Perché chi parte non recide mai del tutto il legame con la propria terra — lo trasforma, lo custodisce, lo rinnova. E in quel legame, fragile e tenace insieme, continua a vivere l’anima di un popolo in cammino.

“Disterradu” diventa allora una parola-mondo: contiene la storia dei Sardi, ma anche quella di milioni di persone che, in ogni angolo del pianeta, continuano a partire. E nella voce poetica che nasce da un piccolo centro come Ortueri si riconosce una eco più ampia, quasi corale: quella dell’umanità in cammino, che non smette di cercare casa, pur sapendo che una parte di essa resterà sempre altrove.

Battista Saiu

Nell’immagine, ingresso del “Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli” di Pettinengo

Disterradu

Andadu ti che ses a sos vint’annos,

Pro no torrare mai a custu logu.

Saludadu as sa terra, cun sos mannos,

Totu pariat unu disaogu.

Creias abberu de mudare pannos,

Tando fit totu a brulla e a giogu.

Cun s’atrivida de sa bella eddade,

At connotu cussa realidade.

 

Atera limba e atera zente,

Cun tempus feu, ne sol’e ne luna.

As cherfidu mudare continente,

Sena connoscher’ de moda peruna.

Cando as bidu su tempus presente,

Cussa fit disaura o fit fortuna?

As giuradu de lassare su foghile,

Oe disizas s’antigu cuile.

 

Cun cara fea si mustrat su mere,

Est fritu che su nie su trabagliu.

No pius libertade ne podere,

Ses un’istranzu, postu a su bersagliu.

Finas bene pagadu est su dovere,

Pero dudas de aer’ fatu isbagliu.

Disizas sas campuras de arare,

Ue as giuradu de no bi torrare.

 

In amargura dogni die passas,

S’annuzu ti nde mandigat s’intragna.

Cuddos ammentos a banda no lassas,

Dies de pitzinnia in sa campagna.

Ma mai as perdìdu cuddas trassas,

De su matzone areste in sa muntagna.

Pero frastimas sa sorte maligna,

Chi t’at fatu lassare sa Sardigna.

 

S’idea mudas in-d-unu momentu,

Cheres torrare a bolu che puzone.

Tando isparghes velas a su ‘entu,

Comente narat s’antiga cantone.

Cando torras a inoghe ses cuntentu,

Ma oe, ses un’atera persone.

Sa ‘idda tua est annada in crèschida,

A tie paret un’atera arvèschida.

 

Cun allegria a totu saludas,

De sos giovanos faghes connoschentzia.

Cun cussu ispantu a solu t’amudas,

Pensas a su passadu, a sa partentzia.

Tando de fronte ses a tantas dudas,

Ma fit menzus inoghe s’esistentzia?

Tando est chi nde falas dae sa nue,

Ca no ti das risposta mancu tue.

Nigolau Loi, su 17 de abrile 2026

 

Emigrato

Te ne sei andato a vent’anni,

Per non tornare mai a questo luogo.

Hai salutato la terra, con i grandi,

Tutto sembrava uno svago.

Credevi davvero di mutare i panni (cambiare vita),

Tanto era tutto scherzo e gioco.

Con l’audacia della bella età,

Hai conosciuto quella realtà.

 

Altra lingua e altra gente,

Con tempo brutto, senza sole né luna.

Hai voluto cambiare continente,

Senza conoscere nessuna moda.

Quando hai visto il tempo presente,

Quella era sfortuna o era fortuna?

Hai giurato di lasciare il focolare,

Oggi desideri il vecchio ovile.

 

Con faccia brutta si mostra il padrone,

È freddo come la neve il lavoro.

Non più libertà né potere,

Sei uno straniero, messo a bersaglio.

Anche ben pagato è il dovere,

Però dubiti di aver sbagliato.

Desideri le pianure da arare,

Dove hai giurato di non ritornare.

 

In amarezza tutti i giorni trascorri,

Il nodo ti mangia le viscere.

Quei ricordi non ti lasciano da parte,

Giorni di giovinezza in campagna.

Ma mai hai perso quelle astuzie,

Della volpe selvatica in montagna.

Però maledici la maligna sorte,

Che ti ha fatto lasciare la Sardegna.

 

L’idea cambia in un momento,

Vuoi tornare al volo come l’uccello.

Allora spargi vele al vento,

Come dice l’antica canzone.

Quando torni qui sei contento,

Ma oggi, sei un’altra persona.

Il tuo paese è cresciuto,

A te sembra un’altra alba.

 

Con allegria tutti saluti,

Dei i giovani fai conoscenza.

Con quella meraviglia da solo zittisci,

Pensi al passato, alla partenza.

Allora di fronte a tanti dubbi,

Ma era meglio qui l’esistenza?

Allora è che cadi dalle nuvole,

Perché non ti dai risposte neanche tu.

Nicola Loi, 17 aprile 2026

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