
Dal cuore della Sardegna al Circolo “Su Nuraghe” di Biella, versi di denuncia e di fede tradotti in italiano da Antonio Ledda
“Bentos de gherra / Venti di guerra” è il titolo della poesia che Nicola Loi, poeta di Ortueri, ha fatto pervenire al Circolo Culturale Sardo “Su Nuraghe” di Biella. Ultima in ordine di tempo tra le composizioni giunte al sodalizio biellese, l’opera si inserisce nel filone di versi che denunciano l’assurdità della guerra e ne smascherano la brutalità, restituendo alla parola poetica la forza di un monito civile e morale.
Nei versi di Loi il cielo non è più luogo di quiete, ma spazio attraversato da presagi di morte. Gli aerei che solcano l’aria diventano simboli inquietanti, rapaci che precipitano dall’alto. Così l’immagine dell’astore si fa metafora della distruzione:
“S’astore s’est betadu dae chelu,
poninde sas columbas suta terra.
No iscurtat Coranu ne Vangelu,
passende subra sos bentos de gherra.”
L’uccello predatore si lancia dal cielo e mette le colombe sottoterra, annientando il simbolo stesso della pace. Non ascolta né il Corano né il Vangelo: nessuna fede riesce a fermare il fragore della violenza che attraversa i venti della guerra.
Nella poesia emerge anche la profonda religiosità della cultura sarda, che si manifesta in un ammonimento intriso di sapienza popolare:
“Ammentade chi Deus b’est pro totu,
chi no los pagat a coa de chida.”
Ricordatevi che Dio c’è per tutti e che non paga a fine settimana.
Un’immagine semplice ma incisiva, che richiama l’idea di una giustizia divina non legata ai tempi dell’uomo: ogni azione, buona o cattiva, riceverà la sua ricompensa, ma a tempo debito.
I versi assumono quindi il tono disincantato della denuncia, individuando nella falsità del linguaggio una delle cause della violenza, spesso giustificata come aggressione “preventiva”. Il poeta ricorre a riferimenti storici che i Sardi ben conoscono e ricordano:
“Su chi faghiant antigos Romanos,
e sa derruta de Napoleone.
Cherent su regnu de sos Persìanos,
ca su petroliu tenet a muntone.”
Come accadeva ai tempi degli antichi Romani o nelle ambizioni imperiali di Napoleone, la guerra nasce spesso dal desiderio di dominio e di ricchezza. Il riferimento al petrolio richiama con amara chiarezza le ragioni economiche che ancora oggi alimentano i conflitti.
La scena evocata ricorda la favola del lupo e dell’agnello: entrambi bevono allo stesso ruscello, ma il lupo, che si trova a monte, accusa l’agnello di intorbidire l’acqua. Un pretesto qualsiasi diventa motivo di aggressione. Con linguaggio contemporaneo diremmo “azione preventiva”, ma la logica rimane quella antica della sopraffazione.
Ad accompagnare la poesia compare uno dei murales di Orgosolo contro la guerra, con la scritta: “Felice il popolo che non ha bisogno di eroi”. Accanto, la dichiarazione di Gino Strada: «La guerra significa massacrare migliaia di civili e mettere al governo chi garantisce il potere economico». Una sentenza quanto mai attuale, che descrive senza veli la realtà dei conflitti.
La traduzione italiana dei versi è stata curata da Antonio Ledda di Villanova Monteleone, che con sensibilità linguistica ha saputo restituire al lettore la forza evocativa e il ritmo del testo originale.
La composizione poetica, nella rivisitazione curata da Roberto Perinu, confluirà nell’antologia del laboratorio linguistico “Eya, emmo, sì: là dove il sì suona, s’emmo e s’eya cantant”, progetto didattico e culturale che promuove l’apprendimento della lettura e della scrittura nella lingua sarda contemporanea, rafforzando il valore dell’idioma materno come veicolo di identità, memoria e dialogo tra generazioni.
L’iniziativa si inserisce nel più ampio laboratorio linguistico transoceanico che unisce idealmente il Circolo “Su Nuraghe” di Biella con il Circolo Sardo “Antonio Segni” di La Plata, in Argentina, attraverso incontri periodici sulla piattaforma digitale. Un ponte simbolico tra comunità lontane, ma profondamente unite dalla lingua, dalla poesia e da quella fiamma identitaria che continua ad accompagnare il cammino dei Sardi nel mondo.
Battista Saiu
Nell’immagine: Orgosolo, murales contro la guerra.
Bentos de gherra
S’astore s’est betadu da-e chelu,
Poninde sas columbas suta terra.
No iscurtat Coranu ne Vangelu,
Passende subra sos bentos de gherra.
In sa chijina, puzones minores,
Cun corvos chentenarios pilicanos.
No b’at giustitzia pro custos errores,
No b’at pius istados soberanos.
Poberos rutos in sa mala-sorte,
Su chi pagat est semper su minore.
Sunt duos macos semenende morte,
Ant a cherrer’ su Nobel pro onore?
Pero s’istoria medas nd’at pagadu,
A chie pariat mere de su mundu.
Ca sos cherveddos si ch’ant mandigadu,
Ca armamentos nde tenent a bundu.
Ammentade chi Deus b’est pro totu,
Chi no los pagat a coa de chida.
A cussos puru arribat s’abbolotu,
E cun sa furca dant sa dispedida.
S’istoria l’ant vivid’e istudiada,
Cando curriat su sambene a rios,
Seguramente l’ant ismentigada,
Ma ja s’abbizant de sos disafìos.
Chie sa gherra no at bidu in domo,
No nde intendet dolores anzenos.
At a pagare: chi no pagat como,
Sos mares de astores sunt pienos.
Su chi faghiant antigos Romanos,
E sa derruta de Napoleone.
Cherent su regnu de sos Persìanos,
Ca su petroliu tenet a muntone.
Pero cando allues s’ischentidda,
Tando mal’a istudar’est donzi fogu.
Distruent sa tzitade cun sa ‘idda,
Est unu campusantu in donzi logu.
Sos tempos malos de sa carestia,
Amus a bider’ pro annos intreos.
Sos guvernantes sunt che retilìa,
Deviant negare a custos giudeos.
Comente nadu ant sos Ispagnolos:
“Nois no intramus in gherras anzenas”.
Nois a un’ala abbarramus solos,
No damus naves, de armas pienas.
Sos ateros guvernos che teracos,
Mandant a morrer’ sos soldados puru.
Pero poninde fatu a duos macos,
Ant a bincher’ sa gherra de seguru.
Nigola Loi, su noe de martu 2026
Venti di guerra
L’àstore si è lanciato dal cielo,
Mettendo le colombe sotto terra.
Non ascolta né il Corano né il Vangelo,
Sorvolando i venti di guerra.
Nella cenere, piccoli uccelli,
Con vecchi corvi centenari.
Non c’è giustizia per questi errori,
Non ci sono più stati sovrani.
Poveri caduti in mala-sorte,
Quello che paga è sempre il più piccolo.
Stanno due matti seminando morte,
Vorranno il Nobel per onore?
Però la storia molti ne ha ripagati,
A chi sembrava padrone del mondo.
Perché il cervello si son mangiato,
Perché armamenti ne hanno in abbondanza.
Ricordatevi che Dio c’è per tutti,
Che non li paga a fine settimana.
Anche per quelli arriva la fine,
E con la forca s’accommiatano.
La storia l’hanno vissuta studiata,
Quando scorreva il sangue a fiumi,
Sicuramente l’hanno dimenticata,
Ma già s’accorgono delle male sfide.
Chi la guerra non ha vista in casa,
Non percepisce i dolori altrui.
Pagherà: chi non paga adesso,
I mari sono pieni di àstori.
Quello che facevano antichi Romani,
E la rovina di Napoleone.
Vogliono il regno dei Persiani,
Perché il petrolio ha in abbondanza.
Però quando accendi la scintilla,
Allora è difficile spegnere ogni fuoco.
Distruggono la città col paese,
È un cimitero in ogni posto.
I tempi brutti della carestia,
Vedremo per interi anni.
I governanti sono come sottomessi,
Dovevano dire di no a questi Israeliani.
Come hanno detto gli spagnoli:
“Noi non entriamo in guerre d’altri”.
Noi restiamo da una parte soli,
Non diamo navi, di armi piene.
Gli altri governi come servi,
Mandano a morire pure i soldati.
Però andando appresso a due matti,
Vinceranno la guerra di sicuro.
Nicola Loi, nove marzo 2026
