
Dalla «Madre dell’ucciso» di Francesco Ciusa ai fischietti dei cinque continenti: nel Museo delle Migrazioni di Pettinengo la memoria di Sardegna e Piemonte diventa racconto vivo
Un museo nel quale nulla è veramente immobile. Nemmeno il marmo. Perché ogni oggetto custodito nelle sale dell’antica dimora della famiglia Mazzia, a Pettinengo, porta con sé una partenza, un incontro, una trasformazione. È il filo invisibile che attraversa il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli, luogo nel quale le vicende dell’emigrazione si intrecciano con l’arte, le tradizioni popolari e la memoria di comunità che hanno attraversato confini e generazioni.
Al centro di questo racconto c’è «La madre dell’ucciso» di Francesco Ciusa, una delle opere più significative della scultura italiana del primo Novecento. Realizzata tra il 1906 e il 1907, la monumentale figura fu presentata alla Biennale di Venezia del 1907, dove il giovane artista nuorese conquistò pubblico e critica con una rappresentazione potente e innovativa del dolore.
La madre è rannicchiata su se stessa, immersa in una sofferenza composta e senza tempo. Non c’è bisogno di parole: il volto abbassato e il corpo raccolto raccontano la perdita di un figlio e trasformano un dolore profondamente sardo in una tragedia universale.
La versione marmorea conservata a Pettinengo, rimasta per decenni nel parco di Villa Malpenga, possiede inoltre una storia che sembra appartenere allo stesso museo. Ha attraversato luoghi, persone e generazioni prima di approdare a una sede nella quale il tema del viaggio non è soltanto raccontato, ma diventa chiave di lettura dell’intero patrimonio.
Anche la statua, in fondo, è una migrante.
Dalla Sardegna al Piemonte ha seguito un percorso silenzioso, simile a quello di tanti uomini e donne che hanno lasciato la propria terra portando con sé ciò che potevano: pochi oggetti, qualche fotografia, una lingua, una preghiera, una canzone, il ricordo di una casa.
E proprio gli oggetti sono i protagonisti discreti delle altre sale. Abiti delle mondine e delle alpigiane biellesi, fotografie, documenti, manufatti artigianali, strumenti musicali e testimonianze della vita quotidiana restituiscono la concretezza dell’emigrazione: il lavoro, la fatica, la lontananza, ma anche la capacità di costruire nuovi legami senza rinunciare alle proprie radici.
Particolarmente suggestivo è l’incontro tra la trunfa sarda e la ribeba piemontese, nella sezione dedicata agli scacciapensieri. Due strumenti popolari che, pur appartenendo a tradizioni differenti, sembrano parlare una lingua comune. Un piccolo suono capace di attraversare le Alpi e il mare, dimostrando quanto la cultura sappia avvicinare ciò che la geografia separa.
Ancora più ampio è l’orizzonte della raccolta dei fischietti provenienti dai cinque continenti, curata da Guido Antoniotti. Legno, terracotta, osso, metallo e materiali poveri assumono forme diverse e raccontano usanze lontane. Ma il gesto rimane essenziale: soffiare, produrre un suono, chiamare, rispondere.
Dal mondo contadino ai riti, dal gioco infantile alle occasioni festive, il fischietto diventa una sorta di lingua universale. Un soffio che non conosce frontiere.
È questa la forza del museo: mettere in relazione oggetti diversi senza cancellarne l’identità. Ogni testimonianza conserva la propria origine, ma entra in dialogo con le altre. La Sardegna incontra il Piemonte; il Piemonte incontra l’Europa; l’Europa incontra il mondo.
E la memoria, invece di chiudersi nel passato, torna a camminare.
A guidare questo viaggio saranno anche Caterina e Maria Grazia, le giovani guide del museo, che accompagneranno i visitatori tra le collezioni e le storie custodite nelle sale. La loro presenza aggiunge un significato particolare alla visita: sono le nuove generazioni a raccogliere il testimone di una memoria costruita da chi è partito e da chi ha accolto, trasformandola in racconto per chi arriva oggi.
Così, a Pettinengo, il museo non è soltanto un luogo nel quale guardare. È un luogo nel quale ascoltare.
Ascoltare il silenzio della madre di Ciusa. Ascoltare il suono della trunfa e della ribeba. Ascoltare il richiamo dei fischietti. Ascoltare, attraverso fotografie e oggetti, le voci lontane di uomini e donne che hanno attraversato la loro epoca portando altrove una parte della propria terra.
Forse è proprio questo il senso più profondo delle migrazioni: non si parte mai completamente da soli e non si arriva mai lasciando tutto alle spalle. Qualcosa rimane dentro di noi e qualcosa, inevitabilmente, rimane nei luoghi che attraversiamo.
Il Museo delle Migrazioni raccoglie proprio quel «qualcosa»: frammenti di vita che, sottratti all’oblio, tornano a parlare.
E la grande madre di marmo, silenziosa e immobile, sembra custodire questo patrimonio come una sentinella. Il suo dolore appartiene alla Sardegna, ma il suo linguaggio appartiene a tutti.
Qui le persone hanno migrato. E con loro hanno migrato opere, suoni, parole, mestieri, consuetudini e memorie.
Oggi tutto questo si ritrova a Pettinengo, in un luogo che è diventato un ponte ideale tra l’Isola e il Biellese, tra passato e futuro, tra memoria individuale e patrimonio collettivo.
Un piccolo museo, dunque, con una geografia immensa.
Un luogo nel quale la memoria non è polvere, ma cammino.
Il Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli è visitabile ogni domenica dalle 15 alle 19, con ingresso gratuito. Ad accogliere i visitatori, insieme alle collezioni, ci saranno Caterina e Maria Grazia, giovani guide pronte a trasformare una visita in un incontro con le storie che gli oggetti ancora custodiscono.
Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli
Canton Gurgo – via Fiume 12, Pettinengo (Biella)
Ogni domenica, ore 15–19 – ingresso gratuito
Info e visite: Idillio – 334 345 2685
Battista Saiu
Nell’immagine: Caterina Pozzo.
