
Tra i primi appuntamenti dell’estate in Valle Elvo, incontro a Graglia lunedì 3 luglio, alle ore 21, in via Canale, 3: conversazione con Battista Saiu per parlare di “quando Biellesi, Sardi e Veneti emigravano”. Ai piedi delle Alpi, la storia dell’emigrazione si intreccia con le tante storie di donne e di uomini; “andare e venire”, varcando mari e monti in cerca di una terra promessa, allora come ancora oggi da altre parti del mondo.
Durante la serata verranno presentati allestimenti del Museo delle Migrazioni, Cammini e Storie di Popoli recentemente inaugurato a Pettinengo, con al centro figure femminili (mondine, caterinette, sartine ed operaie), portando la loro testimonianza attraverso la ricerca di Rosa Corbelletto Usai e le storie raccolte da Maurizia Palestro tra le immigrate venete nel Biellese e oggetti simbolo: il baule con la biancheria e le masserizie essenziali che accompagnava le mondine in arrivo nelle risaie biellesi e vercellesi; costrette a dormire per terra, nel loro viaggio portavano il cuscino su cui posare il capo. Curioso, il tagliere da polenta che la signora “Dina”, Pasqua Dina Menegon, ha realizzato con rimando alla polenta, pane per antonomasia per Veneti e popolazioni alpine, trasformandolo con l’aggiunta di falce, martello e crocefisso in vero e proprio oggetto-totemico che ne racchiude radici e storia personale, inscrivendole nel contesto più ampio della storia di un’intera generazione. “Entrambi mi hanno aiutato, ma tutti e due mi hanno fatto soffrire” affermava Dina, spiegando l’inconsueto accostamento dei due simboli, lei partigiana e credente che da sola ha allevato il figlio frutto del suo amore.Continua a leggere →




Aveva 24 anni, Francesco Ciusa, quando nel 1907 la giuria internazionale della Biennale di Venezia decretò il trionfo della “Madre dell’Ucciso”. Povero ma talentuoso, aveva ottenuto ragazzino dal Comune di Nuoro un sussidio per frequentare a Firenze l’Accademia di Belle Arti e ne era tornato con una solida preparazione tecnica. L’ispirazione artistica, quella gli veniva dalla precoce esperienza di vita barbaricina. Ne è prova proprio la Madre, i cui dettagli anatomici e le cui forme classicheggianti trasferiscono nella dimensione del mito e del simbolo la tragica realtà della società sarda.